Intervista a Francesco Gravino, “papà” del teatro più piccolo del mondo
Dall’osservazione quotidiana di uno spazio dimenticato, nasce un’idea capace di reinventare il rapporto tra arte drammaturgica e vita cittadina. Francesco Gravino, regista e ideatore di Foyer ‘97, racconta come una piccola edicola di provincia si sia trasformata in un teatro intimo e sorprendente, dove pubblico e attore condividono lo stesso respiro. Un progetto che unisce riqualificazione urbana e sperimentazione artistica, con l’ambizione di diventare presto un format culturale diffuso su scala nazionale.
Com’è stata partorita l’idea del Foyer ‘97?
È nato tutto da una semplice osservazione urbana; io vivo San Severo, in provincia di Foggia, e quotidianamente passavo davanti a quell’edicola, che tra l’altro era anche l’edicola dove io andavo a comprare i quotidiani fin da ragazzino. Poi è chiaro che quell’edicola che un tempo era un luogo di diffusione di informazioni ha acceso in me il desiderio e la possibilità di trasformarla comunque in uno spazio culturale contemporaneo. Quella piccola edicola di paese che prima vendeva notizie, oggi regala storie.
C’è stata un’eventuale difficoltà nella realizzazione di questo progetto o è filato tutto liscio?
Il signor Pino Frau è il proprietario dell’edicola; ho chiesto a lui il permesso di realizzare questo progetto e lui ce l’ha concessa gratuitamente per mettere in atto quest’iniziativa che ovviamente è stata inaugurata in occasione del 27 di marzo, giornata internazionale del teatro. Per quell’occasione abbiamo replicato le pièce per tre giorni, dove ogni quarto d’ora c’era il pubblico che cambiava e ogni mezz’ora cambiava anche l’attore. Per ogni esibizione c’era comunque la fila del pubblico che voleva accomodarsi su una di quelle sei sedie disponibili; abbiamo voluto mettere in scena vari pezzi del teatro, quelli più classici, s’intende, da Euripide a Gaber, da a Cechov a Stefano Benni. Si sono avvicendati in totale undici attori “a rotazione”.

Al di là dell’aspetto artistico, che cosa rappresenta per te questo piccolissimo e al contempo grande spazio culturale?
Intanto è sicuramente una bellissima riqualificazione urbana e in seguito può essere anche letto come un riscatto culturale per un paese di provincia che forse in passato è salito alla ribalta solo per qualche notizia un po’ negativa. Poter annoverare San Severo tra una delle iniziative culturali più frizzanti e nuove a livello culturale rappresenta un riscatto artistico per tutti i cittadini.
Secondo te quale sarà l’evoluzione di questo progetto nei mesi a venire?
Stiamo lavorando molto e, immaginando in grande, c’è il desiderio di farlo diventare un format a livello nazionale: l’idea è quella di coinvolgere cento edicole in cento città italiane che un giorno potrebbero – in contemporanea – andare in scena. È proprio un’idea di condizionare in toto il panorama teatrale italiano. In tante città ci sono edicole abbandonate e alcune sono già state dismesse, addirittura anche rimosse. Però, secondo me, potrebbe diventare un presidio culturale interessante: trasformare qualcosa affinché si possa diffondere cultura e divertimento.
Quali sono state per ora le reazioni del pubblico?
Per ora molto entusiaste, perché si integrano appieno con l’esperienza performativa. Oltretutto hanno vissuto questa esperienza, recuperando la relazione attore-spettatore, poiché inevitabilmente si è accorciata la distanza a un metro di spazio. Ogni spettatore sente e avverte il sospiro e il respiro dell’attore, cosa che non ci si può sempre permettere in un teatro convenzionale. Questo nostro modo “non convenzionale”, cioè quello di portare il teatro all’interno di spazi insoliti, noi lo pratichiamo ormai da anni. Io in passato ho curato una regia dedicata all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters all’interno di un cimitero, oppure un reading a 40 metri sul campanile di una chiesa, come chiave di lettura metaforica che insegnasse la necessità di cambiare prospettiva per giudicare la realtà circostante. Non in ultimo l’omaggio a Moby Dick di Melville, in una regia che ha visto gli attori recitare su una barca in mezzo al lago e il pubblico sulla terraferma ad assaporarsi la scena. Questo nostro modo di fare il teatro è diventato, praticamente, una nostra cifra stilistica.
Quindi ti fai condizionare dal setting?
Leggere gli spazi e trasformarli in luoghi fruibili per lo spettatore è la cosa che più mi interessa. Poi, se ci si pensa bene, proporre La tempesta di Shakespeare esclusivamente su un palcoscenico o all’aperto davanti al mare non è la stessa cosa. Gli spettatori vivono un’esperienza unica, e intanto Shakespeare torna a rivivere in un modo inusuale.
So che siete in odore di Guinness World Record? Ti farà piacere essere etichettato come “il papà” del teatro più piccolo del mondo?
Certamente! Ci stiamo lavorando. Abbiamo scoperto che attualmente quello più piccolo è ubicato in Austria ed è dotato di otto posti. Noi ci candidiamo per sei posti a sedere! Diciamo che anzi che costruire un Teatro alla Scala, abbiamo fatto un teatro…in scala!