Strabioli racconta Poli, il maestro che ha scavalcato i tempi

In Teatro

Un genio all’avanguardia, un irriverente trasformista, un attento calcolatore delle scene che anticipò il teatro contemporaneo già negli anni ‘60. Il 25 marzo 2016 ci ha lasciati Paolo Poli; a quattro anni esatti dalla sua scomparsa, Cultweek lo ricorda con un’intervista in memoriam al fedele amico e collaboratore artistico Pino Strabioli

Gli appuntamenti che si davano a pranzo erano sempre al solito ristorante di piazza Sforza Cesarini, a Roma. A mezzogiorno, nell’ora in cui gli attori dormono, Paolo Poli si confidava senza troppi freni all’adorato Pino Strabioli, volto notissimo della Tv, nonché pilastro culturale del palinsesto Rai. Ne nacque di conseguenza Sempre fiori mai un fioraio: Ricordi a tavola, un libro-intervista, edito da Rizzoli nel 2013, dove l’acume e la brillantezza di Poli raccontano di storia, spettacolo, letteratura, arte, poesia e vita quotidiana. 


Abbiamo deciso di porre qualche domanda all’‘intervistatore’ per eccellenza, colui che ci ha regalato gentilmente un dolcissimo ed elegante ricordo del mitico ed eterno Paolo Poli.

Caro Pino, ci puoi raccontare della primissima volta che hai incontrato Paolo e hai parlato con lui?

La primissima volta che incontrai Paolo me la ricordo ancora benissimo: fu al Teatro Valle quando andai ad assistere a un suo spettacolo, uno dei primi che vidi alla Sala Umberto con lui e sua sorella Lucia. 

Ai tempi avevo vent’anni e gestivo una piccola rubrica sul quotidiano L’Unità. Intervistavo gli attori che mi piacevano, pertanto volevo assolutamente incontrare Poli. Paolo aveva il suo nome e il suo cognome sull’elenco telefonico, quando ancora c’erano gli elenchi telefonici, io lo chiamai e lui con molta gentilezza e cortesia mi diede appuntamento alle ore 17:30 nel suo camerino. 

In quell’intervista mi divertii moltissimo! Paolo passò con abilità da Michelangelo a Moana Pozzi, da Raffaello a Raffaella Carrà. Lui lo faceva sempre, dondolava dall’alto. 

Da quel momento in poi me ne sono totalmente innamorato! Decisi di inviargli un mazzo di tulipani in Via del Governo Vecchio, dove abitava, per ringraziarlo di quell’incontro. 

Lui mi richiamò l’indomani mattina presto, quando ancora io ancora dormivo, e mi disse: “Detesto i tulipani. Il mio amante è stato un olandese!”.

Questa è stata la primissima cosa che mi ha detto. 

Dopo di che sono sempre andato a vedere i suoi spettacoli e lui mi chiamava scherzosamente ‘topolino’, ‘bambina’, ‘piccino’, e così via…

Qual è stato, a tuo avviso, il migliore dei suoi lavori a teatro?

Da quando ho iniziato a seguirlo, dallo spettacolo La leggenda di San Gregorio o da Il coturno e la ciabatta, ho un ricordo bellissimo, come molti ce l’hanno dopotutto, de L’asino d’oro di Apuleio. Mi è rimasto nel cuore. Dei suoi ultimi lavori a teatro mi sono piaciuti Sei brillanti, Aldino, mi cali un filino? di Palazzeschi, ma anche l’indimenticabile Santa Rita da Cascia.

Nel 1940, esattamente ottant’anni fa, Paolo vide il “suo babbo” impallidire quando sentì alla radio l’annuncio dell’entrata in guerra di Mussolini. Come avrebbe reagito, secondo te, a questa situazione di isolamento coatto che stiamo vivendo ora? 

Come quando, durante le calure estive, rispondeva alle giornaliste che gli chiedevano: “Maestro, che cosa pensa di questi 42°C che hanno colpito Firenze?”. Lui ribatteva così: “Sono niente rispetto all’Inferno di Dante!”.

Oppure, quando parlava del Manzoni, diceva: “L’unica cosa che salva quel libro è la peste!”. 

Sicuramente Paolo avrebbe minimizzato, perché era una sua prerogativa quella di minimizzare, però in solitudine a casa avrebbe maturato la sofferenza. 

Paolo era proprio capace di questo: lui amava molto il genere umano ed era molto affezionato alle fasce sociali più deboli, come i bambini e gli anziani. In questo momento di quarantena anche Paolo avrebbe sofferto, ma non avrebbe partecipato sicuramente alle varie campagne o ai flashmob dai balconi, e probabilmente non avrebbe mai neppure risposto a una domanda di un giornalista. Però l’avrebbe vissuta con dolore; quando parlava delle guerre e della povertà nel mondo, delle disgrazie che ci colpiscono, lo faceva sempre con molta velocità, ma con estrema tenerezza.

