Shozo Shimamoto. La concreta spiritualità della performance

In Arte

Cardi Gallery Milano presenta fino al 10 Luglio 2020 una grande mostra personale dell’artista giapponese Shōzō Shimamoto (Osaka, 1928-2013), performer, pittore e co-fondatore del movimento Gutai. Un’occasione per riscoprire un grande Maestro che anticipò Fluxus e superò le istanze pittoriche dell’Action Painting, per arrivare a soluzioni originalissime e di grande potenza estetica ed espressiva.

È in corso alla galleria Cardi di Milano la mostra dedicata a Shōzō Shimamoto, lo straordinario artista giapponese diventato celebre per avere fondato nel 1954, con Jiro Yoshihara, il movimento Gutai. Termine traducibile con «concreto» nel senso di «possibilità di rendere concreta, attraverso la materia, la spiritualità», Gutai prendeva spunto dall’arte astratta occidentale del secondo dopoguerra per arrivare a un rifiuto della pittura tradizionale e privilegiare invece l’azione, dando una risposta e uno sviluppo a oriente all’Espressionismo astratto di Pollock e agli Happenings di Allan Kaprow.

Nella fase più tarda della sua esistenza Shimamoto incontra l’Archivio Pari&Dispari di Rosanna Chiessi, protagonista del mondo dell’arte italiana e internazionale grazie al suo impegno con alcune delle avanguardie più influenti del secondo Novecento, nonché fondatrice e presidente dell’Associazione Shōzō Shimamoto fino alla sua scomparsa.

E se c’è una cosa che nel suo ultimo decennio di vita dava grande orgoglio a Rosanna Chiessi era proprio l’amicizia e la collaborazione con Shimamoto, della cui opera non è stata solo cassa di risonanza: aveva partecipato attivamente alla produzione e alla realizzazione di alcune delle performance che hanno reso il Maestro nipponico celebre in tutto il mondo. Questa fama però non è stata, e ancora non è, all’altezza della grandezza di questo straordinario protagonista del XX secolo, nominato per il premio Nobel per la pace nel 1996, che attraverso l’arte proponeva una rifondazione profonda del vivere.

Shozo Shimamoto alla Certosa di Capri. Archivio Rossana Chiessi. Ph Andrea Mardegani

Shimamoto è stato un figlio del dopo bomba. Diciassettenne al momento dello sgancio delle atomiche americane, il suo lavoro – i piedi ben piantati o issato ad altezze vertiginose per sganciare proiettili di pura emozione e deflagrante energia cosmica – non può non rimandare all’orrendo scoppio che cambiò per sempre le coscienze e la natura profonda degli Homo Sapiens. E il suo andare contro la tradizione per rifondare l’arte giapponese, strappandola dall’immobilità di uno spiritualismo obsoleto per lanciarla nell’azione e nella realtà, è conseguenza di quell’incommensurabile trauma e dell’inevitabilità del cambiamento, ed è inscritto anche nel nome stesso del movimento da lui fondato.

Gutai in giapponese significa “concreto” ma anche “calcestruzzo”, che sarà pure un’imprecisione di Google Translate ma rende benissimo la monumentalità del gesto, che è danza cosmica e teatro atavico, e il valore assoluto del colore riportato allo stato di materia e guidato nella sua estrema caduta dal caso, ammesso che il caso esista. Shimamoto parte da Pollock, senza dubbio, ma va in una direzione totalmente impensabile per il Maestro americano grazie alla complessità del contesto. La bomba, appunto. Ma anche, di nuovo, la cultura tradizionale giapponese, artistica e non solo. L’apertura dell’Impero del Sol Levante al resto del mondo, l’intrusione della cultura del vincitore, il profano che irrompe.

Shozo Shimamoto, Punta Campanella 37, 2008, acrylic and broken glass on canvas, 210 x 233 cm. Courtesy Cardi Gallery

Shimamoto è stato il “Deus ex machina”, la rappresentazione di uno degli dei che nel teatro greco scendeva con un’apposita macchina per far sentire la sua voce e portare alla risoluzione di una situazione oramai irrisolvibile. Non solo quindi nel senso figurato di colui che risolve ma di chi, resosi conto dell’impossibilità di un ragionamento umano di fronte all’azzeramento violento della coscienza, si traveste da Dio e si fa innalzare da un macchinario poderoso, stringendo bottiglioni di vetro-lama pieno di colore-anima, da lasciar cadere per risvegliare almeno l’idea di coscienza schizzandola da un Tao esplosivo, doloroso e suadente.

Il botto stordisce ma risveglia e si può guardare attorno alle macerie del senso e dell’identità, senza l’epica del samurai di Kurosawa ma con la leggerezza del buffone antropologico. Questo, nella mia brutale semplificazione, ha fatto e rappresenta Shōzō Shimamoto, e per questo penso che la sua fama non sia ancora, ignoranza nostra, all’altezza della sua reale grandezza.

Shōzō Shimamoto, Cardi Gallery Milano, fino al 10 Luglio 2020

Immagine di copertina: Shozo Shimamoto, Capri-Certosa13 (2008), acrylic on light canvas, 185x274cm. Courtesy Cardi Gallery