Rockerilla, la casa del punk e del new wave

In Musica

Nata per riempire un vuoto editoriale riguardo i movimenti underground degli anni Settanta e Ottanta, Rockerilla conquista presto la sua fetta di pubblico di appassionati di punk e new wave

Rockerilla fu una delle più importanti fanzine nate verso la fine degli anni ’70 sull’onda del movimento punk e new wave. Le fanzine – cioè le riviste creata dai fan – nate per riempire il vuoto editoriale di questi movimenti, erano caratterizzate da una radicale opposizione alle correnti musicali e allo stile editoriale più in voga all’epoca: erano di poche pagine, in bianco e nero, senza pubblicità, con foto rubate. Non trattavano il pop né il rock più mainstream. Non avevano una redazione, ma erano il frutto della genuina collaborazione di gruppi di appassionati.

Alla fine degli anni settanta era esploso con violenza il fenomeno punk e una delle caratteristiche di questo movimento musicale, culturale e non solo, era proprio il Do-it-Yourself: se a livello musicale il punk si incarnava in una strumentazione essenziale che rifiutava il virtuosismo del rock, in testi dissacranti e provocatori, a livello giornalistico il punk e il Do-it-Yourself si esprimevano nelle fanzine. La loro caratteristica principale era quella di essere molto semplici, scarne, provocatorie e dissacranti: erano stampate con mezzi il più economici possibile, avevano una tiratura molto limitata, c’erano disegni e caricature; i formati erano i più vari ed erano composte da pochissime pagine quasi totalmente in bianco e nero.

Le fanzine esistevano già da molto prima dell’esplosione del punk, ma fu questo fenomeno a dargli la più ampia diffusione. Ovviamente la maggior parte ebbero una vita brevissima, anche se alcune riuscirono a sopravvivere evolvendosi lentamente verso le forme di una vera e propria rivista.

Una delle più importanti, che nacque come una fusione tra una rivista, un tabloid e una vera e propria fanzine fu Rockerilla, la cui caratteristica principale era quella di distaccarsi completamente dai due tipi di rivista allora più diffuse; era quanto di più lontano ci fosse dalla musica definita commerciale e dalle riviste più in voga e, allo stesso tempo, si distaccava completamente dal mondo e dall’epica del rock che fino a quel momento aveva spopolato. Ovviamente nella sua storia non trascurò alcuni gruppi ascrivibili al mondo del rock, ma, fondamentalmente, Rockerilla era nata per fare informazione sul mondo del punk e della new wave, generi che in Italia, fino ad allora, erano praticamente sconosciuti.

Per avere informazioni dettagliate su questa rivista ho deciso di intervistare uno dei sui fondatori, Claudio Sorge, che è anche uno dei giornalisti più importanti per quanto riguarda quello che allora era un nuovo genere musicale.

Come nasce Rockerilla?
Rockerilla era un giornale completamente autorealizzato, creato da un gruppo di 7 o 8 persone che volevano fare informazione su un genere e un movimento di cui non si parlava e che conoscevano in pochi. Ovviamente non si occupava solo di punk e new wave ma trattava anche un po’ di rock, però fondamentalmente è nata per riempire questo vuoto. Viaggiava su carta e i dischi di cui parlavamo non si trovavano, erano pubblicati da etichette indipendenti in pochissime copie e noi dovevamo ordinarli per posta o in qualche negozio particolare. È stato un processo lento che si è espanso sempre di più, fino poi ad arrivare ai grandi nomi conosciuti ad un vasto pubblico, come i Joy Division, i Public Image Ltd, Siouxsie and the Banshees, per fare qualche esempio. Siamo nati con una tiratura di circa 2/3 mila copie, poi lentamente siamo arrivati fino a 15/16 mila, e poi il massimo nei primi anni novanta quando abbiamo raggiunto le 30 mila copie.

Come eravate organizzati? C’era una vera redazione?
Noi eravamo distanti sia da un’impostazione politica sia da una commerciale, non facevamo né come Muzak né come Ciao 2001. Anche dal punto di vista del linguaggio non seguivamo la loro strada, non utilizzavamo “paroloni” che poi risultavano vuoti, utilizzavamo una lingua semplice. L’impostazione era artigianale; non c’era una vera e propria redazione, eravamo un’accolita di appassionati che si sono prestati alla critica musicale: compravamo i dischi, li recensivamo, facevamo interviste, impaginavamo e poi portavamo le riviste in edicola. I primi numeri sono usciti nelle stazioni, distribuiti dalla Coves, un’agenzia che curava la diffusione di giornali solo nelle edicole ferroviarie, di conseguenza Rockerilla aveva una buona diffusione in tutta Italia. Poi siamo usciti anche nelle altre edicole; il nostro infatti fu un percorso sempre più premiato dal pubblico, che riconosceva a questa rivista il coraggio di parlare di generi nuovi e underground.
Più avanti, a metà anni Ottanta, ci siamo avvalsi della collaborazione di tecnici con più professionalità dal punto di vista grafico. Eravamo una fanzine però stampata, ma in bianco e nero, perché una rivista a colori costava molto, molto di più.

Com’era la rivista?
Il formato tabloid è rimasto fino a che siamo stati distribuiti da Coves, poi in edicola è diventato formato A4, 22×28 cm, se non sbaglio. Siamo partiti da circa 20 pagine, lentamente siamo arrivati fino a 64, poi alla fine anche 84. Fondamentalmente mettevamo le foto di un artista (nella maggior parte dei casi rubate dai giornali inglesi) e sotto un articolo. Poi ovviamente avevamo foto di artisti e di concerti fatti in Italia, quindi qualcosa di originale c’era!

Come riuscivate a rimanere al passo con queste novità musicali, visto che le notizie riguardo questa scena underground non erano facilmente reperibili?
Ciascuno di noi aveva le proprie fonti basate sui giornali esteri. Io, per esempio, ero abbonato a New York Rocker, NME, Melody Maker e altre. Da lì capivamo quali erano i dischi che stavano uscendo e li ordinavamo, pagandoli, non come adesso. Questa era una cosa che in Italia nessuno faceva, perché questi gruppi erano praticamente sconosciuti, poi lentamente sono diventati più famosi e se a vedere Siouxie and the Banshees c’erano circa mille persone, a vedere i Clash a Bologna, nel 1980, ce n’erano circa 15 mila. Mi ricordo che la prima volta che sentimmo i Nirvana, al Bloom di Mezzago, nel 1991, non c’erano neanche cento persone. Abbiamo cenato con loro che erano molto simpatici. Dopo l’immenso successo che hanno avuto, quando sono tornati in Italia, non hanno concesso interviste a nessuno, solo a me, che la pubblicai sul primo numero di Rumore.