Goodbye Loreto Paradiso

In Interviste, Musica

Abbiamo fatto due chiacchiere con i Selton durante le prove per il concerto di Natale al Circolo Magnolia, conclusione ufficiale del tour di Loreto Paradiso, il loro quarto album uscito a marzo 2016

Riuscire a beccare tutti e quattro i membri dei Selton insieme, a meno che non siano sullo stesso palco o intenti a provare o scrivere, oppure a fare una diretta Facebook, non è così facile come uno potrebbe pensare. I quattro ragazzi di origine brasiliana, made in Porto Alegre, ma ormai adottati dall’Italia, da Milano e in particolare dal quartiere di Loreto, hanno una vita piuttosto frenetica e sono reduci da un tour che li ha portati in giro per tutta la penisola – e in agosto anche allo Sziget Festival a Budapest, Ungheria. Io, però, ci tenevo a intervistarli tutti in un colpo solo, per fare insieme un bilancio del 2016 e, come in ogni ultima settimana di dicembre che si rispetti, stilare la lista dei buoni propositi per l’imminente anno nuovo: quella della band e quella di Ramiro, Ricardo, Eduardo e Daniel, quattro individui molto diversi tra loro, ma incredibilmente complementari. C’è quello al primo incontro un po’ più timido, discreto e silenzioso, quello più ironico e sornione, quello più sensibile, curioso e forse più matto – premesso che tutti e quattro sono un po’ folli –, quello più solare ed entusiasta. E magari uno invece non ci ha capito niente, così al primo sguardo, di com’è ogni membro del gruppo, ma sul fatto che siano una squadra che funziona, beh, non c’è alcun dubbio.

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I Selton durante la diretta Fb (Foto di Alessandra Lanza)

Anche la loro musica è un insieme di caratteri diversi. Come ammettono loro stessi, «siamo un gruppo strano». Un po’ apolide, che mescola a un indie-pop suggestioni che arrivano da casa, dal gruppo di riferimento di cui hanno suonato cover per un bel pezzo (i Beatles), da Jannacci, Cochi e Renato, con cui collaborarono per il primo album, e da molte altre influenze ancora, in una sorta di sincretismo musicale ormai riconoscibile e sempre più coerente con se stesso. Comunque, per prendere quattro piccioni con una fava, è andata a finire che il giorno della Vigilia ho interrotto le loro prove per il concerto di Natale al Circolo Magnolia, conclusione ufficiale del tour di Loreto Paradiso, il loro quarto album uscito a marzo 2016; che ci siamo sfondati di cibo cinese nel ristorante di fronte a casa Selton e che, per concludere, mi sono

improvvisata tecnico degli effetti speciali, tirando neve finta durante la loro performance live su Facebook. La versione natalizia di Hokkaido Goodbye, ultimo brano del disco, è andata in scena nel cortile del loro palazzo, con partecipazione imprevista degli altri inquilini che si trovavano a passare di lì e che da un lato li adorano, dall’altro scuotono la testa, forse pensando “che diavolo si saranno inventati questa volta?”. Il tutto, condito da salsa di soia – del ristorante –, molte risate – della sottoscritta –, parecchie parole in portoghese – dei Selton, che tra di loro si esprimono ovviamente nella lingua natia e «il giorno che parleremo tra di noi in italiano vorrà dire che è successo qualcosa di molto strano» -, e da tanti, tantissimi superlativi – sempre dei Selton, ma dopo un po’ ho iniziato a utilizzarli anche io, contagiata dalla loro energia.

Un’energia deflagrata come non mai sul palco del Magnolia, regalata ai fan insieme a una buona dose di commozione che ha rotto la voce di Ramiro al momento dei saluti, con l’addio a Loreto Paradiso. Dopo un live senza cali di tensione e con una carrellata di ospiti ormai “di famiglia” – Ghemon, per ben due brani, Giorgieness, in una versione di Piece Of My Heart da lasciare a bocca aperta, Federico Dragogna de I ministri con I Follow Rivers e Walzer, grande interprete di All I Want For Christmas Is You – i ragazzi sono letteralmente saltati in mezzo alla folla per una versione unplugged di Voglia di Infinito, buona abitudine in tutti i live, ma ancora più sentita delle altre volte. Insomma, una dose di bella musica, gioia e adrenalina che ha chiuso davvero in bellezza gli ultimi mesi, intensi «da sembrare anni», ha sottolineato ancora Ramiro, con gli occhi lucidi.

