Le visioni di Ced Pakusevskij

In Arte

Da Jovanotti a James Bond, da Mtv al Giro d’Italia, Ced Pakusevskij si muove tra grafica, motion design, musica, moda e pubblicità. Ha cominciato disegnando videogiochi insieme a suo fratello, ora fa incetta dei premi più prestigiosi al mondo. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui e ci ha raccontato il suo lavoro

Ha iniziato a disegnare da bambino e poi ha trasformato quelle abilità in conoscenze di grafica grazie al fratello programmatore. «È stato lui a mostrarmi che con il computer si potevano fare cose che non avrei mai immaginato di poter fare. Insieme creavamo videogiochi: lui li programmava, io disegnavo i personaggi». Ced Pakusevskij (Novi Sad, Serbia, 1979), fondatore e direttore dal 2011, insieme alla compagna Elisabetta Giovi, dello studio FullScream, si è mosso dalla grafica al motion design, ha lavorato a lungo in ambito televisivo, nella moda e nel mondo della musica, da MTV al live di Jovanotti, per brand come Diesel, Ducati e tanti altri, portando a casa una serie di premi tra cui solo gli ultimi sono tre PromaxBDA Awards, dedicati ai migliori progetti realizzati per le reti televisive.

Dopo gli studi in Visual communication e Graphic design all’Accademia di Belle arti nel suo Paese di nascita, durante i quali comincia a lavorare in tv e a realizzare video per band rap e hardcore locali, Ced a 23 anni vola a Milano per seguire un master in Design al Politecnico e poi entra a Sky. «Il primissimo giorno in cui sono arrivato in Italia confesso che mi sono presentato agli studi di Mtv per farmi conoscere, ma nessuno mi ha considerato. Ero giovane, con me avevo solo le mie animazioni, ma niente che mi attestasse come professionista». A Sky grazie al suo lavoro per il programma Cinemaniaco di Gianni Canova vince un premio a New York: conquista sempre più responsabilità e diventa art director. È in quel momento che il suo sogno si realizza e arriva la chiamata di MTV. «Ho iniziato occupandomi delle sigle per la sezione Italiana. Quando MTV International, dopo la sede di Londra, ha aperto quella di Milano, mi hanno spostato lì ed è andata molto bene. Abbiamo vinto trenta premi che a Londra in tutti gli anni precedenti non si erano mai visti».

Come mai poi hai abbandonato?
A un certo punto mi sono stufato di quella lingua troppo youth e di quei colori, anche se all’inizio, comunque, c’era un’estetica da paura, gli studi migliori e soprattutto erano in grado di essere rivoluzionari, cosa che oggi riesce loro meno. Avevano iniziato ad affidarmi solo incarichi di art direction e mi annoiavo: avrei preferito occuparmi di regia e di design, di qualcosa di più creativo, non volevo essere un “brand guardian”.

Così per qualche mese ho lavorato a Los Angeles, ma lì tutto funziona come in una catena di montaggio. La città non mi piaceva, con quell’aura di successo e insieme di squallore e io sentivo il bisogno di lavorare a un mio progetto, di seguire qualcosa dall’inizio alla fine.

Così sono tornato in Italia insieme alla mia compagna Betty, con cui ho fondato nel 2011 FullScream e con cui continuo a lavorare, io con un focus maggiore sullo storytelling, mentre lei è più improntata all’art direction. Prima lavoravamo tramite agenzia: l’esperienza peggiore, perché si ricevono indicazioni da persone che non hanno competenza in questioni di grafica e non sanno nemmeno che cosa potresti davvero offrire loro. È molto meglio parlare direttamente con il cliente e lavorare a un’idea dall’inizio fino alla sua realizzazione.

Qual è la fase del lavoro che preferisci?
Le parti più divertenti per me sono due. La prima è quando chiudo gli occhi e immagino come potrebbe essere quel video di circa 30 secondi. Scelgo una traccia, la metto in loop e la ascolto un centinaio di volte: vedo come un film crearsi nella mia testa. La seconda consiste nel raggiungere quel certo stile, il look finale, come se lo avessi estrapolato in un teaser. È quello il momento in cui devo davvero combattere con me stesso e a volte dirmi: “Ok, non è esattamente quello che mi ero immaginato”.

Spesso è difficile, ci sono limiti tecnici o di budget e si tratta di lavorare meno come un artista e più come un designer che progetta con quello che ha. Oggi, in ogni caso, realizzare alcune immagini è molto più facile: se fino a 10 anni fa per ottenere degli shot decenti ci voleva tantissimo lavoro, oggi con un team di appena cinque persone si possono fare cose con uno standard altissimo e allora si aprono nuove possibilità di mescolare i media. Anche questa seconda fase è comunque appassionante, è un gioco intellettuale. È come se cominciassi seguendo l’impulso di un bambino che si diverte e nella fase successiva diventassi il padre che dice cosa si può fare e cosa no.