Quindi sarebbe #restatoacasa?

Sicuramente sì! Anche perché Paolo stava soltanto a casa, usciva al ristorante a ora di pranzo, come ho raccontato nel mio libro, usciva per fare teatro, per vedere le chiese o le mostre. Basta, la sua vita era quella. Avrebbe detto: “Non sono mai solo!”, come quando gli chiedevano: “Maestro, che cosa ha fatto oggi?” e lui rispondeva: “Oggi ho letto Balzac!” – 

“Quindi non ha fatto niente?” – “Ti sembra niente passare un pomeriggio con Balzac?”.

Che cosa diresti ora a Paolo?

Non finirei mai di ringraziarlo. Per me è stato un regalo. Lui mi avrebbe sicuramente fermato durante questi ringraziamenti e mi avrebbe detto: “che noia questi atteggiamenti borghesi!”. 

Ma avrei continuato e continuerei ancora a ringraziarlo, perché Paolo mi ha insegnato quel poco che so, la disciplina e la libertà. Con me è stato di una generosità assoluta; per me è tornato in televisione, ha lavorato a un libro con me, regalandomi peraltro tutti i diritti. 

Mi ha anche suggerito due autori eccezionali per i miei spettacoli: Sergio Tofano, per Cavoli a merenda, e Sandro Penna, regalandomi anche un suo libretto che conservo gelosamente.

È stato davvero un incontro fondamentale della mia vita, artistica e non. 

Qual è stato il più tenero ‘accordo’ fra di voi?

È stato negli sguardi e nei silenzi, secondo me. Anche perché Paolo era molto poco ‘fisico’, per così dire, ma è stato proprio in certi sguardi, che non dimenticherò mai, che è riuscito a insegnarmi la misura nella vita, la giusta tenerezza e un sobrio distacco.

Hai in mente qualche nuovo progetto su di lui?

In questi giorni sto lavorando a un monologo estrapolato dal mio libro, dedicato a Paolo, che vorrei mettere in scena durante la prossima stagione. Ho chiesto di collaborare anche al nipote di Paolo, Andrea Farri. 

Paolo va raccontato, andrebbe ritrasmesso alla radio. Un po’ come ho già fatto nelle otto puntate sui Vizi Capitali. Perché, benché i vizi siano sette, Paolo diceva: “l’ottavo sono io!”. Per questo motivo ne abbiamo volute fare otto. 

Oppure altri speciali su di lui, come già abbiamo in Quella donna sono io, che si può ritrovare su Rai-Play e grazie alla quale mi arrivano moltissimi messaggi da parte di tanti giovani.

A questo proposito, Paolo ha scavalcato i tempi e rimane tuttora una figura attualissima. Chi non l’ha conosciuto e lo scopre oggi, i quindicenni delle nuove generazioni per esempio, rimane incantato dalla forza di questo gigante del Teatro. 

Mi hai parlato di suo nipote?

Sì, Andrea Farri. Lui sta organizzando una bellissima mostra che è stata fatta per il Teatro Valle. Siamo stati insieme a Venezia, dove c’è il Fondo Paolo Poli, al quale Andrea ha donato una serie di materiali di suo zio, e abbiamo partecipato a una magnifica conferenza stampa presso la Fondazione Cini. 

Il suo teatro è stato inconfondibile. Quanto c’è bisogno di un Paolo Poli oggi?

Di Paolo Poli ce n’è un bisogno immenso. 

Lui era veramente ‘popolare’ nel senso nobile del termine. Riusciva a divulgare la cultura e la letteratura, mischiandola, come diceva lui, con le canzonacce. Il suo lavoro arrivava a tutti! Veramente, Paolo era un arricchimento per tutti. 

Comunque sia, non è sostituibile assolutamente, come non sono sostituibili Dario Fo o Carmelo Bene, che a mio parere sono i tre che non possiamo prescindere dal loro teatro, o meglio dire da un teatro che era solo il loro. 

Quando quest’anno a Sanremo Achille Lauro è arrivato con quei travestimenti, con dei riferimenti all’arte, alle culture, ai santi, alle regine, tutto questo Paolo l’ha fatto negli anni ‘60! Era avantissimo! 

Trovo poi assurdo che non gli sia ancora stato intitolato un teatro, specie nella sua Firenze! Il Niccolini lo aveva re-inagurato lui… Certo, c’è la Sala Paolo Poli a Roma, ma è pur sempre un po’ riduttiva…