I fantasmi, le fragilità, la depressione, ma anche la musica e il travolgente successo. Tutto torna nel film di Scott Cooper “Liberami dal nulla”, da domani nelle sale, che racconta la lunga ed emozionante vicenda esistenziale del “Boss”. E che aiuterà anche chi non lo conosce a farsi un’idea dell’unicità del grande artista nell’universo del rock mondiale
Sono uscito dal cinema con una sensazione di bellezza e onestà per quello che avevo appena visto. Arrivato a casa, ho messo sul piatto la mia copia originale di Nebraska e di filato ho iniziato a scrivere di questo film sincero e illuminante su chi è Bruce Springsteen.
Parlo di Springsteen. Liberami dal nulla, il film di Scott Cooper che uscirà domani 23 ottobre nei cinema e che racconta un piccolo pezzo della sua storia, ovvero di quando dopo The River si ritrova con il successo addosso e una depressione che lo mangia giorno dopo giorno nella sua nuova casa sul lago.

Per certi versi è la “ solita vecchia storia”: non è tanto difficile arrivare in alto, ma arrivarci e scoprire che non c’è quello che ti aspetti. E allora se sei un 30enne di talento ti chiudi in casa, scrivi e incidi canzoni da solo con storie malinconiche e perdenti e lotti con la tua anima e i tuoi fantasmi, che nel film prendono forma nelle immagini di Bruce bambino e i suoi casini familiari con un padre depresso e alcolizzato e una madre disperata che lo protegge ma non sa come fare.
La storia è commovente nella sua sincerità: un uomo che ha tutto per essere felice secondo i canoni del nostro maledetto vivere moderno, che non riesce a stare bene con sé stesso e con gli altri, che distrugge quello che ama, e non sa perché. Nel mentre nascono i pezzi di Nebraska, ma anche quelli di Born in U.S.A., che però diventano quasi un problema per il suo stato d’animo.

La lotta è dura dentro il Boss, fra momenti di grande entusiasmo sul palco quando va a suonare in giro e altri in cui non fa altro che tornare a farsi del male con passeggiate sotto la sua vecchia casa e “giri” in macchina senza meta. Il film racconta la fragilità di un uomo, che ha come tutti noi dei fantasmi dentro che non ha mai veramente affrontato e risolto.
E in mezzo c’è la musica: quelle canzoni nate nella camera da letto della sua casa solitaria e registrate su audiocassetta con un quattro piste lontano anni luce dal livello qualitativo minimo per fare un disco. Ma Bruce non riesce e riprodurre in studio con la E street band quel suono intimo. E il suo amico-manager Jon Landau è costretto a trovare soluzioni per far uscire un disco Low-Fi che almeno non abbia un suono distorto e quindi inascoltabile.
Il regista è rispettoso della storia, e riesce a raccontare con cura e attenzione una vicenda personale molto intima facendo uscire in pieno l’onestà intellettuale di Springsteen. In alcuni punti è un po’ retorico, ma d’altronde anche il Boss lo è nelle sue canzoni, e quindi tutto torna.

Jeremy Allen White, che interpreta Bruce, è l’ennesimo esempio di come si possa diventare dei camaleonti per dare volto e voce ad un personaggio ancora vivente: sulla falsariga di Timothèe Chalamet (Bob Dylan), White si muove e si comporta come Springsteen, e sullo schermo dopo un po’ non vedi più l’attore e la sua faccia (che assomiglia più ad Al Pacino che al Boss), ma direttamente il protagonista della storia. Tutto naturale, così come è naturale la sua voce che interpreta (quando è inquadrato da vicino) le canzoni di Nebraska con convinzione, aiutato anche dal “vero” Springsteen che lo ha assistito e guidato.
Bella storia e bel film: qualcuno ha detto che nel film Springsteen non ride mai per far capire che era depresso. Ma il percorso che racconta la sceneggiatura è efficace così, e rende al meglio lo spirito del libro (omonimo) scritto da Warren Zanes (già chitarrista dei Del Fuegos) che fa da base al racconto. Un operazione che sarà amata dai fans del Boss, ma che aiuterà anche chi non lo conosce a farsi un’idea del carattere e della unicità di Springsteen nell’universo della musica rock mondiale.