“Disclosure Day”, il film n. 37 del regista americano, lo riporta al suo grande amore: la narrazione di fantascienza, al cui servizio si pone la regia. Tra atmosfere oniriche, misteri da svelare, protagonisti inseguiti da oscure forze. E soprattutto gli extraterrestri, che peraltro si vedono poco, come gli effetti speciali. Perché omini verdi e dischi volanti sono un buon pretesto per affrontare temi come l’empatia, la fede nel prossimo, la pace universale attraverso la conoscenza, il potere della verità. Ma se il nostro mondo fosse tanto più grande di quanto abbiamo sempre creduto, saremmo in grado di capirlo?
Una carriera lunga più di mezzo secolo, portata avanti a colpi di Oscar e capolavori immortali in qualunque genere cinematografico, dalla commedia all’horror, dal fantasy al musical, dal dramma storico al cartone animato. Eppure, il nome di Steven Spielberg resterà per sempre legato all’universo della fantascienza su pellicola. Vuoi per quella innata visione magica del racconto per immagini, ben ricostruita nell’autobiografico The Fablemans; vuoi per la capacità di capire prima di tutti gli altri che il cinema, quello vero, quello del grande schermo e della sala buia, poteva e doveva essere fatto della sostanza di cui sono fatti i sogni.
Proprio di sogni, in un certo senso, parla il suo nuovo Disclosure Day, ora nelle sale italiane, preceduto da trailer “blindati” quanto basta per ingolosire lo spettatore senza raccontare quasi nulla della trama. Il trentasettesimo lungometraggio del cappellino da baseball più famoso di Hollywood è un gradito ritorno proprio a quelle storie che ne avevano decretato l’ascesa nello stardom mondiale della macchina da presa. Atmosfere oniriche, misteri da svelare in corso d’opera, protagonisti inseguiti da oscure forze governative e, soprattutto, gli alieni con la A maiuscola, addirittura con citazioni dirette da Roswell alle più recenti polemiche sui documenti secretati riguardanti i cosiddetti “U.A.P.” (Unidentified Aerial Phenomenon).
Eppure, a dimostrazione che il vecchio mago (ottant’anni a dicembre) ha ancora qualche trucco nel cappello, ecco la prima sorpresa: Disclosure Day è un film sugli alieni, ma di alieni se ne vedono proprio pochini. È un film di fantascienza, ma quasi senza effetti speciali. Delusione, dunque? Tutt’altro. La regia, quasi da serie tv (qualcuno ha detto X-Files?) e ben lontana dagli spettacolari standard spielberghiani più fracassoni, è per una volta al totale servizio della narrazione, anziché il contrario, supportando una tensione crescente fatta principalmente di dialoghi e personaggi magistralmente costruiti. In questo, una nota di merito va senza dubbio riconosciuta alla sceneggiatura di David Koepp, fedelissimo di Spielberg dai tempi di Jurassic Park, capace di alternare in maniera estremamente efficace scene d’azione un po’ naif e momenti di spiegone più filosofico che scientifico.
E di filosofia ce n’è, eccome: come già in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (di cui il film è quasi un seguito non dichiarato) e in parte in E.T. l’Extraterrestre, anche stavolta siamo dalle parti di quel filone della fantascienza che vede in omini verdi e dischi volanti soprattutto un buon pretesto per affrontare tematiche decisamente più terrestri, come l’empatia, la fede nel prossimo o addirittura la pace universale attraverso la conoscenza. A diffondere il verbo sono innanzitutto i due ottimi protagonisti, le cui vicende procedono, come da manuale hollywoodiano, su due strade parallele e in montaggio alternato, per incrociarsi ovviamente nel gran finale.
La parte più action è affidata a Josh O’Connor, uomo qualunque e whistleblower in fuga con un segreto che potrebbe cambiare le sorti di una Terra vicina al collasso. L’altro versante, quello più introspettivo, ha il volto e la recitazione di una Emily Blunt ancora una volta in puro stato di grazia: è lei, più di tutti gli altri, a incarnare a meraviglia lo spirito di un film capace di prendersi estremamente sul serio ma senza mai rinunciare a stupire, come nei classici del genere. Sul fronte dei cattivi (ma fino a un certo punto) giganteggia poi Colin Firth, man in black pronto a tutto pur di salvare l’umanità dal peso di una consapevolezza troppo grande da abbracciare.
Difficile dargli torto: Disclosure Day lascia il segno nello spettatore proprio per la sua capacità di sollevare domande profonde, anziché dare facili risposte. Domande sul corretto utilizzo del potere della verità. Domande sulla necessità di credere in qualcosa d’altro dopo aver smarrito la fede in noi stessi. Ma, soprattutto, la domanda che da sempre guida la science fiction di Spielberg, fatta di alieni dall’aura messianica, biciclette volanti e sguardi meravigliati di bambini che non hanno ancora perso la capacità di sognare: se davvero il nostro mondo fosse infinitamente più grande di quanto abbiamo sempre creduto, saremmo capaci di accettarlo?
Disclosure Day di Steven Spielberg, con Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell