Osservatorio Prada. Il nuovo spazio della fotografia a Milano

In Arte

Abbiamo visitato il nuovo Osservatorio, lo spazio dedicato alla fotografia che Fondazione Prada ha appena inaugurato in Galleria Vittorio Emanuele. Queste le nostre impressioni.

L’allestimento potrebbe richiamare un lungo murales, che si snoda su due piani, il quinto e il sesto degli spazi acquisiti da Fondazione Prada, che dominano la galleria di Corso Vittorio Emanuele, vegliano dall’alto sullo store della casa di moda e la pasticceria Marchesi e conquistano la vista della cupola e del cielo di Milano. Siamo all’interno del nuovo Osservatorio inaugurato pochi giorni fa dalla Fondazione, proprio nel cuore della città. Minimale, elegante, all’avanguardia, come si addice al brand e alle sue scelte artistiche, deputato, secondo la dichiarazione d’intenti, alla ricerca e «indagine delle tendenze e delle espressioni della fotografia contemporanea, della costante evoluzione del medium e delle sue connessioni con altre discipline e realtà creative». Lo impone il momento storico, se ne stanno rendendo conto sempre di più le istituzioni pubbliche e private.

Osservatorio Prada. Fotografia di Alessandra Lanza
Osservatorio Prada. Fotografia di Alessandra Lanza

Appese alle pareti grigie ci sono le oltre 50 opere di Give me yesterday – curatela di Francesco Zanot – che inaugurano il nuovo corso con sede in quest’Osservatorio, ultimo capitolo che si aggiunge agli spazi della Fondazione già attivi da oltre un anno e mezzo in viale Isarco a Milano e dal 2011 a Venezia, per indagare fotografia e linguaggi visivi come altri istituti non sono ancora stati in grado di fare.  Cercando di raccontare, come primo atto, quanto è successo al “diario fotografico” dal duemila a oggi. Lo si fa attraverso le immagini di quattordici autori, italiani e internazionali, nati tra il 1975 e il 1994 (l’unico che esula da quella fascia è Greg Reynolds, del 1958), spia del mondo di oggi e di quanto succede nel sistema della fotografia contemporanea, a 360°. In questo caso offrendo in particolare un sincero spaccato di quella che è la fotografia contemporanea, declinata secondo l’approccio diaristico. Sincero, perché a essere rappresentate ci sono quotidianità, intimità, interiorità. A volte nascoste dietro una maschera, che comunque rimanda al sé. Sicuramente messe in scena e non mera registrazione in stile documentaristico. Il tutto è influenzato irrimediabilmente dalla rivoluzione portata dai social media e dalla pervasività dell’immagine degli ultimissimi anni, che spinge a esperimenti grafici sempre maggiori e alla ricerca di nuove strade. «Si tratta – spiega Zanot – di una modalità completamente originale di raccontarsi: il diario spontaneo e naturale, paradossalmente, non è più credibile».

E così si comincia al quinto piano, quello inferiore, con gli autori più “anziani”: le fotografie di Ryan McGinley (Usa, 1977), che con l’inizio dei Duemila abbandona il suo primo approccio, molto più immediato, e ne fa proprio uno più studiato. McGinley “mette in scena” gli amici nudi e li immerge nella natura, installandoli perfino sui rami di un albero. Leigh Ledare (Usa, 1976), invece, sceglie come protagonista la propria madre. Insieme a McGinley costituisce una sorta di link con gli autori precedenti, che Give me yesterday vuole abbandonare, per presentare quanto viene dopo. Di quella generazione fa ancora parte il cinese Wen Ling (1976), che rivolge lo sguardo ad amici e famigliari, analizzandone quotidiane abitudini, dai momenti di divertimento a quelli più banali, del pasto, e tutto finisce in un blog – uno dei primi blog fotografici cinesi, per la cronaca. Maurice van Es (Olanda, 1984) resta nella sfera domestica e trasforma in opere vestiti, stracci lavati di fresco e piegati e oggetti che la madre ha riposto e messo in ordine. Quasi un elogio al lavoro materno.

