Quell’Ultimo Tango mancato da Astor Piazzolla

In Musica

A comporre la colonna sonora del film di Bertolucci, destinato a segnare un’epoca, avrebbe dovuto essere lui, il re del tango. Poi, un certo Gato Barbieri ci mise lo zampino. Anzi, il sassofono

L’11 marzo di cento anni fa, a Mar del Plata, cittadina atlantica dell’unica regione italiana, come dice Daniel Barenboim, in cui si parla spagnolo, nasceva Astor Pantaleón Piazzolla. Come migliaia e poi milioni di argentini, i Piazzolla venivano dal Bel Paese; il nonno era di Massa Carrara. Ma quel che conta è che grazie all’astro Pantaleone, morto con lungo dolore nel ’92, il Tango si è diffuso come un virus buono nella musica del mondo. Senza di lui non saremmo padroni del Tango come espressione del nostro tempo, come categoria dello spirito e quintessenza della Nostalgia. Alla musica contemporanea mancherebbe un capitolo. E tutto ha inizio con una traversata a ritroso nel Vecchio Mondo. 

Primo tango a Parigi. «Era il 1954 – ricordava Piazzolla – e avevo vinto una borsa di studio per seguire le lezioni di Nadia Boulanger a Parigi. Lei era già una signora molto anziana, e mi presentai impettito con le mie partiture sotto il braccio: ne avevo scritte tante sul modello di Hindemith, Stravinsky e Ravel. Pensavo di essere un genio, ma lei disse che non trovava Piazzolla in quelle pagine. Avevo vergogna di dirle che suonavo anche il tango e il bandoneón con le orchestre di Troilo e Fiorentino. Quando mi decisi, lei mi costrinse a suonare il mio tango al pianoforte. Allora mi prese le mani e disse: “questo è Piazzolla. Questa è la musica che devi suonare tu”». 

Primo tango a Parigi. In quell’incontro è scritto il destino di Piazzolla; lì comincia l’indistricabile abbraccio del Tango con la cultura alta e bassa, il lungo bacio sulle labbra di una tradizione che lo respinse.

Il poeta Enrique Santos Discepolo aveva scolpito la definizione più svelta e profonda del Tango argentino: “Un pensiero triste che si balla”. Astor Piazzolla, che la citava spesso, l’aveva corretta da musicista in un pensiero triste che si suona.  E schiere di tangueros, o solo tangheri, non gli avevano perdonato il gesto acculturato e astratto, da compositore nobile.

Un altro grande, ancora più grande, Jorge Luis Borges, era sceso nel ventre del tango, raccontandolo come l’impossibile ricordo di essere stati uccisi all’angolo di una strada di periferia, con il coltello in mano.  «Borges è uno scrittore magico – ricordava Piazzolla – parla di coltelli e di guappi che non ha mai visto, ma nessuno ha scritto sul tango come lui». Che peraltro non ascoltò sempre con trasporto la sua musica, almeno agli inizi.

Little Italy, per strada. A quattro anni Astor emigra con la famiglia a New York. «Vivevamo a Little Italy. Mio padre lavorava nella barberia di un gangster, mia madre pettinava le sue pupe. Sono un autodidatta: la mia prima scuola è stata la strada». A otto anni ritorna a Mar del Plata, dove il padre mette su negozio da coiffeur pour dames, ma gli avveniristici asciugacapelli spaventano le signore argentine. È una parentesi, i Piazzolla tornano a New York. A nove anni Astor riceve in regalo il suo primo bandonenón, comprato a 18 dollari di seconda mano («ma a me piaceva il jazz»). Nel 1934 viene notato da Carlos Gardel, padre nobile del Tango, che lo invita a registrare vari temi del suo film El dia que me quieras  (titolo del pezzo più celebre nel repertorio di Gardel), film in cui Astor recita anche la piccola parte di uno strillone di giornali. 

