Satoshi Fujiwara, sovvertire l’immagine europea contemporanea

In Arte

Satoshi Fujiwara @ Osservatorio Prada, giugno 2017 Foto di Alessandra Lanza

Il fotografo che arriva dal Giappone guarda con occhio esterno l’Europa in cui si è trasferito nel 2012: studia le regole e il sistema della fotografia contemporanea e decide che la strada è andare oltre. Si chiama Satoshi Fujiwara ed è in mostra all’Osservatorio Prada.

Riflettere sui limiti del sistema e della fotografia per superarli, prima con la macchina fotografica e poi nella fase successiva, fino all’allestimento su parete che sfida quanto più possibile il modo ormai banale e quotidiano che abbiamo di visualizzare le immagini: attraverso uno schermo bidimensionale e retroilluminato. Satoshi Fujiwara (Kobe, Giappone, 1984), in mostra all’Osservatorio di Fondazione Prada di Galleria Vittorio Emanuele con l’antologica EU, si prende la briga di fare proprio questo.

Seziona un sistema, lo aggira, ne infrange le regole, prima concettualmente e poi fisicamente, stampando delle immagini che poi finiscono attaccate, incollate, inchiodate ai muri grigi con nastro adesivo, chiodi, velcro. Sovrapposti, accartocciati, a far sentire le tre dimensioni che l’immagine da due può conquistare fisicamente e una scansione del tempo non necessariamente lineare, aiutato dal curatore Luigi Alberto Cippini e da Armature Globale per l’allestimento, che hanno provato a rispondere alla domanda: cosa significa allestire una mostra nel 2017?

Partiamo dal risultato finale e per noi immediato. La schizofrenia di una sequenza che non c’è e che ritroviamo in EU, con alcuni dei suoi lavori più significativi e la commissione 5K Confinement, realizzata per “Belligerent Eyes” – il progetto di ricerca sulla produzione contemporanea di immagini proposto da Fondazione Prada nell’estate 2016 a Venezia –, Fujiwara l’ha presa dalla mostra che più lo ha influenzato, senza che vi abbia mai partecipato: “The Road to Victory: a procession of photographs of the nation at war” del 1942 al MoMA di New York: allestita da Herbert Bayer e organizzata da Edward Steichen, comandante di marina e poi curatore fotografico al museo, l’esposizione fu presentata nemmeno sei mesi dopo l’attacco di Pearl Harbour con un intento chiaramente propagandistico, tra scene di vita americana, da quella più rurale a quella connessa alla guerra. Anche Fujiwara sceglie di infrangere la sequenza, la sovverte, e ragiona sul potere che può avere l’immagine oggi che il primo veicolo di propaganda sono i social media.

L’artista in questo caso si stacca da quel concetto tutto americano e ormai datato che ispira la sua fase finale, e prima ancora si impegna, partendo dal principio, a de-costruire, a dis-assemblare in maniera progressiva gli elementi che compongono la modalità comune di relazione con l’immagine in Europa. I limiti su cui Fujiwara riflette, spiega Cippini, discendono da una pluralità di sistemi di norme e di standard, che influenzano il modo in cui le città sono costruite e illuminate, le condizioni di sicurezza in cui vengono messi i fotografi che si trovano a scattare in situazioni particolari, gli apparecchi con cui le immagini vengono scattate, che producono dei file di un certo tipo.

E ancora, riguardano i requisiti di pubblicazione su quotidiani e riviste, sia a livello di qualità richiesta, sia a livello di estetica che rispettata o meno permette di essere più o meno presi in considerazione. Assunto tutto questo, Fujiwara, che arriva in Europa nel 2012, ma si sente ancora uno straniero, può osservare in modo quanto più oggettivo, o almeno questo è il suo desiderio, e farlo con occhi nuovi e risultati nuovi – graphic designer prima che fotografo, non si sente nemmeno “giapponese”, nonostante le sue origini, e fugge dalla scuola fotografica del suo Paese, per lui non più in grado di interpretare la realtà contemporanea.

Sulle pareti lo scenario europeo, tra cambiamenti economici, instabilità, sorveglianza, sicurezza/insicurezza, si manifesta in dettagli di polizia, manifestanti, animali, abitanti, elementi e strumenti caratteristici della stampa, indagati con un teleobiettivo che li rende immediati, astratti, ma nello stesso tempo talmente parte di un contesto da trasmetterne tutta la violenza possibile, per quanto negata. Non c’è distinzione, non ci sono piani, non ci sono nessi evidenti o esasperati, perché sono intrinseci alla retrospettiva retrospettiva che mette insieme opere dalle serie #R(2015-in corso), THE FRIDAY: A report on a report (2015), Police Brutality (2015), Venus (2016-in corso), Continent (2017-in corso), Animal Material (2016-in corso), Mayday (2015), Scanning (2016) e Green Helmet (2016).

 

EU, Satoshi Fujiwara
dal 7 giugno al 16 ottobre 2017