Nei tuoi video, quando si tratta di sigle, come scegli il bilanciamento tra shot reali e motion design? Penso a un video come quello realizzato per RAI per il Giro d’Italia, totalmente grafico, mentre per alcune sigle o per lo spot di Diesel ti muovi a cavallo tra i due linguaggi. La proposta è di FullScream o del committente?
Nasce sempre da noi. Il cliente non arriva mai con un’idea precisa e tutti ci lasciano sempre grande libertà. Dopo tanti anni e tanti premi vinti le aziende si fidano sempre di più e ci affidano progetti sempre più grossi.

Quanto lavoro c’è in termini di progettazione e di produzione dietro quei video di 30 secondi?
Per una sigla parliamo di circa due mesi di produzione, più un paio di altre settimane per la parte di concetto. Diciamo due mesi e mezzo circa, anche se nell’ipotesi ideale dovrebbero essere tre. Nei periodi più densi, come sotto le vacanze natalizie, si fa tutto anche in appena due o tre settimane: in quei casi è molto, molto dura.

In un testo in critichi coloro che usano software per produrre immagini che vengono spacciate per arte con il solo scopo di condividerle sui social media. “L’imperativo – scrivi – è produrre per la rete, troppo spesso non importa cosa, né come, ma solo quanto. Perché più si produce più likes si generano”.
La motion graphic oggi è diventata fine a se stessa: a livello artistico vedo il vuoto e non riesco a non pensare che dieci anni fa ci si metteva molto più la testa. Oggi spesso, nonostante gli strumenti, si fanno cose banalissime. Il mercato è molto duro e bisogna essere in grado di convincere i proprio clienti, quindi penso che la qualità dovrebbe alzarsi e invece c’è chi la abbassa pubblicando queste cose sui social media.

Il progetto che ti ha dato più soddisfazione?
Sul sito non lo trovi, perché è il formato PAL e solo per questo sembra uscito dagli anni ’80: la sigla di BlackBox di MTV, nata come un esperimento. Per tutto il tempo di realizzazione in azienda chiunque continuava a domandarmi “Che cazzo stai facendo?”. Poi, una volta conclusa, sono venuti tutti a dirmi che ero un genio, una grande soddisfazione per me e una bella lezione per loro: il regista utilizza il girato in un modo che tu non puoi immaginare, per cui non disturbarlo finché non ha finito.

Quello più difficile?
I visual per il concerto di Lorenzo Jovanotti. Da un lato con un lavoro vero e proprio di designer, dall’altro con il ruolo di art-director di tantissime altre figure. Abbiamo prodotto moltissimi contenuti diversi, lottato contro i limiti tecnologici e i tempi strettissimi. E lavorare a uno spettacolo live non è mai facile. Quando Jovanotti è salito sul palco mi sono sentito liberato!

Tra gli ultimi premi vinti c’è quello per titoli del programma Rai dedicato a James Bond. Eri un appassionato del genere?
Ero soprattutto un appassionato di locandine. Da bambino guardavo i film, ma quando abbiamo iniziato a lavorare alla sigla ho cominciato a vedere Bond in un altro modo rispetto a quando lo guardavo da spettatore. Bond è il prototipo del gentleman, perfetto per lanciare qualunque brand di lusso britannico, tra macchine, orologi, gadget, drink, architetture: un concetto geniale cui si aggiungono l’azione, dei personaggi ben costruiti, una fotografia da paura, la miglior cinematografia del mondo e le ragazze più in voga del momento a interpretare le bond girl. È qualcosa che offre una serie di input infiniti, a livello artistico, di comunicazione e di lifestyle.

Immagino avrai ispirazioni diverse, ma quali sono le principali?
Da fuori sembro uno schizofrenico, perché da un lato c’è il mio amore per l’arte, dall’altro il mio lato più nerd. In generale mi faccio sempre trasportare dalla musica e dall’industria grafica e visiva che ruota attorno alla musica. Lì, tra i miei gusti, c’è di tutto, non c’è un genere definito, dall’elettronica o la drum’n’bass, al metal, all’hardcore. Amo l’arte classica, Kandinskij, Duchamp, il cinema di Bunuel, i vecchi videogiochi.

Riguardando la tua storia hai sempre abbandonato i posti in cui lavoravi perché eri stufo o perché in qualche modo ti sentivi costretto in un ruolo. Ti senti più libero da quando hai fondato FullScream?
Sì, ho un grande senso di libertà creativa. Quello che ancora vorrei fare, però, è superare questo formato dei 30 secondi cui sono vincolato. Vorrei produrre qualcosa di più lungo, di almeno due minuti. Il linguaggio video è molto più interessante rispetto al motion design, ti permette di muoverti in avanti e di uscire dai limiti dell’animazione. Vorrei fare qualcosa di più artistico, ma porto sempre con me il peso di quanto ho fatto prima. Se hai successo in qualcosa la gente tende a etichettarti sempre come “quello che fa quella cosa”. Ma voglio seguire progetti in cui poter lavorare a un concetto dall’inizio alla fine, dall’idea alla realizzazione. Nel tempo libero sto scrivendo quello che potrebbe diventare un cortometraggio, ho in mente un paio di soggetti. L’industria di advertising è un rifugio per i creativi, ma nessuno ti paga per raccontare la tua storia, devi rischiare. Questo è il prossimo rischio.