Ripartire senza dimenticare. Così Agnes sfugge alla trappola della violenza

In Cinema

Alla protagonista di “Sorry, Baby”, studentessa brillante alle prese con la tesi di dottorato, è successo qualcosa di brutto, molto brutto. Un giovane e affascinante docente ha approfittato del suo potere. E lei quasi rimuove la realtà, vuol andare avanti, non perdere il controllo sulla sua vita. Ma il dolore non si lascia accantonare. Un’opera prima scritta, diretta, interpretata da Eva Victor, ottima regista e attrice. Un film che graffia, inquieta, soprattutto ragiona, a voce bassa ma senza paura di tenere la testa alta

È un’opera prima, Sorry, Baby, scritta, diretta e interpretata da Eva Victor, già fattasi notare come attrice, tra l’altro, nella serie Billions. Un film che brilla come una gemma rara, perché graffia e inquieta, ma soprattutto ragiona, a voce bassa però senza timore di tenere la testa alta. Perché non sono le vittime che si devono vergognare di aver subito violenza. Anche quando la violenza ha più a che fare con la manipolazione che con la brutalità, e rischia così di apparire come un’immagine sfocata e sfumata, ambigua, infelicemente impossibile da racchiudere in una frase, una singola immagine, uno slogan.

Come è successo ad Agnes, la protagonista di Sorry, Baby, studentessa brillante alle prese con la tesi di dottorato e un docente giovane e affascinante. Un uomo che ha approfittato del suo potere. Una situazione che si è chiusa su di lei come una trappola. Una di quelle trappole a cui è difficile dare un nome, e che sembrano fatte apposta per scatenare sensi di colpa, sentimenti di inadeguatezza, desideri di rimozione. E così Agnes si limita a dire: «Mi è successo qualcosa di brutto, molto brutto». E a cercare di dimenticare. Come se evitare le parole più dure, le immagini nette, una presa di posizione pubblica, una denuncia, fosse l’opzione più facile non solo per gli altri (per l’università, che subito «scarica» il problema con cinica efficienza) ma anche per la protagonista; che vuole semplicemente andare avanti, pretende di non perdere il controllo sulla propria vita, non accetta di vedere la “cosa brutta” che è successa come una cesura, qualcosa che implica un prima e un dopo.

In fondo pretende di continuare come se niente fosse? Sì, in qualche modo sì. Forse il desiderio è proprio questo: difendersi negando il trauma, annegando nel silenzio ogni possibile paura, ogni dolorosa percezione della differenza (e/o del contrasto) tra se stessi e il mondo. Ma il dolore non si lascia accantonare così facilmente, soprattutto quando ha a che fare con il corpo, e con il sesso come terreno di scambio, poroso confine tra noi e gli altri, piano inclinato dove fiducia e diffidenza, stima e autostima, disagio e benessere si dispongono in un equilibrio sempre fragile e bisognoso di nuova, positiva energia.

L’energia che si respira in ogni capitolo di questo film potente e sommesso, che riesce a raccontare la storia di Agnes senza mai indulgere in inutili didascalie, senza urlare presunte verità, senza pretendere da subito un’empatia assoluta nei confronti di questa giovane donna confusa, sospesa in un’incertezza che a tratti finisce con l’avere il sapore amaro dell’ambiguità. Per tutta la prima parte del racconto Agnes riesce anche a innervosirci col suo continuo ritrarsi, nascondersi dietro una fitta schiera di rifiuti, negazioni. “Non lo so”. “Non lo so”. “Non lo so”. Sembra incapace di dire altro. Ma tra un dialogo e l’altro qualcosa accade. La vita accade.

Ed è davvero mirabile la precisione e la sensibilità con cui l’autrice ha saputo comporre un ritratto complesso, alternando voci diverse e registri differenti, lasciando che la leggerezza lasci il posto alla rabbia, il dramma si scambi di posto con l’ironia. E lo sguardo femminile si intrecci con una pluralità di sguardi maschili. Perché gli uomini, proprio come le donne, non sono di certo tutti uguali. E uno dei tanti pregi di questo film intenso e sfaccettato – profondo e lieve, doloroso e al tempo stesso capace di offrire conforto – è proprio quello di non consegnarci neanche per un istante una visione manichea del mondo.

Sorry, Baby, di Eva Victor, con Eva Victor, Naomi Ackie, Lucas Hedges, John Carroll Lynch, Louis Cancelmi

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