Pelléas et Mélisande intrappolati in una selva oscura. Dell’anima

In Musica

Pervasa da un simbolismo fascinoso e snervante, l’opera di Debussy è quella che forse rappresenta meglio il lockdown: nulla accade, il distanziamento è assoluto, la realtà esterna è assente. I registi Barbe & Doucet la ambientano in un sottosuolo surrealista, Marco Angius segue dirigendo l’Orchestra Toscanini in bilico tra atmosfere rarefatte e uno spietato realismo

In fondo Pelléas et Mélisande è l’opera che meglio rappresenta il lockdown di molti di noi: in pratica non succede niente, la realtà esterna è del tutto assente, il distanziamento sia fisico sia emotivo è assoluto, e i personaggi tendono a evidenti sbalzi d’umore. 
Paradigmatico uno scambio tra l’esasperato Pelléas e la confusa Mélisande nel quarto atto: “Ma che hai? Non mi sembri felice…”, “Sì, sono felice, ma sono triste…”. Visti i tempi, è difficile non solidarizzare con la protagonista, ma si suppone non sia questa la sola ragione che ha spinto il Teatro Regio di Parma ad allestire una nuova produzione dell’unico capolavoro operistico di Debussy, che è stata registrata domenica scorsa e sarà trasmessa su Rai5 il 22 aprile alle 21.15. 

Opera di un simbolismo snervante ma fascinoso, il Pelléas passa di solito come il Tristano francese, scritto da un Debussy in preda all’incantesimo wagneriano, con tutte le diversità e amori-odi del caso. In verità, a differenza di quelli wagneriani, i motivi ricorrenti del Pelléas non portano da nessuna parte: quest’opera incanta proprio per la sua natura statica, insieme arcaica e modernissima, che intrappola l’ascoltatore con le sue sospensioni, le sue ellissi, le sue frasi – musicali e non – dette sempre e solo a metà, quasi a voler rimandare continuamente un abbandono che non arriverà mai. Così chi ascolta è condannato a rimanere in una sorta di “selva oscura” dell’anima, la stessa in cui Golaud, che forse è il vero protagonista, si perde all’inizio dell’opera, prima di incontrare Mélisande: “Je ne pourrai plus sortir de cette forêt!” è il primo verso assai dantesco del libretto (anche se a essere precisi la pièce di Maeterlinck, che Debussy usa senza modifiche salvo qualche taglio, inizia con una scena in cui le serve tentano di pulire una macchia di sangue che non va via, come nel Macbeth). Da questa foresta Golaud non uscirà più, condannato come Sisifo a un annullamento della dimensione temporale: una tragedia in qualche modo opposta a quella della Marescialla straussiana, che invece si rende fin troppo conto dell’inevitabilità del passaggio del tempo. Tant’è che a differenza del Rosenkavalier non esiste alcuna malinconia nel Pelléas che, più che un dramma del tempo, è un dramma dello spazio dove tutti sono interconnessi come istanze della medesima psiche e, atto dopo atto, si accorgono del niente di cui sono fatti. Al punto che si potrebbe rubare un’espressione di Gottfried Benn per che la musica di Debussy è uno “smalto sul nulla”.

L’idea del duo registico Barbe & Doucet è di ambientare l’opera in un sottosuolo surrealista, con castelli volanti tra Swift e Magritte, e radici infestanti che cadono dall’alto anticipando la famosa scena dei capelli, in cui Mélisande si riscopre Rapunzel. Visivamente lo spettacolo punta su un’atmosfera onirica piuttosto ovvia: nebbie, riflessi, veli di tulle, ieratiche silfidi onnipresenti che finiscono col divorare Pelléas morente come baccanti impazzite, unico guizzo al limite del grottesco di una regia per il resto un po’ monotona. È però sensata l’idea di usare solo il bianco per costumi e parrucche per rendere vecchi tutti i personaggi, compreso il bambino Yniold. Anche se il risultato di questo prepensionamento collettivo è che si rimuove qualsiasi accenno all’erotismo messo in circolo dall’arrivo di Mélisande, che irrompe nelle vite di una famiglia disfunzionale come l’ospite in Teorema di Pasolini, o come una specie di Lulu simbolista su cui tutti i personaggi maschili proiettano i loro desideri. Forse ci si poteva pensare di più. Alla freddezza dello spettacolo ben si adatta Monica Bacelli, Mélisande autorevole e raffinata, anche se gelida, con un declamato dalla dizione eccellente; il baritono canadese Phillip Addis affronta con slancio la parte di Pelléas, Michael Bachtadze è un Golaud convincente. Cast di buon livello insomma, completato da Vincent Le Textier, Enkelejda Shkoza, Silvia Frigato e Andrea Pellegrini.

Marco Angius dirige un’Orchestra Toscanini in gran forma cercando in ogni pagina un’alchimia di timbri, sempre in bilico tra atmosfere rarefatte e uno spietato realismo molto più interessante dei cliché di lucette e nebbioline che si vedono sul palcoscenico. Nelle mani di Angius il mondo del Pelléas sembra anticipare tutta la musica francese che verrà, in particolare quell’intraducibile “ritmo d’amore” o “gioco di vita e di morte” che è la Turangalîla-Symphonie di Messiaen. Forse manca solo un poco più di libertà perché si riveli davvero il “gioco” (Lìla in sanscrito) di questa partitura, che sotto un’apparenza di misura assoluta nasconde un’imprevedibile passionalità e forza drammatica.