Ogni anno almeno 25mila bambini italiani nascono all’estero. ‘Crescere expat’ è il libro di Eleonora Voltolina che indaga, sulla base di una vasta ricerca, la vita delle famiglie all’estero, i motivi del loro espatrio, il legame con l’Italia, la lingua, le famiglie d’origine. Un arcipelago complesso che avrebbe bisogno di ascolto e che invece continua ad essere poco visibile nell’agenda politica e nel dibattito pubblico
Sono cresciuti. Hanno studiato, hanno cominciato a lavorare, hanno messo su casa. Non sono tornati. Molti, moltissimi non sono tornati. Altri se ne sono aggiunti. E ora le geografie fisiche, culturali, relazionali, emotive si sono arricchite, complicate, ingarbugliate. Sotto altri cieli sono nati, stanno crescendo i bambini.
“Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” è il libro, frutto di una ricerca su 1200 italiani e italiane all’estero (in 50 diversi paesi) e di 31 interviste condotte dalla giornalista Eleonora Voltolina con la ottima ‘complicità’ di Fondazione Migrantes che ogni anno, con il Rapporto Italiani nel mondo, restituisce la dettagliata fotografia di chi ha lasciato l’Italia.

Si comincia dai numeri riportati dal volume che sono incerti per l’annosa questione dell’iscrizione all’Aire, il registro degli italiani all’estero al quale non tutti gli expat, non sempre o con molto ritardo si iscrivono. Presi con le pinze i numeri dicono però di un piccolo mondo, di almeno 25mila figli di uno o due italiani che ogni anno – la fonte è l’Istat – nascono in un altro paese. E solo nel 2024 ben 15 mila minori sono partiti dall’Italia, al seguito della loro famiglia, parte di quel flusso di 123 mila persone che in quell’anno hanno stabilito altrove la loro residenza. Eleonora Voltolina si è messa sulle loro tracce, li ha ascoltati, ha raccolto alcune delle loro storie, i loro giudizi su ciò che hanno lasciato e su quel che hanno trovato, i loro bisogni, le loro domande. E lo ha fatto per antico interesse professionale alimentato da una nuova, personale spinta: ai tempi del Covid anche lei è diventata una expat e da Milano, con un marito svizzero-belga e una bimba alle elementari, ha traslocato in una cittadina della Svizzera francofona.
Anche nel mio caso l’esperienza personale era stata la molla per indagare il fenomeno della emigrazione giovanile, la ‘generazione nomade’ da un punto di vista che, nel 2018 quando è uscito ‘Ciao amore ciao Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza’, mi sembrava trascurato, ovvero quello delle famiglie di origine che stavano vivendo una distanza inedita e la costruzione di una nuova relazione con quei figli lontani. Ora, si potrebbe dire, quei genitori sono diventati nonni (io non ancora) e quelli che ‘ci ostiniamo a chiamare ragazzi’ genitori. La storia va avanti ma, prima di addentrarsi in questo libro che si consiglia per la ricchezza del quadro e per i molti spunti di riflessione, va notata una non entusiasmante persistenza sottolineata anche da Voltolina: gli e le italiane all’estero, quelli e quelle che se ne vanno come da titolo del bel libro di Enrico Pugliese, non sono ancora tema di agenda politica, non entrano, nonostante la forza dei numeri, nel dibattito pubblico e le loro ragioni – la ricerca di migliori opportunità professionali ed economiche, un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro e un maggiore sostegno alle scelte riproduttive oltre al desiderio di nuovi orizzonti – non vengono valutate per quanto hanno da dire all’Italia che hanno lasciato e di cui sono e si sentono ancora parte. Eppure un paese che invecchia, in cui nascono pochi bambini, che perde i suoi giovani e non è capace di attrarne altrettanti anche in virtù di sciagurate politiche migratorie, avrebbe bisogno di capire in maniera assai più profonda quel che hanno da dire della loro esperienza e delle loro non facili scelte gli expat: utilmente il libro di Voltolina si conclude con un capitolo dedicato ai consigli, a ciò che si potrebbe fare per alimentare una relazione virtuosa tra l’Italia e chi se n’è andato. Anche questa ricerca conferma infatti un dato: nonostante la maggioranza relativa (il 44,5% di coloro che hanno risposto al questionario ) dichiari di non voler tornare, nonostante la migliore situazione di lavoro e reddito venga indicata come il principale aspetto positivo della vita all’estero (e il clima la più negativa!), la generazione nomade italiana che ormai si è fatta stanziale (Inghilterra e Germania i primi paesi di emigrazione) conserva un legame stretto con l’Italia e vorrebbe essere aiutata a mantenerlo. Lo notava già nel 2014 nel documentario Emegency Exit il giornalista inglese Bill Emmott: gli italiani all’estero sono diversi dagli altri, nonostante siano partiti con un biglietto di sola andata sono molto tristi per l’Italia, e si sentono impegnati con il proprio paese di origine. ‘Il desiderio di tornare e la nostalgia dell’Italia ci sono stati fin dal giorno uno’ dice a Voltolina Claudia, negli Stati Uniti con una figlia che vorrebbe fare un anno di liceo in Italia, di cui ama lingua, cucina, modo di stare insieme. E sono tanti gli anelli di questa catena che gli expat tengono stretta pur nella pluralità dei modelli familiari e nella fluidità delle loro esistenze e relazioni: i legami familiari – nonni, zii e cugini a distanza – la lingua, gli amici, i luoghi natali.
