Sudamerica noir

In Cinema

Ottimo esordio per il 35enne Santiago Estevez, argentino di Mendoza, montatore, sceneggiatore e regista di “La educazione di Rey”: è la storia di uno dei “pibe chorro”, i ragazzini di strada ingaggiati da bande criminali o poliziotti corrotti. Un bel thriller, ma anche un racconto di formazione e denuncia sociale sul degrado dei giovani. “Oro verde – C’era una volta in Colombia” di Cristina Gallego e Ciro Guerra non è un documentario ma ne ha la forza e la credibilità: con echi alla Marquez racconta come il boom della droga negli anni ’70 e ’80 ha portato una comunità Wayúu a rinnegare se stessa

Sudamerica noir 1/L’educazione di Reynaldo a colpi di pistola

Mendoza, con oltre un milione di abitanti, è la quarta area metropolitana dell’Argentina, ai piedi delle montagne che separano il paese dal Cile. Come in altri centri urbani del paese, non mancano lì esemplari di pibe chorro” (letteralmente “ragazzino delinquente”), una figura della moderna criminalità che opera spesso a cavallo tra malavita e “forze dell’ordine”, tra le quali il cui confine, e non solo in quanto a metodologie violente, appare sempre più difficile da individuare. Capita perfino che a un “pibe chorro” sia affidato, da un poliziotto corrotto e senza scrupoli, qualche lavoretto fuori dalla legge, i cui proventi però vanno poi ovviamente recapitati in commissariato. Altrimenti sono guai seri.

Ma Reynaldo, protagonista di L’educazione di Rey (doppio senso che gioca con la parola “re” e l’abbreviazione del nome), diretto, montato e sceneggiato (con Juan Manuel Bordon), dal debuttante 35enne Santiago Esteves, è un ragazzino di strada troppo giovane per sapere tutto questo: così quando il fratello lo tira dentro in un colpo in cui qualcosa va storto, si tiene i soldi senza sapere chi davvero tira i fili dell’affare. Rey però (cui dà volto il talentoso debuttante Matiàs Encinas), è almeno fortunato, perché scappando dal luogo del “delitto”, mentre i suoi due complici sono catturati da una volante, riesce a far perdere le sue tracce sui tetti della città, cadendo infine nel giardino di Vargas (German De Silva, visto in Storie pazzesche e Marilyn), e distruggendo la sua serra. Guardia giurata in pensione, lui subito lo ammanetta, ma gli dà anche riparo, spinto da un istintivo impulso paterno e dallo slancio di educarlo, riabilitarlo. Reynaldo è un senza famiglia, senza relazioni, senza affetti veri, Vargas ha un figlio e una vita che non sopporta più, o quasi. Tra i due nascerà una fortissima relazione, alla quale metteranno fine, pistola alla mano, i poliziotti che rivogliono quel denaro, anche perché ormai “scotta” non poco pure per loro.

Esteves, nato a Mendoza, laureato in psicologia, alle spalle una carriera di montatore per registi del calibro di Pablo Trapero, sta preparando un altro noir, una storia di due fratelli ambientata di nuovo nella sua città: sarà la seconda tappa di una trilogia sulla malavita in Argentina. Ma è chiaro che il suo cinema “nero” non è solo azione (ottima, comunque, il finale di questo film è occupato da una sparatoria dai ritmi davvero alti) e ha molti altri temi. Il primo dei quali è l’incontro tra un adolescente privo di punti di riferimento e un uomo non più giovane che se ne assume la paternità, con il molto di non detto che c’è in questa relazione: perché Vargas, uomo d’ordine, lo accoglie in casa, fidandosi di un potenziale delinquente? Cosa lo spinge ad occuparsene non nascondendogli anche i suoi lati oscuri? Vargas sa di mettersi nei guai ma inizia comunque un percorso di formazione, di trasmissione della sua esperienza di vita al ragazzo, che gli servirà a difendersi dalla violenza del mondo esterno, in cui tornerà.

L’educazione di Rey, premiato al Festival di San Sebastian e in molte rassegne importanti sudamericane, è però anche un’efficace, polemica pittura d’ambiente con al centro una gioventù abbandonata sul piano umano e culturale. Dice Estevez: “Nel nostro paese esiste una rottura del patto sociale. Negli ultimi anni, per il crescente impoverimento e la mancanza di opportunità a disposizione dei settori svantaggiati della popolazione, la delinquenza è aumentata. E i mezzi di comunicazione hanno contribuito a esasperare un sentimento di paura: così è aumentata la discriminazione verso i segmenti più poveri della società, come fossero singole mele marce e non un problema dell’intera comunità”.

