Se un giorno ci sarà una nuova Norimberga

In Arte

Quello che succede a Gaza corre più veloce dell’inchiostro, cancella le opere d’arte con cui si vorrebbe raccontare con gli strumenti del nostro mondo quello che il mondo ci rimanda indietro con immagini devastanti. Le riflessioni di Andrea Penzo e Cristina Fiore.

Volevamo scrivere un articolo sul diritto al dissenso: dire che la fede non basta e la terra non è tutto. Ricordare che l’ebraismo è una costellazione di pratiche e obiezioni, non un blocco compatto; che dentro quella pluralità la critica allo Stato d’Israele non è una bestemmia ma uno dei modi, storici e presenti, in cui una tradizione mette alla prova se stessa. Volevamo intrecciare a questo un contrappunto d’immagini — Yael Bartana, …And Europe Will Be Stunned — capace di spostare il baricentro dal destino statale all’etica della convivenza. 

Yael Bartana, …And Europe Will Be Stunned, 2007–11

Volevamo scrivere dei banchi da chiesa come soglia, di Gaza vista dal legno liscio di una cattedrale che diventa rifugio civile, dove la liturgia tiene insieme i corpi più della retorica, mentre l’Europa, con l’Italia dentro, fatica a trasformare parole troppo lievi in leve efficaci. Volevamo usare immagini di artisti come Mona Hatoum, Prayer Mat e Alfredo Jaar affiancate alla Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza che, prima delle bombe, era un luogo di preghiera come tanti. 

Detail of Mona Hatoum, Keffieh (1993-99), collection of the Museum of Modern Art, NYC

Volevamo scrivere dell’economia dello sterminio: di come il linguaggio disumanizzi, l’interesse contabilizzi e la giustizia si faccia intermittente; e di come l’arte possa trasformare l’emozione in prova — a partire da Lawrence Abu Hamdan e Rubber Coated Steel — perché il suono degli spari diventi responsabilità e la memoria, criterio.

Lawrence Abu Hamdan, Rubber Coated Steel, 2016 (video still)

Ma i fatti hanno corso più veloce dell’inchiostro e le opere, per questo articolo, si sono fatte nulla. 
Questo perché, nella Striscia, le foto dei bambini che muoiono non smettono di arrivare e loro non sono, mai, un effetto collaterale neutro: minori e civili muoiono di fame e carestia. Questa non è una guerra e i dati non sono opinabili perché vengono da fonti certe e neutrali. A segnalare i picchi di decessi per malnutrizione sono OMS, UNICEF, OCHA. I numeri che pubblicano sono numeri di un delitto che si potrebbe evitare: l’ostacolo agli aiuti non è un teorema, è un atto. Si dirà: “Hamas addestra i bambini, e dunque…”. Anche questa non è una giustificazione, non si possono far girare con orgoglio le immagini di piccoli soldati arabi come giustificazione di un massacro di minori. Il diritto internazionale non consente scorciatoie morali. L’Articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra vieta in modo espresso pene collettive: “nessuna persona protetta può essere punita per un’offesa che non abbia personalmente commesso”; la dottrina consuetudinaria dell’ICRC ribadisce il divieto di punizioni collettive (Rule 103). Anche quando un gruppo commette crimini, non esiste un “popolo terrorista” per diritto, figuriamoci dei bambini.