 

Ragazzi, il 2016 è l’anno di Loreto Paradiso. Che anno è stato e come è iniziato?

Ramiro: è iniziato proprio a bomba perché l’uscita di Loreto Paradiso in marzo era stata preceduta dal singolo Buoni propositi in dicembre e a febbraio avevamo già iniziato il tour. A marzo avevamo anche organizzato quell’evento [ndr. 3 tonnellate di sabbia, palme e sdraio catapultate nel solito cortile per lanciare il nuovo album] e da lì è stato un casino incredibile e tutto è successo super in fretta!

Ricardo: diciamo che l’anno è cominciato normalmente, poi con l’uscita di Voglia d’infinito e del disco c’è stato un boost ed è stato tutto più intenso, tanto che non ci siamo mai fermati fino a ora che siamo a tavola con te.

Daniel: è stato un tour un po’ anomalo, in verità. Il fatto che sia partito prima dell’uscita del disco ha dato vita a un’esperienza bella e strana. Bella perché nonostante la gente non sapesse cantare i pezzi, veniva ai concerti ed era molto attenta nell’ascolto. È un’esperienza diversa, cominciata con un punto di domanda: non sapevamo che cosa sarebbe successo e se quel disco, che era per noi qualcosa di meraviglioso, lo sarebbe stato anche per gli altri. Insieme all’ansia, poi, c’era la voglia di tornare in furgone e di tornare a suonare sui palchi.

Eduardo, per gli amici Dudù, non dice nulla, aspettando la prossima domanda. Che in realtà non è una domanda, bensì la proposta di un brainstorming di parole relative a Loreto Paradiso, che procede in educato senso antiorario e in cui vengo coinvolta anch’io. Trattandosi di flusso di pensieri, non attribuirò la paternità o maternità delle parole – ma posso assicurare che l’unica volgare è uscita dalla bocca della sottoscritta, presa alla sprovvista dal coinvolgimento nel gioco.

Sabbia – chilometri – gioia – felicità – furgone – voglia – Daniel interrompe, sapendo che la parola “voglia” richiamerebbe subito “infinito”, ma opta per “cambiamento” – novità – concerti – shimbalaie – gente sempre più gente – stanchezza – cazzo – spinta – lavatrice – identità – pulsione di vita o benzina – serenità –emozione.

La vena si esaurisce, e torno alle domande.

Cos’ha rappresentato per voi come band il 2016?

Ricardo: stavolta abbiamo avuto la sensazione che la gente, come non mai, ha capito chi sono i Selton. Ci siamo sempre reputati una band strana, un po’ bizzarra: siamo brasiliani, viviamo in Italia, prima vivevamo a Barcellona e cantavamo le canzoni dei Beatles in inglese… Ora, in qualche modo, siamo autorizzati a essere strani.

Ramiro: sì, era quello che intendevo con la parola “identità” [ndr. da lui pronunciata nel brainstorming di cui sopra]. È come se dopo un lungo processo avessimo trovato la nostra identità e avessimo dato alle persone la chiave per entrare nel nostro mondo. La gente ora può dire: “ok, questi sono i Selton”, ed è per noi un grande traguardo.

Daniel: il fatto che la gente sia riuscita a capirci di più ha creato tra loro e quello che vogliamo proporre un legame maggiore, permettendoci di avere più pubblico. Dal punto di vista della band è stato un anno fighissimo.

I Selton durante il concerto di Natale @ Magnolia (Foto di Alessandra Lanza)
I Selton durante il concerto di Natale @ Magnolia (Foto di Alessandra Lanza)

Sembrate molto uniti… Ma ogni tanto capita anche qualche discussione, come in una qualunque famiglia?

Daniel: la parola “famiglia” è la parola giusta. Sì, a volte ci sono delle incomprensioni, ma le affrontiamo sempre nel modo più empatico possibile. Cerchiamo di essere sensibili l’uno con l’altro e di aver molta cura del nostro rapporto.

Ricardo: io credo che questo ci renda un gruppo coi “controcazzi”, affrontare queste cose non è facile. In molte band e in molti rapporti si lascia correre e le tensioni spesso rimangono. Affrontarle è difficile, ma paga sempre, perché fa pulizia. Quindi, siamo dei duri.

