“Fantastica”, la 18a Quadriennale d’arte ─ principale esposizione periodica dedicata all’arte italiana contemporanea ─ apre le sue porte fino al 18 gennaio 2026 al Palazzo Esposizioni Roma. Curata da Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafera, Francesco Stocchi e Alessandra Troncone, espone i lavori di 54 artiste e artisti viventi nati tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Novanta in un grande progetto espositivo corale che racconta l’arte in Italia dei primi venticinque anni del XXI secolo attraverso cinque percorsi d’indagine individuati dalle curatrici e dai curatori tra i quali manca il compianto Luca Beatrice, che del progetto fu l’ideatore.
“L’arte ha regole che, ancora una volta, si possono sovvertire. Non è detto che le nuove saranno migliori, più giuste. Stiamo vivendo un nuovo presente e non capirlo significa rischiare di venirne travolti”. Con questa frase, più simile a un avvertimento che a un atto di fiducia, il nuovo presidente della Quadriennale, Andrea Lombardinilo, rende omaggio a Luca Beatrice, ideatore della Quadriennale Fantastica, scomparso a gennaio 2025 prima di veder realizzato il progetto che aveva immaginato. È un passaggio di testimone segnato da un’ambiguità evidente: la volontà di innovare e la consapevolezza dei limiti strutturali con cui ogni istituzione culturale deve misurarsi. Ne nasce una rassegna sospesa tra slancio e cautela, un organismo che promette metamorfosi ma esita davanti al salto, come un dispositivo ancora in fase di assestamento. La Quadriennale di Roma torna dunque al Palazzo delle Esposizioni fino al 18 gennaio 2026, riunendo artisti nati tra gli anni ’60 e ’90 e costruendo un percorso che attraversa i primi venticinque anni del nuovo millennio. L’intenzione dichiarata è quella di riportare al centro il “fantastico”, inteso non come evasione ma come strumento per reimmaginare un presente che appare sempre più opaco. Eppure, nonostante la promessa iniziale, questa tensione visionaria rimane spesso imbrigliata da scelte prudenti, quasi timorose di spingersi oltre il già codificato.

La prima sezione, curata da Barbero, affronta il tema dell’autoritratto, declinato in forme che mettono in scena il rapporto ambiguo tra identità e rappresentazione. Si apre con Lucio Fontana e il suo Io sono un santo – Io sono una carogna, opera costruita su una dialettica che però appare fin troppo letterale. Molto più incisivo Roberto De Pinto, le cui gigantografie corporee infrangono il filtro della distanza, restituendo un realismo crudo che si imprime con forza. In contrasto, Emilio Gola evoca scorci di vita privata che reinventano set già visti in Cindy Sherman, pavimenti pieni di oggetti di tutti i tipi e quasi ordinati nel loro totale disordine, che incidono nella memoria e rimangono impressi. Il duo milanese Vedovamazzei scuote la sezione con un’ironia feroce: neon, sculture e l’inattesa boule di neve con il corteo comunista, che rende esplicita la dimensione grottesca del presente.

Nella foto, opere di Emilio Gola, Siro Cugusi, Roberto de Pinto, courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma, Fotografia Agostino Osio – Alto Piano
La seconda sezione, di Francesco Bonami, rilegge l’io attraverso la lente woolfiana di A Room of One’s Own. L’intento è quello di creare stanze mentali, identità autonome, ma molti lavori restano intrappolati nella loro stessa autodefinizione. Brilla invece Giulia Cenci con Secondary Forest (2025), installata nella rotonda centrale: rami argentati e teste ibride compongono un ambiente perturbante, quasi un relitto organico che si ostina a sopravvivere. Le ceramiche di Shafei Xhia, con le tigri feroci su fondo rosso, mantengono una forza grafica evidente, ma sembrano limitarsi a evocare una tradizione senza realmente destabilizzarla.

Nella foto, opere di Lorenzo Vitturi e Bea Scaccia, courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma, Fotografia Agostino Osio – Alto Piano
La terza sezione, Il tempo delle immagini, curata da Emanuela Mazzonis di Pralafera, tenta una lettura della fotografia italiana tra 2000 e 2025. Il percorso è ampio, a tratti didattico, e soffre di una certa linearità. L’eccezione è Rivoluzioni(2019) di Francesco Jodice, un montaggio alla Ejzenštejn che frammenta l’immaginario cinematografico per suggerire un futuro che implode nel proprio passato. Un cortocircuito visivo che manca in molte altre opere, troppo ancorate alla cronaca più che alla visione.

Segue Senza Titolo, sezione di Francesco Stocchi, il cui obiettivo non è tematizzare ma mettere in mostra la creatività collettiva. Un proposito interessante, che però produce un effetto centrifugo. L’artiglio idraulico di Arcangelo Sassolino in Hunger (2008) invade lo spazio come un animale meccanico pronto all’attacco, mentre la scritta WELCOME in mosaico romano costruisce un contrasto ambiguo, quasi sarcastico, che però non trova pieno sviluppo nell’allestimento.

Infine Il corpo incompiuto, curata da Alessandra Troncone, presenta le voci più giovani, quelle che più chiaramente affrontano il corpo come luogo di mutazione. L’opera di Agnes Questionmark, Exiled in Domestic Life (2025), è il centro emotivo della mostra: un gigantesco organismo marino esposto come reperto, circondato da schermi che ne analizzano una fisiologia fittizia. Una falsità dichiarata che funziona proprio perché non tenta di camuffarsi. Accanto, Industrial Equilibrium (2025) di Roberto Pugliese mette in scena due bracci robotici che oscillano tra lotta e danza, mentre Lifeweave (2025) di Emilio Vavarella trasforma un campione di saliva in un arazzo genetico prodotto tra Harvard e il MIT, testimoniando un’arte che sembra osservare la scienza con la stessa diffidenza con cui la scienza osserva l’arte.

La Quadriennale Fantastica restituisce così un immaginario irrequieto, pieno di contraddizioni e intermittenti illuminazioni. Le sezioni cercano di mappare il presente, ma finiscono spesso per mostrarne le fragilità: un io onnipresente e poco interrogato, un futuro che rimane promessa estetica più che progetto concettuale, un fantastico che rischia di trasformarsi in ornamento. Eppure, è proprio in questa instabilità che la rassegna trova il suo valore più autentico. La Quadriennale non consola, non pacifica, non chiude. Disturba. E forse oggi, disturbare è il gesto più necessario.
18a Quadriennale di Roma. Fantastica. Palazzo delle Esposizioni, Roma, fino al 18 gennaio 2026