Torna in scena il capolavoro di Tom Stoppard, in cui l’Amleto diventa uno strumento per attraversare il teatro, dalla Commedia de’Arte a oggi. Parliamo con Paolo Sassanelli di teatro, domande di senso, e dello stato di salute del cinema.
E se Amleto fosse anche comico? Nel classico di Tom Stoppard, Rosencranz e Guildestern sono morti, lo diventa, perché il capolavoro Shakespeariano viene riletto con lo sguardo laterale dei suoi guitti, eredi della Commedia dell’Arte prestati a una lingua, quella del teatro, che dal tempo del Bardo a oggi rimane strumento prezioso per dire la verità. Lo sa bene Paolo Sassanelli, che nel nuovo allestimento per la regia di Alberto Rizzi, con Francesco Acquaroli e Francesco Pannofino nei ruoli dei protagonisti, indossa invece quelli del capocomico. Protagonista di tv e cinema – da Coliandro a Balene, nel teatro Sassanelli trova una dimensione più simile a se, in cui muoversi su un piano diverso. Ne parliamo nel corso della tournée, a margine della replica dello spettacolo al teatro di Saronno: un dialogo in cui la leggerezza diventa un mezzo per approfondire, e la lucidita dell’interprete coincide con quella del professionista, che riflette anche sulla crisi del settore cinematografico mentre l’industria cinematografica protesta per un taglio all’audiovisivo di 200 milioni in due anni.
Arrivi al Teatro Giuditta Pasta con Rosencrantz e Gildern sono morti insieme a Francesco Acquaroli e a Francesco Pannofino. Un’opera capitale di Tom Stoppard che spia Amleto dal buco della serratura, e ci fa scoprire che l’amleto può essere anche comico. Che scoperta è stata questa?
È un testo che io conoscevo, perché ho visto anche il film e conosco l’opera di Tom Stoppard, per me è un genio della scrittura scenica. Quest’opera c’ha tantissimi livelli di lettura. Ad affascinarmi tanto è stata la scelta di Alberto Rizzi, il regista, nella direzione divertente, comica, che è molto presente nel testo. Ma ci sono anche tante domande che vengono poste all’interno della narrazione scenica, e sono domande che a me piacciono tantissimo.
Domande che si fanno i fisici teorici. All’interno dello spettacolo c’è una battuta “Un giorno filosofo cinese sognò di essere una farfalla. E da quel momento non era più sicuro: forse era una farfalla che sognava di essere un filosofo cinese”.La stessa citazione la trovi nel nuovo libro di Rovelli, si parla di fisica quantistica, Sono domande bellissime all’interno di questa storia, e vi passano tanti messaggi. Noi abbiamo prediletto soprattutto il divertimento, ma senza escludere le implicazioni, le domande universali che sembrano fatte di sfuggita all’interno della storia e sono la bellezza di questo testo.
Il tuo è il ruolo di capocomico della compagnia che consente ad Amleto di svelare quello che effettivamente è accaduto al padre. Tu hai detto in un’intervista: “il successo personale non mi appaga, quello condiviso, sì”: quindi questo ruolo di capocomico ti somiglia?
Sì, é un aspetto di me, ma il nostro spettacolo attinge anche della commedia dell’arte: anche dove non fa un riferimento preciso, il tipo di energia, il tipo di lavoro appartiene alla commedia dell’arte.
In ogni caso, essendo il capocomico di un gruppo di attori, che in questo caso sono due, Andrea Pannofino e Chiara Mascalzoni, che sono fantastici, noi rappresentiamo il teatro all’interno del teatro. Una scatola dentro una scatola, dentro una scatola, ed è la parte divertente: è un testo dove ci si trova di tutto e non so come Stoppard abbia scritto un testo del genere quando aveva 24-25 anni. Arrivare a posti domande di questa profondità è straordinario.
In che contesto si muove questo teatro nel teatro?Tom Stoppard ha deciso di fare uno spin-off da Amleto, su Rosencranz e Gilderstern: sono due personaggi che servono, non hanno una storia, non hanno un passato, non avranno un futuro, ma sono funzionali solo per portare avanti la narrazione e la storia di Amleto.Sono quasi oggetti, nascono lì e poi moriranno in questa la storia. Vanno lì per ordine del re e della regina per indagare se Amleto sa qualcosa della loro fresca. Sono due spie. Ma non solo questo. Sono molto interessanti, però utilizzati poco da Shakespeare, che li usa come strumento. Stoppard invece gli ha dato il respiro di uno spettacolo. Ma loro s’alzano la mattina e non hanno ricordi.. La loro vita comincia il giorno che si svegliano, vengono convocati ad andare dal re e quella è tutta la loro storia. E se lo chiedono in continuazione. Sembra il film Moon, il cui regista è il figlio di David Bowie col suo nome anagrafico e Sam Rockwell, un grande attore
Dove trovi il punto di congiunzione?
Il film è la storia di un di un clone che scopre di esserlo. Lui pensa di avere una vita, un passato, del dei legami, in realtà non ha nulla. Anche i due protagonisti sono legati all’interno del testo di Amleto, inchiodati dentro. Il ruolo della compagnia dei comici è che anche loro sono chiusi dentro lo spazio temporale dello spettacolo. Non hanno una vita propria. Forse sono gli spiriti, forse sono demoni del teatro, ma vengono rinchiusi per sempre.