Ramiro: abbiamo personalità molto diverse e complementari, ma nel vivere e lavorare insieme, nell’essere famiglia ed essere amici, ogni tanto può esserci uno scazzo. Come diceva Fisch [ndr. Ricardo], però, affrontiamo le cose e questo ci rende ancora più uniti. È una scoperta che abbiamo fatto in questo percorso: che la nostra unione è la nostra forza più grande.

Ricardo: quando saremo vecchi e daremo corsi su come tenere una band, questa sarà una delle lezioni.

Ricardo lo dice un po’ sul serio e un po’ scherzando. Ma in fondo ci crede davvero, e scavando nel background dei ragazzi si scopre che molti di loro tengono corsi di musica, canto, produzione artistica. La branca dell’insegnamento, insomma, fa già parte di loro. E poi c’è molto altro: Ramiro e Daniel partecipano ai progetti musicali di altri autori e band, Eduardo fa il grafico, disegna e insieme al fratello ha una marca di occhiali da sole, Ricardo lavora per Godzilla Market, agenzia che si occupa di booking per i concerti, Daniel per Musicraiser, piattaforma di crowdfunding per la musica. E tutte queste abilità vengono impiegate per promuovere i Selton a 360°, dando loro un buon livello di indipendenza. Dopo il rapido excursus sulle identità personali, torno al tema dell’identità del gruppo.

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I Selton durante il concerto di Natale @ Magnolia (Foto di Alessandra Lanza)

Se vi foste stabiliti in un altro quartiere, l’album avrebbe potuto chiamarsi forse Navigli Paradiso. Loreto ha contribuito molto alla vostra identità?

Daniel: io credo di no. “Loreto” e “Paradiso” sono due parole che suonano da Dio insieme. Mi sembra sia stato Fisch ad accorgersene. Ma sulle influenze, credo che se fossimo vissuti in Città Studi sarebbe stata la stessa cosa. Solo, non si sarebbe chiamato Città Studi Paradiso perché suona male!

Eduardo: a noi interessava parlare del luogo in cui siamo e soprattutto trasmettere il concetto che non importa essere in un determinato posto, quanto accettare il posto in cui si è, bello o brutto che sia.

Ricardo: è un po’ il concetto di “____________ Paradiso” [ndr. Ricardo dice proprio “fill in the blank”]. Avevamo anche creato degli adesivi apposta, poi però temevamo di avere problemi con la polizia. Volevamo incollarli in giro per la città, in modo che ci fosse di fianco a parole come “Loreto”, “90”, “Navigli”… la parola “Paradiso”…

Daniel: in un senso come di accettazione e di trasformazione…

Ricardo: …Alzaia Naviglio Paradiso, Ludovico il Paradiso, Porta Paradiso

 

Alzaia Naviglio Paradiso suona benissimo! Ormai siete in Italia da quasi dieci anni. Vorreste continuare a vivere qui?

Ramiro: qui adesso ci troviamo molto bene.

Ricardo: e ci sentiamo come legati da un destino. Non contempliamo per ora la possibilità di vivere altrove, ma ci piace sempre pensare, nel nostro immaginario di band, che se volessimo potremmo andare via.

 

Il tour, con il concerto di lunedì 26 sarà ufficialmente finito [ndr. oggi possiamo sostituire il futuro con un passato prossimo]. Questa data così prossima alla fine dell’anno cosa rappresenta?

Ramiro: la fine di un processo per noi super importante e super veloce, perché il disco non ha neanche compiuto un anno. Ma simboleggia anche l’inizio di qualcosa di nuovo: da gennaio vogliamo tuffarci in un nuovo momento creativo, continuare a scrivere cose che già stiamo scrivendo e cominciare a dargli forma.

Nel frattempo arriva molto altro cibo e l’intervista va in pausa per consentire la masticazione, in cui si consumano piatti deliziosi e chiacchiere tra “fuori sede”.

 

Entriamo nel 2017. Avete già idea di come suonerà il prossimo album?

