Il grido d’amore di Ricci/Forte

In Teatro

Still life, di Ricci e Forte è uno spettacolo contro l’omofobia, una riflessione politica, un urlo di aiuto di cinque attori che amano ogni sera il pubblico

Per molti rappresentano una delle realtà più interessanti del panorama teatrale europeo, oggi. Anna Bandettini, in una recente intervista a Gianni Forte e Stefano Ricci (in arte, ricci/forte), sostiene che «se si vogliono capire le intermittenze dei trenta-quarantenni, quel mondo di nuove solitudini, nuove famiglie, nuovi linguaggi, bisogna riferirsi al teatro di ricci/forte».

Non è un corollario errato, quello di Bandettini: a Ricci e Forte, sopra ogni cosa, interessa indagare la contemporaneità attraverso il dispositivo teatrale. Dai dilaniati ardori urbani di Troia’s Discount alle degenerazioni di decesso e mediocrità di imitationofdeath, il teatro è per loro il medium vocato a trovare tracce e tasselli generativi per la loro ricerca. Un lavoro incessante e travagliato, che calcifica la combinazione tra esperimento e retaggio popolare, per restituire universi stratificati, visionari e aderenti al reale evitando calchi e prestiti di fastidiosa – e in certi casi impalpabile – derivazione realista. Un mondo di riconoscibile formulazione pop, che sa essere violento oltre ogni immaginazione ed è riuscito ad approdare all’estero: 100% furioso, ad esempio, è uno spettacolo pensato e realizzato in Russia. E, dal 26 agosto al 1 ottobre di quest’anno, sono stati pigmalioni per la ventitreesima edizione dell’Ecole des MaÎtre, Corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale che si snoda tra Portogallo, Belgio, Francia, Italia e Croazia.

Still Life, in scena al Teatro dell’Elfo fino al 14 dicembre, non è esattamente uno spettacolo. I protagonisti – Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera e Francesco Scolletta, assoldati con ricorrenza dal duo – entrano in scena giocando a mimare i titoli dei film, illuminati da torce in miniatura. The Name Game, nella versione cantata da Jessica Lange in American Horror Story, è l’anthem scelto in apertura. Non è una scelta casuale: come nel pezzo di Shirley Ellis si gioca con la variazione di diversi nomi per ottenere l’effetto in rima, in Still Life le tragiche conseguenze di un male innecessario come l’omofobia (e il bullismo che a essa si lega) si combinano tra loro, in una desolante deriva di continuativo annientamento. Come si diceva sopra, non è uno spettacolo. È, più che altro, una riflessione politica, un grido di aiuto, un messaggio cifrato. ricci/forte agiscono in sottrazione, e lasciano che siano i loro interpreti a guidare linee e percorsi di una prossemica violenta e strabordante. Still Life vive di parole che generano equazioni riportate su carta, di cuscini soffocanti che partoriscono Paperini e piume a getto continuo, di annaffiatoi di plastica verde che sanano macchie e lordure, e di canzoni che ripensano e demoliscono immaginari, contesti e interazioni. Siamo qui per celebrare la scomparsa dello stato italiano, viene dichiarato al microfono, in apertura. È qui che si intuisce come Still Life non sia solo teatro – qualora fossimo aridamente convinti che la formula solo teatro non possa aprirsi a milioni interpretazioni.

È per questo che al lavoro di ricci/forte si perdonano i momenti ricattatori, gli slittamenti più didascalici e retorici, più d’una ingenuità ricorrente. Non c’è la forza di Troia’s Discount, ma il gioco dei raffronti è ormai logoro e ogni spettacolo è storia a sé, ça va sans dire. Sarebbe opportuno, con tutta probabilità, sospendere anche il giudizio critico, con buona pace dei più accesi sostenitori dell’apparato. Still Life è un legittimo comizio scenico, un’occasione che riporta alla luce chi la luce la allontana da sé, vessato dalle presuntuose ragioni di chi gli nega la possibilità di amare. Quando si parla di ricci/forte, spesso, si tira in ballo Artaud, il teatro della violenza, e situazioni storiche e fenomenologiche affini. In realtà Still Life è, a suo modo e nonostante i difetti, una grande dichiarazione d’amore. Alle storie che racconta, e – senza rivelare troppo – al pubblico, invitato più volte a intervenire alla messinscena. Chi scrive non ama mai coinvolgerlo in prima persona quando si struttura un articolo, ma questa volta forse è opportuna l’eccezione.