Teatro e Turchia, tempo di riflessione

In Teatro

Dopo il recente “editto turco” del presidente Erdogan, si è intuito che forse il teatro non è così disarmato come si credeva…

L’editto turco parla chiaro: il teatro fa ancora male. Anche nelle sue vesti più antiche, nelle tracce “classiche” che si trascina dietro da secoli. È di poche giornate fa, infatti, la notizia che il presidente turco Erdogan, in reattiva trincea per azzerare nuovi rigurgiti golpisti, ha aggiunto alle sue liste nere di insegnanti e giudici anche gli istrioni, la gente di teatro. Dai registi ad autori che hanno lasciato la Terra secoli fa (sic!).

È così: dai principali teatri di Ankara e di Istanbul il Devlet Tiyatroları, il direttorato che gestisce le compagnie turche, ha cancellato in calendario tutte le rappresentazioni di autori non nazionali. Addio Shakespeare, Cechov, Brecht, ma anche i nostri Goldoni, Fo, fino ad arrivare a Stefano Massini, i cui Donna non rieducabile, Lehman Trilogy, Credoinunsolodio e 7 minuti, sono stati banditi perché considerati, come ha riportato il drammaturgo sul suo profilo Facebook, «testi rischiosi per l’ordine pubblico e contrari al comune sentire».

Insomma, oggi più di ieri il teatro dà problemi ai poteri forti: è un’espressione irritante, chi scrive lo ammette senza alcun problema, eppure non è una falsità. In Turchia, dove a quanto pare si respira un clima da Ministero della Cultura Popolare, qualcuno deve pensarlo.

La riflessione si fa ponderosa: in tempi che ci costringono ad ammettere quanto il teatro abbia pian piano mollato i freni e le prese, d’improvviso ci troviamo di fronte alla corrente opposta. Nel bene e nel male: da un lato, in seno all’Europa, riscopriamo  –  il verbo è eufemistico – un oscurantismo inspiegabile, da puro regime. Dall’altro i più egoisti tra gli appassionati in materia gongolano, perfidamente: puntano un’arma ancora carica, munizioni ancora ben salde.

Il gancio tra noi e la Turchia ci permette di chiederci cosa aspettarci dal teatro che parla della contemporaneità – un concetto che inizia oggi e finisce oggi stesso, o mai più, tanto è universale e quasi generico. Quali munizioni possono ancora colpire a fondo, insomma.

E Massini (foto in basso), per l’appunto, è una delle voci più interessanti in merito a questo aspetto: italiano d’eccellenza, apprezzato da tutti, direttore artistico del teatro più importante d’Italia e persino ammirato dal presidente del Consiglio nonché ex compagnetto di scuola Matteo Renzi, si è sempre spinto a parlare di temi duri, scottanti, con estrema pertinenza. Il già citato Credoinunsolodio, tra i testi più impegnativi delle ultime programmazioni, torna in scena in primavera al Piccolo con le sue tre protagoniste al centro di una Terra che Santa non è più da tanto tempo.

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C’è bisogno di testi duri, di drammaturgie incisive, che facciano capire quanto quello che sta succedendo in Turchia avvenga oggi, non in un secolo remoto e mai di ritorno. Che i barconi con i cadaveri dei migranti arrivano a pochi metri da casa nostra, senza che quest’ultima fase sia letta con eccessiva indulgenza o lasco benaltrismo. Essere profugo, come concetto, come stato mentale, come valutazione storicistica è, ancora al Piccolo, il perno su cui si muoverà Human, con Lella Costa e Marco Baliani.

Dal 30 settembre al 2 ottobre l’autore, attore e regista Mario Perrotta, in diverse località del Salento, darà vita a un approfondimento itinerante sul tema della migrazione. Più di cinquanta artisti – inclusa la prima nazionale dello spettacolo Lireta con Paola Roscioli – metteranno in scena le loro visioni sul tema.

C’è bisogno di un teatro che si impegni a raccontare come ormai la discriminazione sessuale debba essere lasciata ai (brutti ) ricordi: non testi buonisti o smaccatamente mielosi, ma opere che trasformino la realtà e la plasmino alle necessità di tutti, come Geppetto e Geppetto di Tindaro Granata, in scena all’Elfo da marzo 2017.

C’è bisogno di un teatro di ricerca, di studio, di analisi: ancora all’Elfo, basti pensare all’ambiziosa operazione Afghanistan – Il grande gioco, epopea in due parti che Bruni e De Capitani (in regia tandem) portano in scena testi di Jeffeys, Hutchinson e molti altri per sviscerare il rapporto tra Occidente e Medio Oriente post 9/11, in un gioco affascinante di luci, ombre, giornalismo e buona scrittura che si preannuncia come uno degli appuntamenti da non perdere della prossima stagione.

Non c’è bisogno di un teatro. C’è bisogno di teatro. E quando pensiamo alla Turchia, e al suo clamoroso editto, rendiamoci conto che non vive così lontana da noi.