Sabato 8 e domenica 9 novembre scorsi si è tenuta al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, Seeing Beyond Fading, una mostra interamente dedicata al nuovo progetto dell’artista visivo Daniele Costa (Castelfranco Veneto, 1992), realizzato in collaborazione con Careof e con il Master in Death Studies & the End of Life dell’Università di Padova diretto da Ines Testoni, con sonorità a cura del designer sonoro Mauro Martinuz e musiche di Shanti Banton e Andrea Venerus. Una video installazione sulla dissolvenza del calore dalla vita al decesso, e sulle strutture sanitarie per l’accompagnamento alla morte, il cui titolo è preso dal linguaggio del montaggio dove fade in e fade out segnano l’apparire e lo svanire dell’immagine, e di cui Costa sovverte il significato cercando di vedere oltre la dissolvenza.
L’ultimo incontro con mio padre fu nella stanza di un hospice, uno di quei luoghi pietosi che accolgono, racchiudono e accudiscono con perizia e amorevolezza la dignità delle ultime ore di chi sta per andarsene. La sua mano calda, sollevata tra le mie, appoggiata sul mio viso stanco mentre lui giaceva inerme ormai prossimo alla fine, è il mio ultimo ricordo, tattile e quindi eterno, dilatazione oceanica e cosmica del momento presente. Gli dissi all’orecchio, e chissà se ancora mi sentiva, che sarei tornato la mattina dopo, che troppe erano state le notti insonni e dovevo riposare, ma che la prossima sarei stato al mio posto, vicino a lui. Tornai poche ore dopo, svegliato dalla telefonata gentile e meccanica che mi annunciava che era mancato, poco dopo la mezzanotte, l’ultimo giorno d’estate.

Mi sono spesso chiesto come siano state le ore fatali di quella notte, l’unica dopo mesi di presenza costante, proprio quella notte, indeciso se gioire o dolermi di quell’assenza. Un amico mi fece notare che la Morte aveva aspettato che mi distraessi, per venire a prenderselo. Non vuole pubblico, quando lavora. Anche le figure che circondano il corpo morente protagonista di Seeing Beyond Fading dell’artista Daniele Costa sono distratte. Quando il ritmo sempre più lento e rigido del respiro si interrompe, quelli che sembrano essere parenti della figura che davanti ai nostri occhi lascia la vita guardano il telefono, forse aggiornano la famiglia degli sviluppi, forse scrollano un social per uscire dalla pesantezza di ghisa di quell’attesa. E quando si alzano per controllare è già tutto finito. Una carezza, un bacio in fronte, una piccola pacca sulla spalla dall’inequivocabile sapore del “ciao, vecchio mio, buon viaggio”.

Non credo ci sia niente di eroico, nell’esserci. Proprio mio padre mi raccontava di aver tenuto anni prima la mano a un’amica, ironia della sorte nel suo stesso hospice, nel momento in cui si spegneva. Una percezione proprio di spegnimento, non visibile ma percepibile al tatto. La sua mano sul mio volto, nelle sue ultime ore, pur nell’agonia erano mani vive, presenti. Quando si trapassa, diceva, senti che all’improvviso l’altro non c’è più. Una sensazione, prima. Poi il respiro. E infine il calore.
Su questo ha giocato Daniele Costa. La scena, girata in un hospice, è ripresa da videocamere termiche. Le figure umane, dal morente ai parenti al personale della struttura, sono macchie antropomorfe di colore in movimento, e il soggetto della ripresa, anche se non arriva a mostrarci il freddo del suo corpo, perde pian piano la carica delle tonalità di rosso acceso e giallo vibrante. Tutto è nebuloso, colori caldi circondati da tinte fredde, dalle quali la forma di cose e persone si percepisce e si perde, si cristallizza e sfuma di continuo.

È un’opera meditativa, quella di Costa, che richiede silenzio, attenzione, pazienza ed empatia. Non può essere attraversata con la frettolosa leggerezza che siamo soliti concedere all’arte contemporanea in genere. Ogni minima variazione cromatica è un segnale di vita, o di morte, che va letto nel suo significato singolare e generale, individuale e collettivo. È la banalità inaccettabile della fine della vita, accudita con dovuta pietas e trattata come fatto medico, contenitore freddo di tinte calde, angoscia primaria e ciclicità esistenziale necessaria. Mentre tutto attorno il silenzio è riempito dal ronzio e dalle scariche, e le barelle, ripulite dall’ultimo passaggio, girano l’angolo e spariscono nel buio, tra l’azzurro e il blu scuro, del corridoio.