Richard Jewell, troppo vero per diventare un eroe

In Copertina Cinema

Il quasi 90enne Clint Eastwood dedica il suo 38° film da regista all’impresa di una guardia che salvò la vita a decine di persone, nel 1966 ad Atlanta. Un attentato organizzato alle Olimpiadi fece infatti “solo” due morti grazie alla sua prontezza nel capire dov’era lo zaino-bomba. Ma dopo il primo istante di gloria, Richard finì indagato dall’Fbi come sociopatico a caccia di successo, perfino potenziale terrorista. Un nuovo “eroe per caso” il cui coraggio viene assai poco ricompensato dalla società

Atlanta, Georgia, luglio 1996. Sono in corso le Olimpiadi e tra le tante guardie di sicurezza che pattugliano i molti luoghi della città, teatro di spettacoli musicali e performance di vario genere, c’è Richard Jewell (Paul Walter Hauser, bravissimo protagonista di questo nuovo film di Clint Eastwood che dà il titolo al personaggio) il quale forse prende troppo sul serio il suo ruolo di tutore dell’ordine ma di sicuro mostra di avere un notevole senso di osservazione. In mezzo alla folla caotica in perenne movimento individua infatti a colpo sicuro uno zaino dall’aria sospetta, abbandonato sotto una panchina e pieno di chiodi e dinamite. Richard dà prontamente l’allarme, ma la bomba esplode prima dell’arrivo degli artificieri. Nell’attentato del 27 luglio al Centennial Olympyc Park muoiono due persone e cento sono i feriti. Ma poteva essere una strage di gran lunga peggiore: molte persone si sono salvate grazie all’acume, all’intraprendenza di questo oscuro trentenne che si trova ben presto sotto le luci dei riflettori.

Acclamato come un eroe, per qualche giorno pensa di aver finalmente “svoltato” e di aver bisogno di un avvocato solo per concludere al meglio il lucroso contratto con una casa editrice che vuole fargli scrivere un libro di memorie. Ma il passaggio dalle stelle alle stalle è altrettanto repentino: si ritrova sospettato di essere lui stesso l’attentatore, solo perché uno psicologo dell’Fbi lo definisce, con allucinante superficialità, perfettamente corrispondente al profilo del sociopatico millantatore, capace di far saltare in aria decine di persone pur di conquistarsi un giorno di gloria. E così il ruolo principale dell’avvocato Watson Bryan (Sam Rockwell) diventerà quello di difendere l’incauto Richard da un’accusa infamante e ingiusta, orchestrata ad arte da un agente dell’Fbi indolente e incattivito (che ha il volto di Jon Hamm, il Don Draper di Mad Men), alla ricerca di un facile colpevole, e da una giornalista priva di scrupoli (interpretata da Olivia Wilde) pronta letteralmente a tutto pur di mettere a segno uno scoop.

Non è bello, Richard Jewell, e nemmeno sprizza intelligenza da ogni poro. Grasso, sgraziato, lo sguardo ostinato e ottuso, arranca nella vita passando da un lavoretto all’altro, sempre sotto la premurosa ala protettrice della mamma (una commovente Kathy Bates). Sogna di essere un eroe, ma gli basterebbe anche solo riuscire a entrare nell’ufficio dello sceriffo o in un qualunque corpo di polizia. Vuole servire e proteggere. Questa è la sua unica grande ambizione. Perché lui ci crede davvero, nella possibilità che serietà, senso del dovere e abnegazione possano fare la differenza, e rendere il mondo un posto migliore dove abitare. Ma un cuore puro come il suo mette a disagio, e una fiducia tanto assoluta nei principi e nello Stato non può che generare sospetti. È un ingenuo, un idealista, e finisce per esser scambiato per un pericoloso fanatico. Salva la vita a decine di persone e viene chiamato eroe, ma ben presto il mondo gli si rivolta contro.

Perchè insomma, ci vuole il fisico giusto anche per fare l’eroe, e Richard Jewell non ce l’aveva. È la sua storia vera quella che ci racconta Clint Eastwood, giunto alle soglie dei 90 anni (li compirà a maggio) e al 38° capitolo della sua magnifica carriera da regista, carriera che soprattutto negli ultimi anni è parsa dedicata in modo particolare all’esplorazione dell’identità americana, attraverso una serie di figure di eroi per caso che sembrano incarnare nel modo migliore quello che Clint ama del suo paese. Pensiamo al cecchino di American Sniper e al pilota di Sully. Anche Richard Jewell è perfettamente nelle corde di Clint, che infatti lo mette in scena con affetto e grande rispetto. Mostrando anche le sue debolezze e goffaggini, ma senza trasformarle mai in capi d’accusa, o in circostanze attenuanti per tutti coloro che con immenso cinismo hanno tentato di trasformarlo in un comodo capro espiatorio.

Decisamente meno empatico appare invece l’atteggiamento del regista nei riguardi degli agenti dell’Fbi e dei giornalisti, descritti senza troppe sfumature come profittatori senza scrupoli e ottusi servitori di uno Stato nei cui confronti il regista non sembra nutrire più alcuna fiducia. I personaggi interpretati da Jon Hamm e da Olivia Wilde sembrano in effetti usciti da un film degli anni ’40 e rappresentano quanto di più stereotipato si possa immaginare: ma non importa, servono a far risaltare meglio il nucleo della storia, quello che davvero ci deve interessare, secondo Eastwood, quel bisogno assoluto di verità e fiducia che va rivendicato con forza sovrumana in un mondo sempre meno autentico, dominato dalle fake news e da una narrazione sempre più lontana dalla natura vera delle persone.

Anche Watson Bryant, l’avvocato fallito che cerca il riscatto mettendosi al servizio di un caso difficile, è uno stereotipo che viene da lontano, visto mille volte al cinema, ma serve a Clint per inserire all’interno dell’inquadratura un perfetto alter ego di sé stesso: un outsider che non ha paura di dire la verità, anche quando è impopolare, e pretende di formarsi i propri convincimenti in assoluta autonomia, senza farsi condizionare dallo storytelling della maggioranza, imposto dal potere e amplificato dalla grancassa dei mass media. “Credo in ciò che credo», dice Bryant, «non in quello che mi viene raccontato». Sembra proprio di sentire la voce aspra e temeraria di Clint, uno che non ha mai avuto il timore di esporsi quando si è trattato di rivendicare le proprie idee (alcune più che condivisibili, altre molto meno). Uno che ha votato per Donald Trump e l’ha dichiarato senza remore, riaffermando ancora una volta la propria appartenenza al fronte repubblicano. Un signore non più giovane che sembra ormai nutrire poche illusioni sul destino dell’America, ma continua a mettere in scena i valori in cui ha sempre creduto: verità e giustizia. Da perseguire con ostinazione e rigore, senza guardare in faccia a nessuno. Anche a costo di apparire un sempliciotto ingenuo, proprio come Richard Jewell.

Richard Jewell di Clint Eastwood, con Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde, Dexter Tillis.