Il direttore d’orchestra (e violinista) Emmanuel Tjeknavorian e il pianista Gabriele Strata si sono esibiti in una serie di concerti a tema al Conservatorio e all’Auditorium di Largo Mahler per la gioia di un pubblico tutt’altro che esiguo. Il divertimento trascinante e l’indubbia professionalità (condivise in un’occasione con l’Orchestra Sinfonica e in un’altra col violoncellista Jeremias Fliedl) della coppia ha raccolto un meritatissimo successo. Antipasto si spera delle celebrazioni che nel 2028 festeggeranno i duecento anni del grande compositore austriaco. Ma anche del bicentenario di Beethoven che si compirà l’anno prossimo
A Milano la prima domenica dall’inizio delle vacanze scolastiche sembra già una giornata di agosto: caldo torrido e città mezza svuotata. È questa l’atmosfera che lo scorso 14 giugno ha incorniciato l’appuntamento conclusivo del trittico concertistico dedicato a Schubert – Schubertiade, appunto – realizzato in tandem dalla Società del Quartetto e dall’Orchestra Sinfonica tra Via Conservatorio e Largo Mahler, a mo’ di anticipazione delle attesissime celebrazioni del 2028.
A coronamento del crescendo iniziato il 9 giugno con il pianoforte (solo) e proseguito due giorni più tardi con l’allargamento dell’organico a violino e violoncello, l’après-midi di domenica in Sala Verdi prevedeva la presenza, ad affiancare ancora una volta il pianoforte, dell’intera orchestra: la Sinfonica di Milano, naturalmente, guidata dal suo direttore musicale Emmanuel Tjeknavorian (già violinista per la seconda serata), e Gabriele Strata, che, unico pianista dell’intera Schubertiade, nel corso dell’ultima settimana ha avuto modo di farsi apprezzare dal pubblico milanese in sfaccettate vesti concertistiche. In programma, la Sinfonia “La Grande”, preceduta dall’incursione del Concerto n. 1 op. 15 di Beethoven – per restare in tema di ricorrenze, non dimentichiamo che per il 2027 si prepara un altro bicentenario capitale, quello beethoveniano.

Emmanuel Tjeknavorian
Strata è un interprete giovane (classe 1999) ma con un curriculum già considerevole, costellato da svariati ingaggi presso prestigiose istituzioni internazionali e di riconoscimenti in importanti concorsi – dal Premio Venezia nel 2018 al più recente Concours Musical International de Montréal nel 2024, per non citarne che alcuni.
Entra in sala sicuro, disinvolto, sorride con semplicità al pubblico. Tjeknavorian attacca il concerto con il consueto polso. Dopo la lunga introduzione orchestrale la parola viene lasciata a Strata, che fin dalle prime note mette in luce le qualità che gli sono proprie: eleganza e precisione. La pasta del suono è curata, pulita, ma non per questo priva di lucentezza. Non meno esigente si dimostra verso il fraseggio, appropriato e diversificato. La sua sensibilità emerge anche dall’approccio generale al concerto: non suona da primadonna, il suo pianoforte si integra perfettamente nell’orchestra, della quale in alcuni passaggi non disdegna di farsi, coerentemente con la scrittura beethoveniana, accompagnatore; è la musica che viene messa in primo piano qui, non il solista.
Nel Largo l’interpretazione trova il suo momento apicale, con alcuni impalpabili pianissimi, di rara poesia, che sembrano evocare il colore di un ricordo. Il Rondò è un’esplosione di vitalità, che tuttavia nulla perde in misura e finezza. Tjeknavorian è un partner eccezionale e l’orchestra risponde precisa e malleabile alla sua direzione attenta.

Al termine dell’esecuzione il pubblico è rapito. Dopo ripetute chiamate Strata concede un breve bis, Abendlied op. 85 di Schumann, una miniatura (un Lied ohne Worte, si potrebbe dire) tutta sussurri e delicatezza. È in una pausa verso la fine del brano che il pianista vuole misurare la temperatura emotiva dell’uditorio: il silenzio sembra non finire più e il pubblico non fiata.
Se già dopo il primo tempo la sala manifesta un vivo trasporto, alla fine del secondo i livelli di entusiasmo sfiorano l’esaltazione. Il motivo ha un nome e un cognome: Emmanuel Tjeknavorian. È difficile descrivere i risultati ottenuti da questo musicista poco più che trentenne con l’Orchestra Sinfonica senza lanciarsi in un elogio smodato. Recentemente, in Largo Mahler ha diretto fra gli altri la Quinta di Shostakovich, il Requiem tedesco, la Sinfonia fantastica, senza sbagliare un colpo.
Precisione maniacale, chiarezza di lettura, fuoco interpretativo e dominio della compagine orchestrale: ecco in estrema sintesi il ritratto del direttore. Nelle sue esecuzioni non c’è un attacco fuori posto, un cambio di dinamica che non sia dosato alla perfezione, un suono che non sia accuratamente tornito. L’orchestra ha un livello altissimo, per compattezza, nella qualità timbrica: ascoltarla è una gioia. Da parte loro gli strumentisti appaiono sereni, spesso sorridono, mostrano coinvolgimento. A chi da un po’ di tempo non frequenta l’Auditorium i toni di questo quadro possono sembrare iperbolici, ma non lo sono: provare per credere.

Gabriele Strata
Venendo alla Grande, l’esecuzione è un gioiello di controllo, tensione, ricchezza cromatica e dinamica, dalla prima solitaria (e impeccabilmente pronunciata) frase del corno fino al glorioso finale. L’incipit è posato, solido nei contrasti; notevole per naturalezza e precisione il passaggio dall’Andante all’Allegro ma non troppo. Nel secondo movimento l’impronta è fortemente marziale, stemperata dalla malinconica voce dei legni, ai quali pure va tributato un plauso. Lo scherzo è vigoroso, e sembra quasi una lunga, insistente preparazione al trio, che l’orchestra di Tjeknavorian restituisce con distesa, liberatoria espansione. Il finale è brillantissimo e a tratti sfrenato. E impressionante è il senso di omogeneità degli sforzati che preludono alla coda: una tensione trascinante.
Gli applausi sono fragorosi e sembrano quelli di una Sala Verdi stracolma, piena invece solo a metà – o sarebbe meglio dire “addirittura”, visto il clima già vacanziero. Per Strata e l’orchestra di Tjeknavorian il pomeriggio si conclude dunque con un pieno e meritatissimo successo. E più in generale l’entusiasmo sigla la chiusura di questa Schubertiade – nella quale si è sentita una sola mancanza, quella della voce. Che dire, nell’attesa del 2028, parafrasando il mitico motto risorgimentale, “Viva Schubert” (e i giovani musicisti che lo eseguono).