Il Presidente, protagonista del film n. 11 del cineasta napoletano, è un po’ democristiano, vedovo con figlia devota accanto, alla fine del suo mandato. E deve decidere se graziare o no due imputati di omicidi particolari e firmare una legge sull’eutanasia molto delicata. Toni Servillo, al settimo film col suo regista complice, premiato a Venezia con la coppa Volpi al miglior attore, è straordinario. Quanto all’autore mostra un’opulenza visiva e una pulsione immaginifica che irrora tutta la storia, anche quando sembra solo realistica: ma dentro ci sono sempre il tempo, la memoria e l’amore
Dopo le affollate anteprime mattutine che hanno fruttato 300.000 euro, arriva in sala l’undicesimo e bellissimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia (ma ci vorrà la maiuscola?), che a Venezia ha incoronato con la Coppa Volpi quello straordinario attore che è Toni Servillo, alla sua settima esperienza con il regista complice napoletano. Dopo aver diretto film ad personam su Giulio Andreotti (Il divo) e Silvio Berlusconi (il dittico Loro), Sorrentino parla ora di un presidente della Repubblica che non ha connotati precisi, anche se ha connotati un po’ democristiani, è un esperto giurista, assomiglia un po’ a Mattarella ma anche a Scalfaro, entrambi vedovi e con una figlia al fianco che controlla il menù (solo pesce e quinoa) e la scatola delle sigarette.
Ma non è un problema di identità, qui Mariano De Santis, detto “Cemento armato” è giunto alla fine del suo mandato, il semestre bianco, e deve risolvere questioni importanti: se concedere due grazie a due imputati di omicidi particolari, mentre bisogna infine legiferare una legge sulla eutanasia molto delicata. Come sempre l’autore della Grande bellezza e del colorato Parthenope ha un’opulenza visiva e una pulsione immaginifica che irrora tutta la storia, anche quando sembra solo realistica: ma dentro ci sono sempre il tempo, la memoria, l’amore. Qui Sorrentino scrive il suo romanzo visivo stando dentro ai margini, composto ma pieno di fantasia interiore.
La Grazia del titolo è infatti la grazia del Dubbio, ed anche il suo valore per il domani, la grazia quella che era al centro di 8 e mezzo (Fellini è sempre l’angelo custode di Sorrentino), quella che gli permette di ascoltare e premiare la musica rap oltre che assistere alle prime alla Scala. Spazio e tempo nei momenti migliori si confondono in “La Grazia”, che contiene scene buffe come quella con gli alpini, traslati momenti poetici di amarcord e c’è anche un robot antimina che precede il presidente a passeggio per via Condotti. E ci sono anche spiritosi incontri con un’amica storica (la strepitosa e straripante Milvia Marigliano) cui l’uomo chiede in continuazione notizie sul tradimento della moglie amata ma sospetta di avere avuto una relazione.
Ci sono momenti molto surreali (il presidente portoghese battuto dal vento e della pioggia al Quirinale), battute spiritose (“non è una cena, è un’ipotesi soltanto”), c’è la brava Anna Ferzetti nel ruolo della figlia devota, anche lei giurista. E c’è Servillo che, come il suo regista, è capace di muovere lo sguardo e significare un trasloco nel tempo, perché la Grazia, come e meglio di altri suoi film è capace di essere nello stesso tempo estremamente e dolorosamente privato ma anche clamorosamente a altrettanto dolorosamente pubblico.
Scritto con ironia, provvisto del copyright di una melincolia, più ancora che di una maliconia, soprattutto nel finale, il film ha momenti molto sorrentiniani come l’incontro con il Papa black rasta e in moto, che va oltre The New Pope, la serie con Jude Law (Giuda per fare un Papa era già un atto di coraggio). La Grazia è un film che certo piacerà al pubblico, perché dentro c’è, sulla scorta di Kieslowski, dice l’autore, una dirittura morale e un senso etico che se oggi ci guardiamo intorno, sembrano assolutamente di fantascienza, specie nei valori esibiti dalla res publica mondiale.
La grazia, di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida