39 anni fa moriva il drammaturgo stabiese Annibale Ruccello, che con Le cinque rose di Jennifer ha portato al centro del palcoscenico la figura del “femminiello” napoletano. L’attore e regista Arturo Cirillo lo ricorda dai microfoni del podcast Le radici dell’orgoglio, dal 17 settembre di nuovo in streaming.
A cavallo tra maschile e femminile, tra passato e presente, tra citazionismo e originalità: è questa la fluttuante collocazione dei personaggi di Annibale Ruccello, il drammaturgo campano scomparso il 12 settembre del 1986, ad appena 30 anni. Con una solida formazione antropologica ma con una propensione al surrealismo annerito da tocchi thriller, Ruccello ha sfruttato intensivamente il suo passaggio terreno, tra riletture di classici e drammaturgie originali. La più nota tra queste è Le cinque rose di Jennifer, dramma della solitudine di un delirante “femminiello” trasposto al cinema da Tomaso Sherman nell’89. In occasione della XX puntata del podcast Le radici dell’orgoglio – disponibile in streaming a partire dal 17 settembre e dedicata agli accadimenti più significativi relativi all’attivismo e alla cultura LGBT+ italiana del 1986 – abbiamo intervistato Arturo Cirillo, l’attore e regista che più di ogni altro si può considerare l’ambasciatore di Ruccello.
Quando è entrato Annibale Ruccello nella tua vita professionale?
Circa 20 anni fa, nel 2003, quando incominciai a fare le mie prime regie dopo un percorso da attore sotto la guida di Carlo Cecchi. Una la feci al Teatro Nuovo di Napoli, con quella che era stata la sua ultima compagnia, “Il Carro”, quindi le persone che dirigevano il teatro lo avevano conosciuto bene. Mi proposero un testo piuttosto inusuale, L’ereditiera, scritto a quattro mani col suo amico e sodale Lello Guida. È una parodia del film omonimo [Ndr: di William Wyler con Olivia de Havilland] tratto dal romanzo Washington Square di Henry James. Il testo è pieno di citazioni musicali, ma anche di richiami alla sceneggiata napoletana, al teatro scarpettiano e così via. Fu un’operazione piuttosto complessa, però anche molto felice, quindi questo è stato il mio primo vero incontro con la drammaturgia di Ruccello.
Prima non lo conoscevi?
In realtà l’avevo visto da ragazzino, perché i miei genitori – bontà loro – mi hanno sempre portato a teatro, quindi credo di aver assistito sia all’Ereditiera, perché conservo la locandina dell’epoca, sia alle Cinque rose di Jennifer… però devo dire la verità: non ne ho nessunissimo ricordo e non l’ho mai incontrato al di fuori del palco.
Come prosegue questo sodalizio “a distanza” tra te e Ruccello?
Dopo L’ereditiera mi proposero di fare appunto Le cinque Rose di Jennifer, che è stato uno spettacolo fondamentale per il mio percorso, anche perché si legava ad alcune mie personali esperienze… quindi non c’era soltanto un riferimento artistico, ma anche umano?
Qual è l’elemento di innovazione di questo testo?
In Le cinque rose di Jennifer la figura del “travestito”, del “femminiello” napoletano, appariva per la prima volta fortemente protagonista di una pièce teatrale, a parte forse gli spettacoli del movimento di cultura omosessuale. Nella drammaturgia napoletana non aveva mai avuto questa centralità. Sì, già nel 1975 Patroni Griffi aveva scritto un romanzo, Scende giù per Toledo, tutto incentrato sul personaggio di Rosalinda Sprint [NdR: l’adattamento teatrale è stato diretto e interpretato dallo stesso Cirillo per la prima volta nel 2014]. Eduardo De Filippo invece aveva messo dei travestiti un po’ da cliché nel Sindaco del Rione Sanità… però Ruccello è stato il primo ad avere il coraggio di dare un simile rilievo al personaggio, cosa non scontata per gli anni Ottanta, e che infatti gli ha portato anche alcune critiche e attacchi.
Quali sono stati gli elementi che ti hanno fatto affezionare a Ruccello?
In generale, io tento sempre di immaginarmi gli autori che porto in scena: studio molto la loro vita, oltre alla loro opera. L’ho fatto con un drammaturgo diversissimo come Molière, per esempio, ma con Ruccello in particolare ho sentito subito una grande sintonia. Quando è morto aveva appena trent’anni: stava tornando a Napoli da Roma e ha avuto un incidente di macchina, proprio quando aveva ottenuto da pochissimo il riconoscimento ministeriale per la sua compagnia, “Il Carro”, appunto. Per cui per me è rimasto un eterno ragazzo, tanto che io l’ho sentito come una specie di fratello maggiore, anche per una serie di coincidenze: io sono un figlio unico, così come lo era lui, e come lui sono nato a Castellammare di Stabia, nella provincia di Napoli.
Come te lo hanno descritto le persone che lo hanno conosciuto?