Daniel: è sempre una sfida, e forse una sfida bellissima, scoprire come va vestita una canzone: da un beat hip hop, piuttosto che in un modo super pop, oppure rock. Noi possiamo fare un po’ quello che ci pare con una canzone, ma rispettandone la scrittura. Partiamo sempre dal materiale grezzo che abbiamo in mano e costruiamo attorno al pezzo. Ora che abbiamo un’estetica molto nostra e definita, sappiamo piuttosto bene quali sono i punti di partenza: ma resta un esercizio stilistico fantastico cercare quale vestito potrebbe stare bene, nella somma di canzone, arrangiamento, estetica e di cosa comunica…

Ramiro: per adesso il nuovo album è ancora un mistero, siamo ancora nella fase di scrittura. Poi ci sarà ancora un lungo processo che va dal concetto, da quello che vorremo comunicare, fino, appunto, all’estetica. È vero, abbiamo trovato la nostra identità, ma ci vuole sempre e comunque un’evoluzione. La scopriremo.

Nella fase di scrittura e di arrangiamento vi avvalete sempre dell’aiuto di tanti amici. Dente per esempio vi ha sempre dato una mano con i testi, Federico Dragogna dei Ministri nella parte relativa al suono. Spesso tra musicisti e band c’è uno scambio sia dietro le quinte, sia sul palco. Quindi vi chiedo: per il prossimo album avete in mente qualche featuring?

Eduardo: è ancora presto. Sappiamo che abbiamo amici e persone su cui possiamo contare, ma siamo ancora in un momento molto embrionale.

Ricardo: e poi il disco è un momento ben diverso dal live. Quando abbiamo iniziato, suonavamo i Beatles per la strada [ndr. quella polverose del Parc Guell di Barcellona, dove i Selton come band ebbero origine]. Arrivati a Milano siamo diventati praticamente resident band del Nidaba Theatre [ndr. un localino in via Gola]: credo ci suonassimo una volta ogni due settimane. Il nostro modo per conoscere persone era chiamarle sul palco a suonare con noi, una tradizione bellissima in cui abbiamo coinvolto tutti, da Enrico Gabrielli a Gianluca De Robertis, da Roberto Dell’Era a Dente. E tutti quelli che conosciamo vorremmo che prima o poi salissero con noi sul palco.

Ramiro: ci è sempre piaciuto questo scambio, e questo fare un po’ collettivo. Credo sia una cosa che ci accompagnerà sempre, in qualche modo. Sul disco, vedremo. Se avrà senso chiamare qualcuno di questi lo faremo.

Daniel: per lo scorso album abbiamo provato a chiamare Devendra Banhart, ma non ci ha risposto!

 

Parliamo di riti propiziatori per il nuovo anno: sono curiosa di sapere se i Selton ne hanno uno particolare. Loro mi raccontano di alcune usanze brasiliane, come quella di tuffarsi nell’oceano per saltare sette onde. «Lì però adesso è estate – spiega Eduardo – Se lo facessimo qui non credo sopravviveremmo».

Nella vostra Buoni propositi cantate che ogni anno buttate un po’ di sogni nel cesso. Quali sono gli intenti disattesi durante quest’anno e quelli che vi riproponete?

Daniel: io ho fallito in quello che è il mio principale buon proposito per l’anno prossimo: fare sport!

Ramiro: io già nel 2015 andavo in piscina e mi ero promesso di andare quest’anno tre volte a settimana. Per un po’ l’ho fatto, poi ho mollato: durante il tour estivo è stato impossibile e dopo il tour non ho ripreso. Ma da gennaio voglio ricominciare con le tre volte a settimana!

Eduardo: anch’io voglio andare in piscina, voglio evolvere come essere umano… Trovare la mia spiritualità, la mia pace interiore, e basta. Questo voglio.

Forse è più facile fare sport, che trovare la propria pace interiore.

Eduardo: no, davvero, fare sport è la cosa più difficile del mondo!

Ricardo: io vorrei conquistare il mondo. Per quest’anno ho lasciato correre, ma prima o poi ci riprovo.

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Tra i buoni propositi della band c’è quello del tour europeo, che nel 2016, a parte la data allo Sziget Festival, non si è realizzato. Per il 2017 ce lo potremmo aspettare. Gli altri buoni propositi, tra cui potrebbe esserci un Sanremo e magari un disco d’oro, sono stati scritti su bigliettini firmati e ora sigillati in una busta, che ci siamo promessi di riaprire il prossimo anno, per scoprire se questa volta saremo stati più bravi dell’ultima…