«La grande epoca del tango – confessa Piazzolla in un’intervista del 1985 – è finita con Gardel, più grande della sua leggenda. Avevo solo tredici anni quando ho lavorato con lui negli studi Paramount di Long Island. Era francese, nato nel golfo di Tolosa. Si accompagnava alla chitarra, amava l’opera lirica ed era amico di Tito Schipa e Beniamino Gigli. Era un uomo affascinante, intelligente. I cantanti di oggi sono degli imbecilli. Imitano Gardel anche nel vestire: scarpe nere lucide, vestito nero, camicia rigata, cravatta azzurra a pois bianchi. Perfino i bambini che partecipano al programma televisivo “Grande valore del tango” si travestono da piccoli gangster in doppiopetto e brillantina».  Gardel lo vorrebbe con lui in tournée, ma il padre si oppone: Astor sta studiando musica seria con Terig Tucci e Bela Wilda, insegnante di pianoforte e allievo di Rachmaninov.

Nel 1937 Piazzolla torna in Argentina, da Mar del Plata la famiglia si trasferisce a Baires, dove il padre apre un locale chiamato Bar de New York. Astor ha sedici anni, suona già il bandoneón nell’orchestra di Anibal Troilo, massimo bandoneonista di quegli anni, ma nello stesso tempo studia composizione e strumentazione con Alberto Ginastera, Nel locale del padre intrattiene i clienti, accompagnato da un pianista e un violoncellista, entrambi ciechi, come Borges. Ed era tango già plagiato dal jazz

«Ho suonato per molti anni nei cabaret e nelle balere. Non potrò mai dimenticare quattrocento coppie che ballano e trecento che fanno l’amore. Noi suonavamo e guardavamo le loro facce: un inferno dantesco».  

Tradimento. Nel 1944 Astor dirige il gruppo orchestrale che accompagna Francisco Fiorentino, grande interprete di tanghi e milonghe. Ma Ginastera lo convince a presentare a un concorso radiofonico la Sinfonia de Buenos Aires. E qui si aprono ufficialmente le polemiche sui massimi sistemi: tango o musica colta? verità del tango o tradimento?

«All’inizio – racconta ancora Astor nell’’85 – il tango porteño era suonato da chitarre, flauti e violini. Poi è arrivato il bandoneón, strumento tedesco. Ma allora avevo già composto una suite per flauto e chitarra». Tre movimenti in cui c’è l’intero percorso dell’uomo e del musicista: «il primo l’ho chiamato Bordello, il secondo Café, il terzo Concerto»

Tutto bene? Macché. Gli uomini del tango non amano Piazzolla. «In Argentina mi vengono ad ascoltare solo i fan e i critici di jazz… Sono un anarchico come mio nonno, che era di Massa Carrara. Ho studiato la musica classica e il jazz, e li ho messi al servizio del tango: l’ho cambiato e lui invece deve sempre rimanere antico. Passato, morte e necrologio sono sinonimi del tango: un vero tanguero si sarebbe presentato a questa intervista vestito di nero, come un gangster a un funerale».

Finisce la guerra, arriva il 1954 e matura la borsa di studio per Parigi. «Nadia Boulanger è stata la mia seconda madre: è grazie a lei se io sono Piazzolla». Per paradosso, è proprio la maestra severa e scontrosa di tanta avanguardia del dopoguerra a non farlo deragliare dalla via porteña, ma è anche Parigi, capitale europea del jazz, a suggerirgli le giuste correzioni.

«Nella mia testa c’è la musica colta e il jazz, da Duke Ellington a John Coltrane. Nelle mie vene il tango… Jazz e tango sono due volti della stessa musica: il porto di New Orleans e quello di Buenos Aires. Gangster, droga e bordelli. L’ho sempre amato, il jazz. A Parigi, a un concerto del tentetto di Gerry Mulligan, mi è venuta l’idea di un ottetto rivoluzionario nel quale tutti, a differenza delle vecchie orchestre di tango, fossero solisti».

E appunto al rientro a Baires, Piazzolla forma l’ottetto “Buenos Aires”.  «Era il 1955, la gente mi insultava e mi aspettava di notte sotto casa: ero costretto a uscire con una sbarra di ferro. Ma sapevo difendermi: avevo frequentato a New York la palestra di boxe di un campione del mondo, l’italo-americano Tony Canzoneri».  

