Catherine & Catherine. E la Frot tiene testa al supershow di Madame Deneuve

In Cinema

“Quello che so di lei”, in originale “Sage femme”, è un gran duetto d’interpreti orchestrato dal bravo Martin Provost, già autore di Violette, simile tenzone di personaggi femminili, in quel caso scrittrici. Qui Claire, ostetrica della periferia parigina, in crisi col lavoro e la sua vita privata, ritrova dopo tanti anni l’odiata Béatrice, amante del padre, che per lei se n’era andato di casa. Sarà un scontro prima duro, ma poi molto significativo, perfino affettuoso, fondamentale per il futuro di entrambe

Quello che so di lei non è il primo rapporto forte e complicato tra due donne che racconta Martin Prevost, autore francese oggi in piena maturità. Dopo il successo nel 2008 di Séraphine (7 premi César vinti, tra cui due al regista/sceneggiatore, più 700mila spettatori) ha girato nel 2013 un film ambizioso e duro, Violette, che ricostruiva il legame tra due intellettuali francesi di primissimo piano, Simone de Beauvoir e Violette Leduc, scrittrici femministe, impegnate in una relazione che era quasi un corpo a corpo, fisico e intellettuale (nel film Emmanuelle Devos e Sandrine Kiberlain la mettono in scena con grande forza espressiva).

Quello che so di lei mette a confronto la bravissima Catherine Frot, che di recente ha deliziato il palato di Francois Mitterrand in La cuoca del presidente e l’intramontabile Catherine Deneuve, tornata in primo piano in un cinema di cui non ha mai lasciato la ribalta, con oltre 120 film, dal lontanissimo debutto, a 13 anni, in Les collégiennes, dove portava il nome di Chatherine Dorleac. Nel film di Prevost troviamo poi un’altra diva storica, che mai ha lasciato i set, Mylène Demongeot.

In Sage femme, titolo originale e più significativo, perché è il nome con cui in Francia sono chiamate le ostetriche, Claire (Frot) è una levatrice che ama la sua professione e gl’innumerevoli bimbi che ha fatto nascere nella sua vita. Però attraversa un momento duro, perché il reparto maternità dell’ospedale della periferia parigina dove lavora presto chiuderà. E in questa già complicata situazione, dove accanto a lei fa anche capolino un’amabile ma ingombrante presenza maschile, un autista di Tir che ha il sorriso di Olivier Gourmet, ricompare all’improvviso dal passato la donna che meno avrebbe voluto rincontrare per le sofferenze che le ha già causato, Béatrice (Deneuve). Per lei, suo padre aveva infatti lasciato la famiglia tanti anni prima.

 

Béatrice, che oggi è una signora anziana e malata, ma ancora assai bella e vitale – o almeno così sembra – cercando l’aiuto di Claire, che tra parentesi ha anche un figlio grande a cui badare, sembra riproporle un messaggio e un modello dell’agire, come sempre, come prima, fuori e oltre la realtà. Si delinea così di nuovo il contrasto tra due caratteri e prototipi esistenziali: Claire ligia ai suoi doveri, previdente, concreta e sempre pronta a sacrificarsi per gli altri, e Béatrice, preda di una sorta di incoscienza che ha riprodotto ossessivamente lungo tutta la sua vita, impegnata a disperdere il poco o tanto che ha radunato negli anni, in senso effettivo e affettivo. Ma le due donne, dai tanti scontri del passato hanno imparato che si può anche assorbire il bene luna dall’altra, e nonostante siano due persone lontanissime. Come a dire che è la ricchezza dell’incontro con gli altri, non la società virtuale, la razionalità tecnologica di cui anche il reparto maternità di Claire finirà per essere vittima, a far avanzare la civiltà, in senso generale e personale. Nel pubblico e nel privato.

Se Quello che so di lei è costruito soprattutto su un grande duetto di personaggi e interpreti, decisamente carismatiche, che con grande comunicativa mettono in scena la testa e il corpo, l’anima e la carne, e insieme tutte le loro possibili contaminazioni, Provost ci mette un elemento autobiografico e la capacità di farne un racconto anche sociale. Al momento della sua nascita, un’ostetrica gli ha donato il suo sangue, vedendolo in grave pericolo di vita, andando poi a denunciare, al posto del padre, la sua venuta al mondo. Dunque il film è anche un omaggio a lei, costruito come un percorso intelligente di osservazione delle dinamiche sociali: e che in questo modo diventa capace di travalicare e arricchire i generi e i topos (come il divismo, qui in senso sostanzialmente positivo) del cinema.

Quello che so di lei, di Martin Provost, con Catherine Frot, Catherine Deneuve, Olivier Gourmet, Quentin Dolmaire, Mylène Demongeot