Testori visto da molto vicino

In Interviste, Weekend

Ovvero da sua nipote (e anima del premio Testori) Giuseppina Carutti. La famiglia, lo sguardo sull’arte, Milano, la religiosità profonda. E “il dovere di sbagliare”.

Sta per prendere il via la seconda edizione del premio Giovanni Testori, che premia giovani scrittori e studiosi contemporanei, al valico tra arte e letteratura, e Toni Servillo, il prossimo primo dicembre alla Basilica di San Marco, leggerà dei brani tratti dal Gran Teatro Montano, il libro che dedicò a Gaudenzio Ferrari, genio (spesso ignorato) dell’arte del Cinquecento.
 Giuseppina Carutti, nipote di Testori, qui racconta una delle figure più importanti della letteratura italiana del secondo Novecento da un punto di vista – per così dire – più familiare.

Cos’era la famiglia per Giovanni Testori? Cos’eravate voi, per lui?
Nella sua formazione la famiglia, la madre in particolare, furono centrali. Fu iniziato alla pittura dalla cugina Mariuccia, che abitava nella sua stessa casa, a Novate, dipingeva guardando i quadri di Cézanne e ha fatto scuola anche a mia mamma, che dipingeva con mio zio, suo fratello. Lui diceva che quello che lo ha sempre aiutato a vivere e ad accettare la vita nella sua maledizione è sempre stato il ritorno a casa. Questa disposizione verso l’arte e verso la casa ci ha contagiati, appartiene a tutta la famiglia: dei 21 nipoti e pronipoti, da Giuseppe a Giovanni e Francesco Frangi, da Edoardo Testori ad Anna Bernardini, almeno la metà si occupa delle cose dell’arte. Così per i pronipoti. La nostra famiglia, quando Testori era in vita, ma ancora di più adesso, pare una sorta di bottega.

Una bottega solidamente impiantata a Milano. Qual era il suo legame con la città?
Quando l’attore che fa Renzo ne I Promessi sposi alla prova, durante la peste, a Milano, vicino ai corpi sfatti del lazzaretto si incontra con il maestro chiede «Città! sì, città! Ancora?» il maestro, dietro cui ho sempre riconosciuto mio zio, risponde così: «Culla, tavola; letto, bara; eppure sempre cara; madre nostra civile; riflesso di madre nostra corporale! Oh ti saluto! Vale, sì, vale, esser figli tuoi, anche qui ed ora, città sconfitta, città infetta, città malata, città dilaniata, città derelitta! Accetta che sia questa prova il sì che veramente ti rinnova! […] Broletto dove chi ti governa siede, città ospedale, a te ritorna e riede, parola antica e disusata, sempre, sì, sempre riede, riede chi t’ha amata». Mi pare che qui ci sia tutto quel rapporto di complicato amore che lo legava a questa città.

A Milano pare che in questi ultimi anni ci sia un revival di Testori? Quali le ragioni?
Verissimo. Da un lato credo sia perché la vita, come diceva Dante Isella, nel muovere le sue pedine,non ha fretta, ma se c’è un grande talento prima o poi lo tira fuori. Dall’altro credo si stia trovando la via d’accesso per entrare nella cultura di Testori dalla via maestra, cioè la storia dell’arte. Lo aveva capito Anna Banti, moglie di Roberto Longhi, al tempo del Dio di Roserio, quando scriveva che Testori è uno scrittore che ha nell’occhio il suo uncino. Il disegno del premio Testori, tra i consigli preziosi di Pier Vincenzo Mengaldo e le indimenticabili ore di lavoro con Giovanni Agosti, si muove proprio in questa direzione. L’impatto violento con l’arte figurativa ha determinato in lui un condensato di esperienze estetiche ed esistenziali che erano alla base del suo lavoro. In questi 30 anni di lavoro al Piccolo, durante le tournée degli spettacoli, andavo nelle scuole e nelle università a parlare ai giovani del grande repertorio lombardo, dagli scrittori della Peste a Manzoni, Gadda, Testori e Arbasino, mi rendevo conto che di lui giovani sentivano profondamente la passione, lo sdegno, la rivolta. E se cominciavo dalla storia dell’arte, dall’immagine, facevo meno fatica a far capire le ragioni e la forza del suo linguaggio, la sua sperimentazione. É uno scrittore che, come Roberto Longhi, parla di dialetto in figura.

Tra gli oggetti del suo parlare, al di là e dentro la storia dell’arte, ha sempre avuto grande importanza la religione: un cattolicesimo, il suo, che univa Manzoni e Gaudenzio Ferrari, ma anche il giovane eroinomane e marchettaro di In Exitu. Lei come ricorda che vivesse questa religiosità?
Nel ‘93, poco dopo la sua morte, Giorgio Strehler disse che Testori era un uomo di fede, mentre lui era un uomo di storia. Era una fede che ne fece l’ossatura, la struttura profonda, quando c’era, ma anche quando non c’era. Quando morì, a Milano, al San Raffaele, nel marzo del ’93, fece di tutto per comunicarci la pace e la fede della sua fine: “è stato bellissimo, è stato bellissimo”. Sono le parole che ricordo. Come il lilium bianco, quello che c’è anche nel Sant’Antonio di Tanzio da Varallo, sul comodino vicino al letto, che nessuno di noi ebbe il coraggio di portar via quando lui non c’era più.

Spesso pare che alcuni aspetti della sua religiosità vengano taciuti. A volte pare che non si voglia parlare, in certi ambienti, del suo essere appartenuto a Communione e Liberazione, dove, come diceva lui, diceva di sentirsi molto accolto “nonostante la sua condizione di omosessuale”. Lei come l’ha visto avvicinarsi a quel movimento?
L’avvicinamento a C.L. nacque attraverso le conoscenze e le amicizie di un nipote prediletto, Giuseppe: Testori per alcuni anni ha vissuto a Novate con lui e la sua famiglia appena nata, e credo che sia stato un periodo bellissimo. Sentì la fascinazione di un mondo giovanile che si organizzava con energia positiva verso il proprio futuro.

Cosa le raccomandava suo zio, quando lei era giovane? Qualche cosa che si sentirebbe di dire anche ai giovani che oggi partecipano al Premio Testori?
Mi diceva sempre di farsi carico degli errori, e convertirli in energia positiva. Come ha scritto, detestava gli spiriti dominati da un falso purismo, dall’idea fasulla che non si deve sbagliare. Così a furia di non sbagliare, il patrimonio di un uomo, di una città, di un paese, si rinsecchisce. Invece si ha il dovere di amare e, aggiungo, anche quello di sbagliare. Perché se si fa qualcosa, non si può fare a meno di sbagliare. Tutta l’arte è uno sbaglio: di grazia, di amore, di pietà.

Toni Servillo legge Testori. A cura di Giuseppina Carutti, introduce Giovanni Agosti. Basilica di San Marco, lunedì 1 dicembre, ore 20,30