C’è una domanda – e quanto ha da dire a chi lamenta in maniera solo retorica le culle vuote italiane – alla quale la maggioranza del vasto campione ha risposto positivamente: sì, è più facile fare famiglia, mettere al mondo nei paesi di approdo. Tre quarti dei genitori expat – sia che abbiano avuto figli all’estero, sia che siano espatriati con loro – sostiene che avere e crescere figli fuori dall’Italia sia un’esperienza meno complicata: vengono citati i maggiori supporti pubblici in termini economici e di servizi (il posto garantito all’asilo, questo sogno quasi proibito nell’Italia dei pochi nidi e delle lunghe lista d’attesa), le altre forme di aiuto alla genitorialità dagli sgravi fiscali al sostegno alle spese mediche e di cura. Il 20% poi indica nei congedi più lunghi, retribuiti e paritari (appena bocciata in Italia la proposta di legge) un’altra misura importante: anche se il congedo di maternità italiano regge bene il confronto, è sonoramente bocciato quello brevissimo di paternità. Più in generale ben l’88% del campione dichiara di avere usufruito dei diversi strumenti di supporto alle famiglie – a ogni tipo di famiglia – previsti dai paesi di approdo.
Partorire all’estero, crescere un figlio con disabilità, mandare i bambini a scuola in sistemi diversi, vedere come attraverso di loro si piantino nuove radici, curare tra vacanze, visite e videochiamate il rapporto con i nonni e con la famiglia lontana, mantenere e alimentare la ricchezza di varie lingue e della nostra, bellissima: la ricerca curata da Voltolina apre un ventaglio ampio di risvolti, con tutti i chiaroscuri che le singole vite contengono, e lo fa affiancando alle risposte all’ampio questionario le 31 voci di expat che ha intervistato in profondità ‘per dare carne ai numeri e alle percentuali’.
Sono tutte da leggere le loro riflessioni, da comprendere le loro emozioni e i loro sentimenti ambivalenti, sospesi come sono tra fiducia e malinconia, tra la tristezza per quel che hanno lasciato soprattutto in termini affettivi e l’orgoglio delle maggiori prospettive che possono offrire ai loro figli, nonostante l’incertezza e i guai del mondo valgano ad ogni latitudine, più che mai quando, come oggi, sembra prevalere su tutto il linguaggio della forza e della guerra.
Infine, e dovrebbe anch’essa essere raccolta e ascoltata, un’altra persistenza si rintraccia nel gioco delle generazioni: il sentimento di attaccamento all’Italia, il desiderio che questo paese coltivi e non mortifichi le energie giovani che i genitori ascoltati per ‘Ciao amore ciao’ avevano raccontato trasmigra, nel libro di Voltolina, nei figli ormai di casa all’estero anche sotto forma di un po’ di rabbia e risentimento verso il paese d’origine che non ha saputo trattenerli. “Dover andar via per cercare un posto migliore quando l’Italia ha tutte le carte per poter far meglio degli altri” sintetizza uno di loro, ed è un giudizio vero quanto duro da digerire.
In apertura foto Ben Wicks/unsplash