Si è da poco conclusa Purpurea Lux, mostra personale dell’artista italo-svizzera Sighanda, a cura di Barbara Aniello, che si è tenuta a Viterbo a Palazzo dei Priori. Una mostra che invitava a riscoprire la vastità del macrocosmo nell’infinitesima piccolezza del frammento, lasciarsi sorprendere dalla forza dello sguardo, del suono, dell’odore, della sensazione tattile rigeneratrice, offrendo un’esperienza interiore, in bilico tra contemplazione e creatività.
Gli impressionisti sono probabilmente il gruppo più noto dell’Ottocento. Alla prima lezione di storia dell’arte contemporanea si elencano sempre le motivazioni alla base dell’importanza ell’impressionismo e tra queste spicca la pittura en plein air. Fino ad allora un pittore non avrebbe mai potuto lavorare al di fuori del proprio studio, non esistevano i colori industriali, quindi andavano autoprodotti con materiali tra cui terre, pietre, fino ai raffinatissimi lapislazzuli, che uniti a leganti naturali come l’uovo o la colla di pesce fornivano ai nostri pittori colori da applicare sulla tela. Non è un caso che sentendo parlare Sighanda mi sia venuta in mente questa storia, proprio mentre spiegava che per raggiungere una determinata tonalità di azzurro serviva unire la bietola con il bicarbonato e che nonostante si fosse ossidata tendendo al marrone, il processo di creazione unito alla sua incredibile caducità riporta ad un uso così antico da sembrare rivoluzionario. L’artista italo-svizzera, nata in Belgio, ha una grande quantità di influssi e un ampio vissuto; condensarlo in poche righe sembra quasi riduttivo. Sighanda, al secolo Dominique Fidanza, si definisce pittrice, musicista e carnettista, ossia una realizzatrice di carnet de voyage, libri di viaggio.

In Purpurea Lux – mostra a cura di Barbara Aniello che si è svolta a Palazzo dei Priori a Viterbo in uno spazio nuovo recuperato dal comune e con catalogo Davide Ghaleb Editore – l’artista convoglia tutte le sue esperienze in un corpus dal fascino unico. Dal titolo e dal poster della mostra, rappresentante una sfera di vetro con dentro un grande led ghiaccio, sembra di trovarsi di fronte alla solita istallazione immersiva da mostra Blockbuster. Invece no, si scopre qualcosa di totalmente diverso, la luce purpurea a cui si fa riferimento è quella del crepuscolo, momento di passaggio tra giorno e notte, in cui la luce da esteriore invade l’essere umano e lo illumina folgorando la mente. Questa è l’intuizione che Sighanda vuole risvegliare in noi. Quello che crea è un vero e proprio percorso che permette di farci viaggiare tra le varie stagioni dell’anno. L’artista inaugura una corrente nuova e allo stesso tempo antica che definisce Estrattismo, ossia l’arte di estrarre i materiali dalla natura, lei non lavora manipolando l’elemento naturale, ci mette di fronte la natura nelle sue molteplici sfaccettature quasi come la vivessimo al microscopio. I suoi lavori sembrano delle cellule pulsanti con i villi che si estroflettono creando legami e dando forma ad un organismo vivente o a una rete neurale senziente.

La particolarità è che i materiali utilizzati sono stati alacremente ricercati tra mille, alcune tonalità delle opere autunnali provengono addirittura dell’Africa centrale, altri da boschi svizzeri, fino ai muschi della Faggeta di Soriano ed è proprio qui che viaggio e ricerca si uniscono. La natura non solo abita la tela fisicamente e metaforicamente, ma invade lo spazio delle sale con una potenza lirica infatti al centro di ogni sala troviamo una installazione; nell’autunno un cerchio di foglie secche, nell’inverno un tappeto di specchi quadrati su cui poggia la già nota installazione presente sul manifesto pubblicitario, nella primavera due strisce di terra su cui sono poggiate delle tele come se fossero fiori che sbocciano dal terreno ed infine nell’estate un cerchio ampio di paglia essiccata. Ciascuna installazione contribuisce a rendere la mostra sinestetica grazie all’odore che emana oltre alla presenza che esprime, solo nell’estate, è presente anche una installazione sonora tridimensionale che, grazie alla collaborazione dell’ingegnere Fabio Brugnoli, ha permesso di creare un’unione tra il suono della natura e la voce di Sighanda.

Questa ovviamente interpreta le stagioni secondo la propria chiave di lettura. L’inverno viene visto come un equilibrio precario tra solido e liquido, figlio dei rigidi inverni svizzeri, in cui il gelo che fa da padrone viene spesso sconfitto dal sole che scioglie il ghiaccio. Motivo per il quale i quadri mostrano strutture geometriche rigide in cui l’elemento acquoso disturba le linee diritte. La primavera, evidentemente la stagione prediletta dell’artista, viene vista come la rinascita della luce e dei colori, qui si punta molto sul fiore e la sua importanza. I quadri che nascono dalla terra e le quattro opere rappresentanti la visione di quattro fiori al microscopio rappresentano l’esplosione della policromia. L’estate ha invece un sapore dolce amaro, Sighanda insegna ad Agrigento e vede come questa stagione sia l’esaltazione della natura, infatti predomina il verde, ma anche del forte calore che spesso genera incendi che avviluppano la natura e la distruggono. Le fiamme sono rappresentate da questi intermezzi di giallo e arancione che armonizzano con il verde acido ma allo stesso tempo lo disturbano. Da ultimo l’autunno che è preceduto dalla frase “Nel crepuscolo porpora l’autunno disgrega e rigenera: la fine è già annuncio di vita”, la famosa purpurea lux.

L’autunno è foriero di morte, lo si vede anche nei quadri, che rappresentano le foglie come spolpate e di cui rimane solo lo scheletro, ma allo stesso tempo è il crepuscolo che ci permette di scorgere la vita al di là della fine. A chiudere questa mostra un’idea che ha in sé del geniale. Troviamo in un corridoio una piccola porta con una grata, la porta è bassa e quindi per scorgere al di là bisogna chinarsi, e dietro troviamo l’ultima opera, che rappresenta la natura tutta. È quasi come un confessionale in cui il prete è il rappresentante di Dio, così come il quadro rappresenta la Natura, che assume quasi il ruolo di Gea, di Madre Terra, un’autorità che va rispettata e curata. Monito finale di questa prima mostra in uno spazio nuovo per Viterbo, che ha avuto anche un ottimo riscontro di pubblico e si spera sia la prima di una serie fortunata.