Nel ricco programma del Fringe Milano Off International Festival spicca Stria, una potente voce dal 1520 per far vivere non solo le antiche erbarie, ma una voce collettiva che cerca una sua giustizia
Un fantoccio, tessuto e materia. Niente, si direbbe, di strano, soprattutto in uno spazio come la Casa del Meneghino, pensata per accogliere burattini e marionette. Almeno fino a che, come in un nuovo Pinocchio, l’inerte si svela carne, e prende voce per rivendicarsi. Come se, su un nuovo palco di Mangiafuoco, il Pulcinella che si ribella al sacrificio dei suoi fratelli si fosse fatto vivo questa volta a dar voce a un intero genere e a una eredità secolare. Non un fantoccio di stoppa ma il corpo, vibrante e intenso, di Claudia Dondoni, e la sua Stria, occupano lo spazio che gli ha affidato il Fringe Milano Off International Festival, in una vicinanza forzata dal contesto – lo spazio è pensato per protagonisti di ben altra dimensione – che tuttavia imprime alla sincerità del racconto una forza evocativa che lo sottolinea e lo valorizza. Che rende ancora più prossimi la voce e il corpo di Rosina de Cilla, condannata e bruciata sul rogo nel 1520. Una delle – oggi per fortuna non rare – storie di donne condannate con la colpa del loro sapere, in un copione ormai noto (pur se talvolta storicamente impreciso nella memoria collettiva) fatto di accuse di sabba satanici, di amplessi col demonio e di incantamenti. Questo lavoro, tuttavia, ha la peculiarità di svelare, anche sul piano storico, la donna dietro la (pretesa) strega. Nel racconto, finalmente, il demonio altro non é che un uomo, complice o prevaricante, e i luoghi delle celebrazioni l’unico angolo, alla periferia della loro realtà, concesso alle donne per essere insieme.
Il centro del racconto non è più, o non soltanto, l’antica conoscenza delle erbere, come le conosce la lingua in cui parla Rosina, quella perduta delle acque e delle valli che da Milano si spingono a quello che oggi è il confine svizzero. Anche la morte punisce una scelta piú radicale, che interroga anche il nostro presente: il confine tra giustizia e vendetta che una comunità fatta vittima, in questo caso quella delle donne, si assume di fronte a chi agisce sul loro corpo una violenza che condanna una ma in cui si specchiano tutte.
La Rusina di Claudia Donadoni, che si dibatte, dietro al rosso dei suoi capelli come ad un sipario, un velo o talora un vessillo, piú che una strega è la vendicatrice, la ribelle, la giustiziera cui poco importa di essere ciò che il suo mondo le chiede di essere, e tutto di ció che la coscienza collettiva la spinge a esigere da se stessa. La sua voce, che ricostruisce la pena inflitta, da lei per conto delle altre, all’autore di una violenza che, violando l’amica d’infanzia, ha colpito tutte, si intreccia con quella di chi la deve giudicare e con la ricostruzione storica di una vicenda di cui gli archivi conservano i documenti originali.
Ne emerge un’accurata costruzione drammaturgica che ben bilancia i registri e si giova anche della consulenza di Marco Baliani, al Fringe anche nell’inedita veste di operatore di scena, A valorizzarla, l’ottima prova della protagonista, intensa e viscerale anche nei toni sommessi, che in un panorama variegato come quello del Fringe si distingue per maturità interpretativa.
A contrappunto, la musica dal vivo di Giovanni Bataloni, complice e dialogante – forse solo a tratti eccessiva nei volumi a confronto, con quella del parlato, dentro cui si potrebbe reggere (oltre le intenzioni dello spettacolo) una efficace rappresentazione della ricerca di equilibrio tra i generi lungo la storia.
Stria é uno spettacolo che, pur visto nei suoi primi giorni, si candida ad essere uno dei piú compiuti e forse apprezzati dell’intero festival, e con buona ragione. Un esercizio di veritá cui contribuiscono i costumi di Francesca Piotti, la veste lisa e sporca di una storia di soprusi a nascondere un corpo che rivendica il suo diritto a esistere, mondato dalle ingiustizie. Stria é uno spettacolo che è intenzione e simbolo, memoria e gesto artistico al meglio del loro bilanciamento.
ph. Sergio Banfi