Nuremberg Municipal Museums, Memorium Nuremberg Trials; Photo: Tim Hufnagl

Far intendere che tutte le immagini dei piccoli morti per malnutrizione sarebbero in realtà immagini di bimbi soldato colpiti perché erano essi stessi il bersaglio, forse è ancora più atroce che considerarli effetti collaterali. L’OPAC, non a caso, impone agli Stati di impedire il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati; i Paris Principles fissano standard operativi per il rilascio e la reintegrazione dei bambini associati a forze e gruppi armati. Nessun testo autorizza a considerare “bersaglio legittimo” un bambino, manipolato o no. Mai. Se così fosse, quel minore sarebbe comunque da considerare una vittima da salvare ancor più per il fatto che venga utilizzata in maniera impropria e devastante da un qualsivoglia adulto, per buona pace di quel “mi definisca un bambino” che ha fatto saltare sulle sedie la coscienza degli italiani. 
Chi documenta tutto questo spesso, poi, paga. Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti registra che la guerra di Gaza è il periodo più letale mai attestato per i reporter dal 1992; “quasi il 70%” degli uccisi nel 2024 lo è stato in episodi attribuiti a Israele. Il diritto è chiaro: i giornalisti sono civili ai sensi dell’Articolo 79 del Protocollo I e della Regola 34 ICRC e devono essere protetti, salvo il caso — temporaneo — di partecipazione diretta alle ostilità. Diritti non rispettati non sono “incidenti”: sono violazioni. Certo, non servivano le citazioni legislative per sottolineare l’ovvio, ma sembra che invece di scontato non ci sia proprio più nulla in questo presente devastato dalla mancanza di comprensione e di empatia. 

Press agencies were sending over 14 million words on the trial to every corner of the world. Picture credit: National Archives, College Park, MD, USA

Siamo davanti a un bivio, sì, ma non è astratto. Il 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta ONU ha pubblicato un’analisi di 72 pagine in cui conclude che a Gaza sono stati commessi quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione, con intento genocidario; Israele respinge le accuse come politicizzate. Però non sono parole leggere, e richiedono una risposta — legale, politica, materiale. E i “non schierati”? La zona grigia oggi non è neutralità: è colpa. Quando un governo rivendica la propria legittima difesa e, nel farlo, colpisce sistematicamente infrastrutture civili e impedisce gli aiuti fino a superare le soglie tecniche della carestia, non possono esserci dubbi. La tabella di marcia non la detta un editoriale: la dettano la mancanza di cibo, gli atti vietati dal diritto di guerra, la protezione dovuta ai civili e a chi li racconta. Questo non assolve Hamas dai suoi crimini, né riscrive il 7 ottobre. Ma ricordiamo un punto elementare, giuridico prima che politico: “terrorista” è un’etichetta per persone e gruppi, non per nazionalità, popoli o bambini. Lo dicono gli strumenti che usiamo ogni giorno, figli delle autorevoli entità sovranazionali che, dal secondo dopoguerra in poi, i popoli usciti stremati da due conflitti mondiali hanno ritenuto opportuno far nascere, proprio per evitare di cadere nuovamente nell’oblio della ragione. Nessuno di questi organi trasforma, per nessun motivo, un’intera popolazione in “terrorista”. È un confine morale e legale da difendere a denti stretti.

From left to right: Alexander F. Wolchkow and Iola T. Nikitschenko (USSR), Norman Birkett and the president of the IMT, Geoffrey Lawrence (Great Britain), Francis Biddle and John J. Parker (USA), and Henri Donnedieu de Vabres and Robert Falco (France). Credit: National Archives, College Park, MD, USA


Ma cosa manca, allora, per far decidere gli indecisi? Forse smettere di accettare narrazioni che chiedono al pubblico di scegliere tra bambini con fucili usati come giocattoli e droni con munizioni vere. Forse sedersi su quella panca — la soglia, il banco della chiesa, il sedile del bus vuoto — e dire, con la secchezza che resta quando hai finito gli aggettivi: nessuna ragion di Stato autorizza carestie artificiose, punizioni collettive, né una guerra che tratta giornalisti, medici, insegnanti come polvere scenica. E che nessuna memoria, per quanto sacra, giustifica l’orrore del presente. Se l’Europa vuole pesare, trasformi le parole in condizioni da pretendere: corridoi umanitari tracciati e monitorati; sospensione di trasferimenti d’armi quando scattano i presupposti legali; meccanismi di sorveglianza esterni; sostegno ai sopravvissuti (tutti) e protezione effettiva dell’informazione indipendente. Il resto è la solita boutade: l’odio come stile, la negazione come agenda. E se il senso di colpa è il nostro unico freno, ricordiamoci che la memoria non serve a chiedere indulgenze: serve a impedire che la storia si ripeta con altri nomi.

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