“Sirat”, un road-movie metafisico nel deserto d’Africa. Fino alla fine del mondo

In Cinema

La ricerca disperata di una figlia scomparsa, la scoperta del mondo dei rave party estremi, un percorso sempre più tragico, tra la vita e la morte, in un nulla reale e simbolico, attraverso montagne e strade impossibili. Sono tanti gli spunti, esistenziali e anche politici, di un film abbacinante sul piano visivo e tematico. Premiato dalla Giuria dell’ultimo Festival Cannes e realizzato da Oliver Laxe, un autore nato in Galizia, cresciuto in Francia e affascinato dal Corano e dall’incontro tra spiritualità diverse

Un rave party nel deserto marocchino, un paesaggio desolato e magnetico, una folla di corpi seminudi e imperfetti che danzano al ritmo tribale di una musica martellante, invadente, ipnotica. Questa la sequenza di apertura di Sirât, firmato dal regista franco-spagnolo Oliver Laxe e prodotto dai fratelli Almodóvar, premio della Giuria al 78° Festival di Cannes. Come un corpo estraneo Luis (Sergi López) vaga tra la gente del party mostrando a tutti la foto della figlia ventenne Mar: non la vede da mesi, è preoccupato, la sta cercando e qualcuno gli ha detto che potrebbe essere lì. Accanto a lui, come una presenza silenziosa e intensa, il figlio minore Esteban, poco più che un bambino, anche lui ostinatamente convinto di poter trovare la sorella seguendone le tracce, come fossero i sassolini bianchi disseminati da Pollicino nella foresta per riuscire a individuare la strada di casa.

Nessuno riconosce il volto della ragazza stampato sui volantini che Luis distribuisce in giro, e a un certo punto la festa viene brutalmente interrotta dall’arrivo di una colonna di veicoli militari. Ma i due protagonisti non si arrendono e decidono di seguire un gruppo di partecipanti che sembrano avere le idee chiare e sapere dove andare: cioè ancora più all’interno, attraverso le montagne, su strade sempre più impervie, verso il luogo dove altri giovani si sono dati appuntamento per un altro rave, un altro raduno clandestino nel bel mezzo del nulla. Prende così il via un lunghissimo, estenuante, tragico viaggio al termine della notte, inizialmente guidato da una speranza di salvezza che via via si affievolisce, fino a diventare singulto disperato, allucinazione, silenzio.

Cercare qualcuno o qualcosa, scappare da qualcuno o da qualcosa. Queste le motivazioni iniziali dei protagonisti di Sirât. Poi, da un certo punto in poi, l’obiettivo diventa uno solo: sopravvivere. Alla prossima notte, al prossimo passo falso, alla prossima esplosione, al prossimo errore. Però la domanda a cui non si riesce più a trovare una risposta è: sopravvivere perché? In nome di cosa? Per arrivare dove? Una pista che si snoda in mezzo al deserto, un treno che corre verso il nulla. Siamo finiti in mezzo a un campo minato e non ce ne siamo neanche accorti. Intanto che cercavamo qualcosa, intanto che fuggivamo da qualche altra cosa. Un road-movie metafisico, una metafora dolorosa del mondo sull’orlo della terza guerra mondiale, un apologo struggente della condizione di sbigottito smarrimento in cui ci troviamo tutti. Chi più, chi meno. Un film abbacinante, a tratti, che lascia attoniti e sospesi.

Sirât è il ponte sospeso sopra l’inferno che secondo i musulmani separa i credenti dai non credenti, e infatti la didascalia che apre il film cita le parole del profeta Maometto: «sottile come un capello e affilato come una spada». Il regista e sceneggiatore Oliver Laxe, classe 1982, originario della Galizia, cresciuto in Francia e affascinato dal Corano, e in generale dall’incrocio tra spiritualità e tradizioni diverse, parte da questa immagine per raccontare con atroce realismo un viaggio prima di tutto interiore: inevitabilmente simbolico, lisergico, tra la vita e la morte, il miraggio e il disincanto, da nord a sud, fino al cuore nero dell’Africa, fino alla fine del mondo. In cerca di un’impossibile redenzione.

Siratdi Oliver Laxe, con Sergi López, Bruno Núñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Richard Bellamy

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