Lebohang Kganye, Her story: Ke dutse pela dipalesa II, 2013 © Lebohanf Kganye, Courtesy AFRONOVA GALLERY
Lebohang Kganye, Her story: Ke dutse pela dipalesa II, 2013 © Lebohanf Kganye, Courtesy AFRONOVA GALLERY

Scavare nella propria intimità significa avere a che fare con il dolore. Così Joanna Piotrowska (Polonia, 1985) si ritrae per anni ogni volta che piange, offrendo su un gigantesco poster-mosaico Thank you for hurting me I really neaded it,  rappresentazione della propria debolezza: occhi rossi, naso gonfio. Un lato di noi stessi che spesso tendiamo a occultare in quanto rivela le nostre fragilità. Tomé Duarte (Portogallo, 1979) reagisce all’abbandono da parte della compagna, indossandone i vestiti. Una serie di scatti nella casa in cui hanno vissuto insieme, diventati nell’arco di 24 ore una fanzine in bianco e nero che viene rimessa in mostra attraverso scansioni della stessa. Lebohang Kganye (Sudafrica, 1990) affronta in fotografia, come in una sorta di autoterapia, la morte della madre e la ricerca di una propria identità: due anni dopo la scomparsa, si fa fotografare dalla sorella nelle stesse pose, per sovrapporre poi la propria figura alla sua, o con i suoi vestiti, per reinterpretarla. Importanti, in questo caso, le fotografie d’archivio, rielaborate graficamente. L’archivio è anche il punto di partenza per il lavoro di Greg Reynolds (Usa, 1958), che recupera a più di trent’anni di distanza le immagini scattate durante i campi estivi frequentati in gioventù. Momenti di gruppo, tra riposo e giochi sulla spiaggia, ritratti di coloro che facevano parte con lui di un’organizzazione cristiana evangelica: l’autore abbandona quei passatempi nel 1983, dopo aver dichiarato alla comunità di essere omosessuale. Le fotografie ritrovate diventano una sorta di album video, accompagnato da un racconto sonoro, che permette all’autore di ricostruire quei momenti e quella verità che gli era impossibile rivelare pubblicamente, ma che rivedendo le immagini appare a lui già chiara.

Tomé Duarte, Camera woman, 2015 © Tomé Duarte
Tomé Duarte, Camera woman, 2015 © Tomé Duarte

Anche Vendula Knopova (Rep. Ceca, 1987) sceglie l’archivio, quello conservato nell’hard disk della madre, e ne fa un libro e, in mostra, un video, per la precisione un Tutorial: partendo da momenti familiari dai risvolti tanto quotidiani quanto comici, interviene sulle immagini, portando nella narrazione una buona porzione di fantastico e assurdo. Quasi cinque minuti da godersi fino all’ultimo (in carta si tratta di 112 pagine). Izumi Miyazaki (Giappone, 1994), la più giovane dei 14, rivolge gli strumenti della finzione verso la propria immagine e posta tutto su Tumblr: gli incredibili autoritratti, surreali, vagamente magrittiani, adoperano anche il linguaggio tipico della fotografia di moda realizzata in studio e dimostrano un uso impeccabile dei programmi di elaborazione grafica. Interviene con la manipolazione grafica, fino all’estremo della possibilità di rispettare i codici, anche il giapponese Kenta Cobayashi (1992), per esplorare le possibilità di trasformazione dell’immagine digitale, riflettere sulla sua fragilità e instabilità – nessuna immagine fotografica è più definitiva, ci sono infinite possibilità e varianti – e considerare che la ripresa e la postproduzione sono parte di un medesimo processo che interessa fotografia.

