Cara Cina, carnefice e vittima. “Memoria Rossa” di Tania Branigan

In Letteratura

Un avvocato che da bambino denunciò la madre, colpevole di aver criticato Mao tra le mura di casa. Un compositore di Pechino deportato, torturato e poi riabilitato. Un’anziana di Chongqing che racconta la giovinezza che non ha mai vissuto, perché è stata costretta a trasferirsi nella miseria delle campagne. Il vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse nell’Agosto rosso, e Song Binbin, la sua carnefice, che fu acclamata da Mao e oggi cerca di scagionarsi. Da dove arriva la Cina che oggi vediamo? Tania Branigan ha intervistato decine di sopravvissuti al decennio della Rivoluzione culturale: la traumatica, violenta estirpazione di memoria che ha cancellato una cultura millenaria, e che oggi si è traghettata in nuove e più moderne forme di controllo sociale. Un reportage condotto magistralmente con il ritmo e la profondità di un romanzo tragico.

Sulla piazza Tienanmen domina ancora, gigantesco, il ritratto di Mao, 4,5 metri per 6, una tonnellata e mezzo di peso.


‘Quando i suoi successori lasciano il complesso dalle mura rosse e percorrono il viale della Pace Eterna, passano sotto il suo sguardo vigile: Mao osserva i soldati e i turisti che si scattano selfie così come un tempo osservava le schiere delle guardie Rosse, rivolto 
verso il mausoleo dove ora giace il suo corpo in un sarcofago di cristallo’

Così scrive Tania Braningan, nel suo drammatico libro Memoria Rossa- La Cina dopo la Rivoluzione Culturale, appena uscita da Iperborea.
Il libro non comincia con questa immagine, ma la potremmo scegliere come emblematica della Cina di oggi, del grande discorso rimosso che è quello sulla Rivoluzione Culturale, la sua terribile eredità che non viene detta, la paura dei sopravvissuti di essere di nuovo perseguitati o denunciati, perché la classe dirigente non è cambiata: eliminata è stata solo la mefistofelica Banda dei Quattro, mentre la paura di ricordare è anche dei complici delle denunce di essere considerati cattivi.
Insomma, il clima è quello di pacificazione-negazione della guerra civile, delle persecuzioni; la salvezza sta nel non avere più memoria, troppo pericolosa, troppo dolorosa e soprattutto fardello che impedisce di guardare avanti.


Tania Bramigan, giornalista, è tra le corrispondenti più note del Guardian, ha vissuto per sette anni in Cina e di fronte al silenzio che pesa sulla Rivoluzione Culturale, un periodo così lungo e feroce, ha cercato tra mille difficoltà e omertà di trovare le testimonianze di vittime e carnefici, personaggi secondari e protagonisti della Rivoluzione Culturale per ‘fare storia’ e insieme per capire un presente così difficile da interpretare nelle sue contraddizioni tra individualismo sfrenato e obbedienza cieca al Partito.

‘Senza il diritto di ricordare, non può esserci libertà di dimenticare’ scrive Chang Ping ed è impressionante per Tania Bramigan vedere in azione ancora oggi la riscrittura della storia che si opera continuamente da parte del Partito Comunista.
Un esempio eclatante. Nel 2014, un terribile terremoto devasta il Sichuan, nel sudovest del paese. Novantamila persone perdono la vita. A crollare sono soprattutto le scuole, mentre le stazioni di polizia, gli uffici del Partito intorno sono rimasti in piedi. Un’indagine sollecitata dalla popolazione e dai giornali denuncia la corruzione e la negligenza dei funzionari addetti all’edilizia scolastica, ma dopo poche settimane i censori ordinano ai media di tacere e sono minacciati o imprigionati genitori e attivisti che chiedevano di proseguire le indagini. Gli unici ricordi ammessi del terremoto sono gesti di eroismo. I morti, le sofferenze, la corruzione passano in secondo piano sulla televisione di stato. Ed è così che si vive in Cina.
Le domande si accavallano, contraddittorie e angosciose.



‘La Rivoluzione culturale è stata un periodo di scelte morali impossibili, un periodo in cui un non potevi fare la cosa giusta perché non c’era nessuna cosa giusta da fare. Peggio ancora, ci riconosco la sete di purezza tipica dei giovani puritani… Perché alcuni resistono mentre altri si piegano? Perché dire la verità quando sarebbe più sicura una bugia? Cosa ci rende capaci di perdonare? In un altro luogo, in un altro momento storico, cosa faremmo, chi saremmo? Questo è solo una parte del libro sulla Cina e sugli eccessi della sua storia – un progetto che per un estraneo potrebbe sfiorare il voyeurismo: una versione più cosmopolita è rispettabile di morbosi titoli di true crime. È soprattutto un libro su come conviviamo con il peggio che può capitarci e, cosa più difficile, come veniamo a patti con noi stessi e con chi diventiamo’.


L’occasione intono alla quale si svolge Memoria Rossa è la visita di Tania Branigan a un ex capannone industriale appena fuori Pechino, trasformato come tanti in studio d’artista, per vedere dei quadri di Xu Weixin. Erano quadri giganteschi, alti due metri e mezzo. In questa dimensione il bianco e nero, persino i sorrisi, erano sinistri. Sembravano quasi fotografie, poi più da vicino si scomponevano in un turbine di pennellate, macchie, tracce di carboncino. La Branigan indietreggiando riconosce alcuni volti: un’attrice accigliata, eroi comunisti, uno scrittore celebre. Altri non sa chi siano. Tutti sono dipinti alla stesso modo. Per ricordarli tutti, buoni e cattivi, vittime e carnefici, Xu ha dedicato cinque anni a ricostruire attraverso questi ritratti la sua e la storia collettiva del suo Paese. Ogni soggetto ritratto aveva una parte in questa follia, alcuni avevano fomentato odio, altri erano morti negli scontri. Dipingerli lo aiutava ad assumersi la sua responsabilità. Da ragazzo amava particolarmente un’insegnante, la dolce signorina Liu, così era rimasto sconvolto quando gli avevano detta che era una spia capitalista. Per rabbia, per conformismo, fece la cosa giusta: dipinse un’orribile caricatura della signorina Liu e l’appese alla lavagna. Ricordava ancora quando l’insegnante era entrata in classe e aveva osservata la sua orribile caricatura e ricordava bene come era impallidita. La signorina Liu sapeva cosa le sarebbe successo. Gli insulti, i pestaggi, la prigione.
E presto anche Xu avrebbe visto quanto le Guardie Rosse sapevano fare: bruciare libri, statue, picchiare la gente con bastoni e spranghe. Avrebbe sentito le grida e ascoltato i silenzi che seguivano.
La Braningan segue le tracce dei personaggi ritratti e con fatica ne ripercorre le storie per darci un quadro davvero realistico della Vera Cina.
Quanto è facile diventare ciechi di fronte a ciò che accade davanti a noi?

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