Come i personaggi dentro allo spazio del teatro, allo spazio del testo. Il vostro lavoro dà spazio a due epoche capitali della storia del teatro: il teatro elisabettiano, quello shakespeariano e la commedia dell’arte. Come avete scelto di reinterpretarle e perché funzionano ancora?
Noi abbiamo reinterpretato a modo di Alberto, con la sua energia, con la sua visione e il suo divertimento. Il pubblico non ha la possibilità di annoiarsi: si entra al teatro e si entra in una giostra che porta a spasso gli spettatori facendogli venire tante domande ma senza dargli nessuna risposta. Questo è la base recondita della commedia, del divertimento, della risata, della giostra del pensiero e dell’emozione in cui lo spettatore si deve lasciare andare. Succedono troppe cose per annoiarsi.|
Si tratta anche di un lavoro estremamente ironico. Sia l’ironia inglese tutta di parola che quella più fisica. Qual è secondo te il ruolo dell’ironia sulla scena? Non solo l’ironia, anche l’autoironia. Gli inglesi hanno uno humor molto particolare che noi abbiamo cercato di rispettare il più possibile, però mettendoci dentro anche del nostro. Rispettando la linea, il testo, le battute inglesi, che vengono recepite dal pubblico, ma anche una ironia che potrei definire italiana, anche se non saprei definire un teatro nazionale. Io amo solo le cose belle, che non hanno nazionalità.
Nello spettacolo c’è anche molta musica..
Bellissima, fatta da Natale Pannofino. Le musiche dello spettacolo sono tutte non di repertorio, tutte create da Natale che ha creato una bella suggestione, e arricchisce molto lo spettacolo.
Musica che fra l’altro fa anche parte del tuo percorso: Sei attore, regista, sceneggiatore e anche musicista.
Sì, più strimpellatore, però siccome amo il jazz, amo lo swing, più etnico, Gypsy ogni tanto qualcuno mi definisce anche musicista, ma non è che sono proprio musicista.
Il jazz fa parte anche questo spettacolo?
Questo spettacolo è molto jazz. Non c’è tanta improvvisazione, ma le basi gli standard sono jazz.
Non c’è tanta improvvisazione, ma c’è tanto estro, c’è il teatro fisico, c’è anche la possibilità di mettersi in gioco sulla scena, di sperimentare?
Certo, tantissimo. Anche molto fisicamente. Noi saliamo, scendiamo scale, abbiamo una scenografia che si apre. Simbolicamente è un cubo, che fa parte anche di un certo modo di far porsi le domande. Un cubo che poi si trasforma in castello, in nave molto: la scenografia di Ferrigno è fantastica.
Un po’ come si può fare in teatro. Giocando a essere qualcosa si sperimenta la realtà e questa può cambiare forma, Anche qui è il teatro diventa strumento per raccontare la verità.Tu hai fatto tanto cinema, tanta TV. La domanda è semplice: Che cosa il teatro che fa venir voglia di tornarci?
Il teatro ha aspetti fragili, va protetto, perché il teatro bisogna farlo bene, bisogna fare bel teatro, perché altrimenti gli si fa del male. Ma ha una forza secolare millenaria, il teatro appartiene all’essere umano, le, altre forme artistiche visive nascono dal teatro, che e in evoluzione e sta cambiando.
In questo momento il cinema è in ginocchio, letteralmente in ginocchio e ho paura che gli si sta dando un colpo di grazia.
In che senso?
Se gli togli le poche risorse che il cinema ha gli stai togliendo il futuro. I registi apprezzati a livello mondiale, da Garrone a Sorrentino, ad altri che stanno emergendo, hanno cominciato con un cinema con pochi soldi finanziato dallo Stato e hanno tirato fuori il proprio talento. Se si uccide quello non abbiamo il futuro. Stiamo uccidendo il cinema. Se non diamo la possibilità ai giovani talenti di fare il proprio cinema anche con poche risorse, uccidiamo il cinema italiano. Ed é doloroso. Ci riguarda tutti. A cosa diamo valore? Se lo diamo solo delle cose materiali ci si inaridisce. Come le piante, poi muoiono. Se noi togliamo il valore alla nostra vita, la capacità di sognare, di far sognare che dà il cinema o l’audiovisivo, ci stiamo negando qualcosa. Quanto abbiamo imparato dal cinema? Ameno, la mia generazione, tantissimo. Vederlo morire così è molto triste. Però qualche cosa bisognerà fare.
Come si inserisce questo lavoro nelle tue scelte artistiche, nella tua storia di attore?
Nel cinema, nell’audiovisivo faccio volentieri quel che si propone. In teatro invece mi lascio la libertà di scegliere, faccio solo quello che mi piace. Il teatro è impegnativo, può durare mesi di tournée prove, quindi quando fai quella scelta, la fai perché ci credi. Ho scelto di fare questo spettacolo perchè l’ho sempre amato e mi piacciono tanto i miei colleghi. Siamo una squadra molto divertente, unita, diversa, ma ci rispettiamo su in scena, nessuno sgomita, ognuno fa il proprio cercando di fare il meglio e sostenendo l’altro e questo, è l’optimum per lavorare in teatro, perché ogni sera sai che stai collaborando insieme a un gruppo di persone che rispetti, stimi, alle quali vuoi bene e quindi meglio di così, che altro possiamo chiedere?