Irene Fenara (1990), italiana e anche lei giovanissima, tanto che ancora deve discutere la tesi all’Accademia di Bologna, dispone le polaroid di Ho preso le distanze secondo piani cartesiani che rappresentano il tempo e le distanze. Queste ultime dipendono dal legame emotivo di Irene con le persone ritratte e vogliono rappresentarlo. In questo modo le relazioni interpersonali con amici, familiari e conoscenti – e persino uno sconosciuto – dell’autrice, che si rifà a una teoria antropologica incontrata durante gli studi, diventano immagini. «Come vedi – mi spiega lei, mostrandomi l’installazione su più livelli – le fotografie in alto sono le più vecchie, realizzate nei primi mesi dell’anno, mentre scendendo si va verso l’estate». A testimoniarlo il colore stesso delle fotografie: le nuove pellicole “impossible”, infatti, subiscono il calore esterno e tendono a colori più freddi o più caldi a seconda della temperatura. Joanna Piotrowska (Polonia, 1985), per rappresentare le tensioni alla base delle relazioni familiari si rifà a un’altra teoria, di cui padre è lo psicologo tedesco Bert Hellinger: chiede ai suoi soggetti di compiere i movimenti di questa terapia unendoli ai gesti intimi degli stessi soggetti, ottenendo pose scultoree che richiamano in qualche modo le epicuree aponia e atarassia.

Irene Fenara Ho preso le distanze, 2013. Courtesy Irene Fenara
Irene Fenara
Ho preso le distanze, 2013.
Courtesy Irene Fenara

A chiudere questa galleria, in qualche modo separato dalle altre opere, c’è Orizzonte in Italia di Antonio Rovaldi (1975), secondo italiano. Una griglia di 90 cornici offre gli orizzonti di tutto il Paese, frutto del viaggio in bicicletta compiuto dall’autore, che ha pedalato lungo le coste italiane e fotografato in ogni momento di sosta e di riposo quello che si trovava di fronte. Occhi sempre rivolti verso il mare e spalle al Paese, accennato e intuibile nonostante la prospettiva insolita. Un respiro finale, dal movimento circolare, ripetibile all’infinito, che richiama le coperture della galleria e spinge a guardare oltre.

E guardando metaforicamente fuori dall’Osservatorio ci si rende conto che lì intorno, in zona Duomo o appena più in là, è già pieno di spazi dedicati alla fotografia: da Palazzo della Ragione alla Galleria Forma di via Meravigli, dalla Galleria Leica a tante altre piccole realtà che se ne occupano, fino alla Triennale, che ha in programma dal prossimo anno di riservare più spazi alla fotografia. Insomma, di istituzioni che si occupano del tema, in senso ampio, ce ne sono parecchie. E allora chiedo a Zanot, che è curatore di Camera – Centro Italiano per la Fotografia, a Torino, consulente per le attività espositive di Contrasto e associate editor del collettivo Fantom, come crede che si configuri questo primo atto dell’Osservatorio Prada rispetto a quanto seguirà e soprattutto all’interno di questo vasto panorama milanese. «Secondo me – mi risponde – come un gesto di apertura e come un tentativo di investigare delle tipicità, degli oggetti e dei contesti che non sono ancora stati presi in considerazione dalle altre istituzioni intorno a noi, una delle missioni non solo di uno spazio come questo, ma anche di chi fa il mio lavoro».

La missione di Zanot e quella in cui potrebbe – e dovrebbe – andare l’Osservatorio, è quella di andare alla scoperta e alla riscoperta del nuovo, in vari sensi, «rivolgendosi cioè non soltanto alle “cose nuove”, nel senso di fatte da giovani, ma anche a opere che hanno già qualche anno in più, cui ancora non è stato dato lo spazio che meriterebbero, o magari, ancora, a riletture di autori che ben conosciamo, ma che possiamo riscoprire in un altro modo». Al di là del contesto che sta intorno, degli altri attori e degli altri spazi espositivi.

 

Immagine di copertina: Osservatorio Prada, Antonio Rovaldi. Fotografia di Alessandra Lanza