Avendo tentato di farlo conoscere il più possibile, portando in scena parecchi dei suoi lavori, negli anni mi sono avvicinato a svariate persone che gli erano state vicine, come Lello Guida, il coautore dell’Ereditiera; come le attrici Barbara Valmorin, per cui scrisse Weekend, e Benedetta Buccellato, per cui scrisse invece Anna Cappelli. Ho incontrato anche Franco Autiero che è stato il suo scenografo storico. Tutti me l’hanno descritto come un ragazzone grande e grosso, simpaticissimo… e con una sua vita sentimentale piuttosto segreta.
Quali erano le sue passioni, nel tempo libero?
È sempre stato molto influenzato dal cinema della Hollywood degli anni Cinquanta, in particolar modo dagli adattamenti dei drammi di Tennessee Williams. Il rapporto con la famiglia era abbastanza teso, come si può facilmente immaginare per un ragazzo omosessuale in una cittadina di provincia come Castellammare… per questo Annibale aveva bisogno di una fonte di evasione e la trovava nei cinema, dove andava in continuazione.
Qual è stata la sua formazione?
Un aspetto molto importante anche rispetto alla sua produzione drammaturgica è che lui ha studiato antropologia e si è laureato con Luigi Lombardi Satriani. Poi è andato a lavorare con Roberto De Simone e ha seguito la nascita della Gatta Cenerentola, questo celeberrimo spettacolo dove tra l’altro c’è la famosa scena della morte di un “femminiello”. Annibale era un grandissimo conoscitore della tradizione, quindi il suo approccio rispetto a questa figura è stato molto colto e anche antropologico, appunto, per quanto non gli interessasse parlarne a livello sociologico. Nella pièce infatti c’è un aspetto surreale, perché si parla di un quartiere periferico tutto popolato da travestiti – anzi, costruito appositamente per loro, dove i telefoni non funzionano mai – che in realtà a Napoli non è mai esistito, anche se nei Quartieri Spagnoli la loro presenza è sempre stata molto forte.
Cos’era allora Jennifer per lui?
A livello esistenziale, credo che il rapporto che intercorreva tra lui e Jennifer fosse un po’ lo stesso che Flaubert aveva con Madame Bovary: era un’altra declinazione di lui stesso… anche se non mi risulta che Ruccello si travestisse. Quando si riferisce alla figura di Jennifer nelle didascalie, a volte usa il maschile e a volte… io credo che la usasse per raccontare qualcosa di molto profondo di sé, per rapportarsi con un suo intimo lato femminile… cosa che ho cercato di fare io stesso, quando l’ho portato in scena.
E quindi come si conciliava lo sguardo da antropologo con la sua identificazione in Jennifer?
Ciò che mi piace moltissimo di Ruccello è che non si ha mai l’impressione che metta in scena i personaggi soltanto per criticarli. Lui li ama profondamente anche se sono contraddittori o addirittura detestabili. La stessa Jennifer ha un’idea del femminile estremamente reazionaria, pur sentendosi «morbosamente donna». Il suo desiderio principale è quello di avere un uomo con cui sposarsi per diventare una tipica massaia che si prenda cura di lui. Per quanto Ruccello avesse prospettive ben più progressiste, poteva mettere in luce gli aspetti più retrogradi di una figura e allo stesso tempo conoscerla e amarla.
Sempre di Ruccello hai portato in scena anche il Ferdinando…
Ma non solo: ho partecipato come attore a un saggio di diploma di un mio ex-allievo del corso di regia della “Silvio d’Amico” di Roma, Mario Scandale, con cui abbiamo fatto Notturno di donna con ospiti. Prima ancora avevo partecipato come attore a una regia di Pierpaolo Sepe, Mamma, composto da cinque monologhi di Ruccello. Fosse per me, io metterei in scena tutto ciò che ha lasciato: Weekend, Anna Cappelli… poi c’è anche una serie di adattamenti molto interessanti. Lui ha riscritto la Cantata dei pastori, ha tratto un testo dai Gioielli indiscreti di Diderot e ha fatto una rivisitazione teatrale della Ciociara di Moravia… quindi è stato un ragazzo estremamente eclettico, attivo e vitale, che ha fatto veramente tantissime cose, soprattutto se pensiamo alla brevità della sua vita. È stato un giovane teatrante molto colto – ma non in senso nozionistico – che non si è mai posto negando la tradizione, ma piuttosto contaminandola con elementi contemporanei, alieni alla tradizione stessa.
Così come ha uno sguardo critico verso i personaggi più retrogradi, allo stesso modo mostra verso di loro comprensione e affetto…
Credo che lui abbia sempre valutato il passato come una ricchezza fondamentale: la Baronessa Clotilde, la protagonista di Ferdinando [Ndr: ambientato nel 1870 dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie], dice che «senza passato non può esserci futuro». Questo sintetizza il suo modo di essere un po’ tradizionale, per certi versi, ma anche molto rivoluzionario.