Nato come miniserie tv in otto episodi di mezz’ora, il racconto è stato poi riconvertito in film per il mercato internazionale. Spiega ancora il regista: Una serie tv possiede una struttura più aperta, sia dal punto di vista narrativo sia dal punto di vista formale. Consente di sperimentare generi differenti, perché i capitoli possono benissimo funzionare anche come unità indipendenti. E credo che alla fine il film ne abbia giovato, mantenendo qualcosa di questo spirito eclettico. A livello di fotografia, ci siamo ispirati molto al cinema degli anni ’50, e mi sembra sia stata una buona scelta. Jean Pierre Melville è stato uno dei principali riferimenti, soprattutto per la sobrietà, il minimalismo. La prossimità con la natura e gli spazi aperti in cui la storia è collocata mi hanno permesso di sottolineare il tono mitico della storia e usare il paesaggio per rimandare al western. Merito anche del compositore Mario Galván che ha arricchito, rafforzato l’atmosfera utilizzando ritmi nativi del mio paese”.

 

L’educazione di Rey,  di Santiago Esteves, con Germán de Silva, Matías Encinas, Walter Jakob, Esteban Lamothe, Martín Arroyo, Mario Jara

Sudamerica Noir 2/ C’era una volta, nella Colombia dei WAYUU

Quando si apre l’avvincente dramma Oro verde – C’era una volta in Colombia di Cristina Gallego e Ciro Guerra, sembra di assistere a un documentario etnografico. Siamo a fine anni ’60 e si osserva una famiglia del popolo indigeno Wayúu in una remota e arida distesa del nord della Colombia. Una ragazza di nome Zaida (Natalia Reyes) ha appena completato il periodo rituale di isolamento, e si festeggia la sua apparizione che simboleggia la  disponibilità al matrimonio: subito arriva l’annuncio di Rapayet (José Acosta), un bel ragazzo di una famiglia vicina, che la vuole come sua moglie. La madre di Zaida, Ursula (Carmiña Martínez), matriarca molto imponente di questa famiglia, sospettosa nei confronti di lui, decreta una dote che sembra ben al di là dei mezzi dell’uomo; decine di capre e mucche e alcune preziose collane.

Non passa molto prima che Rapayet ritorni con tutti gli oggetti della dote. Ma il modo in cui si è arricchito tanto da permettersi la sua bella e costosa sposa, si sospetta sia frutto di traffici illegali, che porteranno oltretutto degli stranieri indegni, definiti “alijuna” nella comunità. I Wayúu sono persone molto legate alla tradizione: credono nei fantasmi, nei talismani magici e nelle comunicazioni con i morti, e il loro valore fondamentale è l’onore. Ma ora il loro stile di vita è stato rovesciato da un nuovo nemico, la brama di ricchezze che derivano dal traffico di marijuana.

Oro verde è basato su eventi reali dagli anni ’60 agli ’80, e viene raccontato in quattro capitoli di circa mezz’ora, seguiti da un breve epilogo. I co-registi Gallegos e Guerra nel 2016 hanno ricevuto la nomination agli Oscar per El abrazo de la serpiente, che descrive l’interazione tra diversi popoli indigeni, compreso un formidabile sciamano, e gli europei, ed esamina questioni importanti nella storia culturale colombiana da una prospettiva informata e impegnata. Oro verde , che a sua volta alla statuetta ci è andato vicino (era nella decina) fa lo stesso. Il suo soggetto è la “Bonanza Marimbera”, l’epoca in cui le persone nella regione di Guajira, nel nord della Colombia – sia Wayúu che altri – furono coinvolte nel contrabbando di droga, che nei decenni successivi sarebbe stata fonte di molti conflitti interni e infamia internazionale per il paese.

Il loro film riguarda anche il commercio di droga e si occupa della violenza che ha distrutto molte vite, famiglie, comunità. Tuttavia si allontana dal sensazionalismo hollywoodiano in molti modi: per esempio generalmente evitano rappresentazioni dirette e ravvicinate della violenza. A volte vediamo solo i suoi risultati, come i corpi sanguinanti che giacciono nel mezzo di una strada o come, nell’atto finale, quando due famiglie si impegnano in una guerra con manodopera e armi di proporzioni militari. Lì lo scontro è mostrato in un’unica sequenza.

Gallego e Guerra umanizzano anche i personaggi, cercando di ritrarre la loro cultura in modo accurato. Gli attori che interpretano Rapayet, Ursula e Zaida, professionisti che svolgono un lavoro eccellente, sono circondati da volti che chiaramente appartengono a quel luogo. E la sensazione che il ritratto di questa comunità sia esatto deriva non solo dall’approccio visivo simile al documentario, e dalla colonna sonora evocativa di Leonardo Heiblum, ma anche dagli elementi del realismo magico della storia, che ovviamente riflette l’influenza di Gabriel García Márquez, la cui famiglia materna era Wayúu e il cui capolavoro Cent’anni di solitudine segnala numerose influenze di quella cultura. Questi elementi letterari sono sapientemente intrecciati nel racconto e il modo in cui gli sceneggiatori descrivono la caduta di questo mondo a causa delle attrattive del denaro e del lusso, ha il potere e l’inevitabilità della tragedia classica. Potrebbe essere greco o shakespeariano, sebbene sia palpabilmente moderno e colombiano.

Oro verde – C’era una volta in Colombia, diCristina Gallego e Ciro Guerra, con Carmiña Martínez, Natalia Reyes, José Acosta, Jhon Narváez, José Vicente.

 

 

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