La Galleria Francesca Minini presenta Ostinato, prima personale in galleria di Roberto De Pinto. La mostra riunisce una serie di autoritratti in cui l’artista utilizza il proprio corpo come campo di indagine, costruendo un percorso fatto di variazioni, ripetizioni e scarti. Tra pittura a encausto e lavori su carta, il progetto mette a fuoco un’identità instabile, mai unitaria, che si definisce proprio nel suo continuo spostarsi
Confrontarsi con l’opera di De Pinto significa avvicinarsi alla condizione di Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila (1926) di Pirandello. È un’osservazione ossessiva di sé, non egoriferita ma riflessiva: un’indagine che può risultare anche straziante, perché mette a nudo contraddizioni, fragilità e slanci dell’io. Non è mai fine a se stessa, ogni esercizio di stile rivela un nuovo naso, un nuovo sguardo, un nuovo sentimento, un nuovo corpo. E ogni variazione, paradossalmente, allontana dal punto di partenza: l’io non è più una persona singola, ma una pluralità di identità sospese tra introspezione e teatralità. In questo contesto, De Pinto utilizza se stesso come soggetto delle sue opere. I numerosi autoritratti diventano strumenti attraverso cui esplorare questa molteplicità. Come spesso accade, questa scelta nasce da una necessità: agli inizi, non avendo modelli a disposizione, l’artista ha rivolto lo sguardo allo specchio, trovando un’alterità nella sua immagine. A distanza di anni, quella tensione non si è esaurita: persiste una caparbietà nel voler “trovarsi” – o forse “perdersi” – tra i propri molteplici io. Il titolo Ostinato calza così perfettamente alla prima personale in galleria, presentata da Galleria Francesca Minini con un testo critico in tre atti di Antonio Grulli: evoca testardaggine, energia e una tensione poetica che attraversa l’intero spazio, richiamando anche l’ostinato musicale, una struttura fatta di ripetizione e variazione continua.

Entrando, è proprio il titolo ad accogliere il visitatore: tracciato sul muro come di nascosto, quasi per gioco, con dita macchiate d’inchiostro, in un gesto che mette subito in relazione corpo e superficie. Superata questa soglia, la sala principale accoglie come un flirt appena nato: si ha la sensazione di essersi intromessi in una conversazione privata, restando in ascolto, incuriositi, affascinati e leggermente a disagio. Ci si trova al centro di un incrocio di sguardi. Gli autoritratti di De Pinto attraversano lo spettatore, come se alle sue spalle ci fosse qualcosa di infinitamente più interessante. Seguendo questi occhi, si svela una trama complessa di identità, corpi e relazioni visive: una rete tesa tra ironia, sensualità e inquietudine. Le opere sono realizzate con la tecnica che caratterizza l’artista: colori a olio con encausto, pratica antica che risale all’antica Grecia. Il termine stesso – enkaustikós, “bruciare dentro” – restituisce la sensazione che attraversa i soggetti, percepibile nella qualità calda della pelle e nell’intensità sfuggente degli sguardi. Per questa mostra, De Pinto realizza tele di grandi dimensioni, con l’eccezione de Il giardino delle delizie (2026), un close-up intimo tra fiori e piante che sembrano liberarsi dai suoi boxer. In queste opere, il corpo nudo dell’artista, circondato da rose, insetti, piante e girasoli, emerge su uno sfondo nero di ascendenza rinascimentale. A uno sguardo più attento, quel fondo si rivela talvolta come un tessuto: un lenzuolo in raso nero che avvolge le figure, accentuandone l’intimità e la carica drammatica.

Il corpo appare in pose sempre diverse: di spalle, con uno sguardo invitante; reclinato, con il volto seminascosto e una qualità sospesa, quasi rituale; oppure, in fondo alla sala, in una postura quasi di sfida, con un girasole impugnato come una spada. Il titolo Solo ma con un girasole appena fiorito tra le mani (2026) è già di per sé una dichiarazione poetica. Quel “ma”, avversativo, attraversa tutte le opere, condensando tensione, delicatezza e forza in un’unica immagine. Nella stanza adiacente, Solo (2026) chiude il processo per sottrazione: il soggetto occupa la tela senza più elementi accessori, come una partitura ridotta all’essenziale. Accanto alle tele, lo spazio è scandito da collage su carta, realizzati con acquerello e carboncino — quest’ultimo tra i primi materiali con cui l’artista si è confrontato nella sua pratica. Raccolti sotto il titolo Capricci, questi lavori rimandano tanto al desiderio improvviso quanto a una forma libera e fantasiosa. Forme, corpi e parole — tratte da poesie e testi vicini all’artista — fluttuano, si sovrappongono, si intrecciano in composizioni organiche e instabili. Le stesse forme sono state al centro della prima performance di De Pinto, Segreto, realizzata a Torino presso Spelonca nel novembre 2025, in cui l’artista si è misurato con il proprio corpo, traducendolo in relazioni spaziali.

“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.” La riflessione pirandelliana trova qui una risonanza concreta: nella pratica ostinata dell’autoritratto, De Pinto non cerca una definizione, ma mette in scena l’impossibilità stessa di raggiungerla.
Roberto de Pinto, Ostinato, Galleria Francesca Minini, Milano, fino al 9 maggio 2026