Nel 1960 nasce il Quintetto, che sarà forma stabile di ogni futura sperimentazione. E col quintetto, Piazzolla torna negli Stati Uniti, dove per ogni autore che in un modo o nell’altro calpesti la terra di Dioniso, c’è un tempio obbligato: suona alla Carnegie Hall, da cui esce un disco memorabile.

Nel 1965 compone Oda a Buenos Aires, su versi di Borges, con la voce recitante di Luis Medina Castro, ritenuto da molti, quasi tutti, la vera voce del tango. Nel 1968 scrive l’”operita” Maria de Buenos Aires, su testi del poeta Horacio Ferrer, col quale inizia una lunga collaborazione. Nell’operita è inscritta anche una piccola Messa mangina per bandoneón, perché il compositore che ha studiato chiede la sua parte. Ma nello stesso tempo nasce anche la “Tango-Canción”, confezione alta d’una forma di consumo, e arriva finalmente il successo internazionale, grazie alla Balada para un loco. Nel 1971 Piazzolla riforma il rivoluzionario Ottetto, e tre anni dopo, nel 1974, registra con Mulligan, il cui tentetto gli aveva aperto mente e orecchie vent’anni prima.

Ultimo tango (quello vero). Piazzolla si divide fra l’Europa e l’Argentina. Sono gli anni di composizioni anomale e ambiziose – necessarie al Piazzolla colto – come la Milonga in Re, dedicata a Salvatore Accardo, ma anche delle musiche per film: di Rosi (Cadaveri eccellenti, 1976), dell’esule cileno Helvio Soto (Piove sopra Santiago, 1975), di Jeanne Moreau esordiente regista (Lumière, 1976), del compatriota Fernando Solanas (Tangos, el exilio de Gardel, 1985; Sur, 1988).

E di Bernardo Bertolucci. Sì, perché nella storia del cinema, Piazzolla mancò, non del tutto per sua colpa, l’incontro col più celebre tango da vedere – oltre che da ballare e da suonare -: quello di Marlon Brando e Maria Schneider. La colonna sonora di Ultimo tango a Parigi doveva essere sua: Bertolucci aveva in un primo tempo scelto Piazzolla, o almeno così sembrò. Astor aveva composto già il tema conduttore, ma in quei primi Settanta stava esplodendo un altro grande argentino, Gato Barbieri, sassofonista di voce assolutamente inimitabile, di radici italiane pure lui, jazzista che stava per celebrare uno dei più contagiosi mélange fra jazz e cultura latinoamericana. E fu Gato, con disguidi e polemiche, che diede musica al più celebre crollo del comune senso del pudore, non solo cinematografico.

Da qualche parte c’è un brano di Astor Piazzolla intitolato Ultimo tango a Parigi. Forse riconvertito in altra musica, sotto mentite spoglie.

Negli anni Ottanta erano fiorite le collaborazioni libere, con Milva, con le orchestre sinfoniche di Colonia, di Zurigo, della Radio Svizzera, di Lione e di Tolosa; con piccoli gruppi, dalla Israel Chamber Orchestra all’italiana Carme; con un quartetto senza barriere come il californiano Kronos.

Il 1990 doveva essere in gran parte dedicato all’opera della sua vita, dedicata a Carlos Gardel, che doveva essere pronta l’anno seguente. Ma nell’agosto del 1990 Piazzolla fu colto da una trombosi cerebrale, dalla quale non si riprese. Non scelse però, come Borges e Cortazar, di morire ed essere sepolto all’estero. Volle essere trasportato a Buenos Aires, dove l’accolse una generale freddezza. Morì nella notte fra il 4 e il 5 luglio del 1992. Il mondo lo aveva accolto fra i grandi. L’Argentina non gli aveva perdonato il tradimento di un tango che non esisteva più. Semplicemente perché aveva scelto di reincarnarsi in lui, Astor, e sul respiro profondo del suo bandoneón, di volare fra le musiche del mondo.