In “Il mago del Cremlino” Olivier Assayas ed Emmanuel Carrére raccontano come all’inizio degli anni 90 un giovane e ambizioso regista di teatro diventò il consigliere e “creatore” del futuro presidente russo, poi al governo per oltre vent’anni. Il comunismo era crollato e la transizione verso un nuovo mondo sembrava offrire mille prospettive di democrazia. E’ finita con l’ascesa al potere di uno scaltro funzionario dei servizi segreti. Il film parte bene ma viene ben presto sovrastato dalla prova del suo protagonista. E lascia lo spettatore ancora a caccia di verità politiche e spiegazioni storiche più solide
Il mago del Cremlino, ovvero come costruire il potere e mantenerlo, manipolando coscienze e costruendo narrazioni, ricamando menzogne e inventando verità. In Russia come altrove. Questo è il fulcro intorno a cui ruota interamente il nuovo film di Oliver Assayas, tratto dal libro omonimo di Giuliano da Empoli e sceneggiato insieme a Emmanuel Carrère, che si ricava anche un gustoso cameo, facendosi strada tra un divo e l’altro. Nei panni di Vladimir Putin troviamo infatti Jude Law, Paul Dano in quelli del consigliere Vadim Baranov, Alicia Vikander è l’inquieta Ksenia, Jeffrey Wright il giornalista americano a cui è affidato il compito di ricostruire fatti, eventi e movimenti della storia e della politica (a uso e consumo di uno spettatore probabilmente distratto e magari smemorato).
Tutto ha inizio negli anni Novanta del secolo scorso. Il Muro di Berlino è crollato, l’Unione Sovietica si è disintegrata e a Mosca, d’improvviso, è esplosa la primavera. Sì, come quella di Praga, nel ’68: un nuovo orizzonte di possibilità che sembra aprirsi come una corolla in fiore. Finalmente. A Praga, nel ’68, l’illusione finì presto, con l’arrivo dei carri armati sovietici; nella Mosca degli anni Novanta l’utopia prende per qualche tempo le sembianze di una rivoluzione colorata e caotica, un mondo nuovo dove tutto è possibile. Un’illusione anche questa, e infatti durerà poco. Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro e coltiva ambizioni artistiche, lo scoprirà in fretta, ma scoprirà anche il modo per ricavarne più di un vantaggio.
All’inizio sembra un gioco, un lavoro come tanti, un modo per sopravvivere al caos e trovarsi una piccola nicchia economicamente conveniente: si tratta solo di dare qualche utile consiglio a un oscuro funzionario del KGB che dovrà fungere da fantoccio o poco più nel periodo di interregno che seguirà alla presidenza ormai agli sgoccioli di Boris Eltsin. Un personaggio destinato a essere poco più di una nota a piè di pagina nei manuali di storia. Ma il personaggio in questione si chiama Vladimir Putin, e come ben sappiamo si conquisterà un ruolo centrale nella storia di questi ultimi decenni. Grazie anche a quel giovane intellettuale che amava l’arte e il teatro, quel Baranov che si è rivelato capace, del tutto a sorpresa, di trasformare se stesso in un machiavellico stratega politico e Putin in uno dei più inossidabili tiranni della storia.
Un film estremamente interessante per il tema trattato, un po’ meno per la forma scelta da Assayas. Il regista francese si è buttato a capofitto in quello che si può tranquillamente definire il progetto più ambizioso della sua carriera: e non si può dire che abbia fallito, ma nemmeno che sia riuscito a concludere l’impresa in modo del tutto convincente. La prima parte del film, quando man mano vengono delineati i personaggi, e le qualità degli attori hanno modo di espandersi dando il meglio, è affascinante, addirittura trascinante – la gelida furia calcolatrice di Putin/Jude Law, l’intelligenza distaccata e amorale di Baranov/Paul Dano (personaggio fittizio, ma che somiglia moltissimo a Vladislav Surkov, effettivo consigliere e anima nera di Putin), l’enigmatica seduzione della sfuggente musa interpretata da Alicia Wikander, la pacata presenza del giornalista curioso interpretato da Wright.
Ma quando si arriva al dunque e davvero lo spettatore vorrebbe saperne di più, vorrebbe attingere, anche solo per un’istante, a un barlume se non di verità almeno di trasparenza, si ritrova in mano un blocco opaco di immagini confusamente fascinose e di dialoghi ripetitivi. L’enigma del potere e della sua costruzione attrae, inquieta, e rende il film di Assayas più che consigliabile, ma alla fine l’autore affida la sua riuscita quasi interamente a Jude Law, attore straordinario, capace di rendere il suo personaggio più vero del vero. E il film finisce con l’essere costruito tutto intorno a lui. Però non basta un singolo dittatore a spiegare la tirannia. E non basta di certo questo film a spiegare che cosa sia successo o stia succedendo al di là di quella che una volta si chiamava Cortina di Ferro e oggi giustamente non viene più considerata tale. Ma forse il sipario che collega e separa oggi l’Europa dalla Russia non è neanche minimamente sfiorato dalla luce in fondo tristemente fioca di questo film. Ed è comunque un peccato.
Il mago del Cremlino, di Olivier Assayas, con Jude Law, Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Jeffrey Wright