Teatro, un pensiero a Stonewall (e non solo)

In Teatro

FOTO © LORENZA DAVERIO

Come out! Stonewall Revolution al Teatro dell’Arte guida una serie di spettacoli LGBT in scena a Milano. Aspettando una legge che purtroppo ancora non arri

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Comincia con grande varietà, molto pubblico nei limiti del consentito e un occhio speciale rivolto ai temi LGBT la nuova stagione teatrale a Milano che già può vantare il grande successo di Milano Oltre all’Elfo e quello dei Gordi, giovane talentuosa compagnia allevata al Parenti, in Pandora, 60’ minuti di vita ordinaria in un bagno pubblico di divertente esibizionismo fisico e culturale.

E funziona, in tempi di risparmio e distanziazione, anche il teatro raccontato e sussurrato come una conferenza: l’hanno dimostrato Alessandro Berti con “Black dick” dove si parla del mitizzato e non oscuro oggetto del desiderio erotico degli afroamericani e il molto ben congegnato Come out! Stonewall Revolution, (al Teatro dell’Arte per la rassegna Fog vol. 2 fino all’11 ottobre) in cui Margherita Mauro autrice e Michele Rho regista raccontano, attraverso le testimonianze di alcuni testimoni, cosa accadde quella famosa notte del 28 giugno 1969 nel locale Stonewall di Christopher Street nel Village gay di New York, l’ambiente che si vede con Al Pacino in “Cruising”

Quella notte accadde appunto la fine della pazienza: appaiono nel quadrato semplice e luminoso della memoria scenica, che cita le solite icone alla Judy Garland ma anche lo scrittore Edmund White, alcuni personaggi che ricordano l’attacco, le angherie, il blitz violento della polizia dentro al locale spoglio. Un locale povero per poveri, senza acqua corrente ma con dark room (stanza buia per erotismo cieco le ibero), e quando per l’ennesima volta i poliziotti attaccano – come hanno fatto ora con gli afroamericani –  tutto questo si trasforma in una rivoluzione collettiva per le strade con una serie di manifestazioni di protesta da quella sera proseguono e dall’anno seguente diventeranno il pacifico ed esibizionista Gay Pride che parte da New York ed ora ha attraccato sberleffi, parrucche e ceroni in tutto il mondo.

Ma i ricordi di quella notte, ce lo dicono alcuni di quelli che sanno, c’erano e conoscono, sono indelebili perché fu allora che si stabilì il confine tra un prima e un dopo e c’era all’ordine del giorno o della notte la libertà di amare, La cultura e l’eros underground escono alla luce del sole, draculescamente,  ma devono sopportare oltraggi, manganellate, insulti ed arresti (per chiunque non avesse almeno tre capi di vestiario idonei al suo sesso biologico).

Sono passati 50 anni ed oggi bisogna sempre stare attenti perché certe conquiste sembrano fuori dubbio ma una legge che le protegga non c’è ancora e in Italia si ripetono furibondi casi di omofobia e transfobia. L’episodio Stonewall, uno di quelli da libro di scuola, il seme della ribellione, è stato tramandato da due film (uno di Finch del ’95 e un altro del kolossal man Emmerich del 2015) ma qui nel ritratto del teatro senza orpelli vengono fuori davvero le richieste di uomini e donne che parlano come se fosse sempre quella notte ed è molto toccante il personaggio del ragazzo che va a trovare la nonna, non ha coraggio di fare il coming out e “perde” la sua grande occasione di rivolta che ascolta solo alla radio.

Parlare di Stonewall è parlare della libertà di tutti, di una data gloriosa della nostra contemporaneità (o recente passato?) ricordando che quella notte 13 persone furono arrestate e una serie di famiglie devastate, ma alcune solitudini hanno potuto così incontrarsi. I due attori sono bravi, sussurrano e non prendono mai di petto la memoria, sono rivoltosi dei sentimenti tenuti troppo a lungo nascosti: Marcos Vinicius Piacentini e Maria Roveran, con abiti e sessi diversi. Su questo tema si attende Il seme della violenza (The Laramie Project) , 5 febbraio all’Elfo, la storia del crudele omicidio omofobo dello studente Matthew Shepard davvero avvenuto nel Wyoming, luogo di western e di sorrisi di James Stewart, scritta da Moisés Kaufman, l’autore di Atti osceni su Oscar Wilde e vista dagli esperti Bruni e Frongia come un’istruttoria postuma che chiama in causa tutto un paese sconvolto e incredulo.

Ed è da notare come invece un testo teatrale, solido divertente e solo un poco invecchiato nel trucco esteriore ma che nel 70 fece scandalo off Broadway e al cinema, diventando subito cult, cioè Boys in the band (in italiano Festa per il compleanno del caro amico Harold) abbia ora una nuova, bella edizione su Netflix. Che è poi l’allestimento nuovo teatrale americano del 2018, con un bellissimo cast che ha fatto coming out prima di iniziare le prove, perché dicono che solo un gay può recitare un gay.

Ma c’è un’opinione del tutto opposta ed è quella che ha portato Tognazzi a fare Madame Royale (e poi Il vizietto) come si spiega bene nel libro quasi fenomenologico sul film di Andrea Meroni e Luca Lucati Luciani. E rivedere Harold è anche un modo per ricordare l’autore della festa di compleanno, Mart Crowley, morto poche settimane fa nella disattenzione generale.

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