Al quarto film, “Resurrection”, Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2025, il regista cinese Bi Gan si rivela l’erede di Wong Kar-wai. Ma anche molto di più. Inserisce nel film cinque storie che spaziano dal cinema muto al neorealismo, dal noir all’horror, sottraendosi a ogni narrazione lineare, a ogni interpretazione logica. La trama sembra sempre esplodere e lascia spazio alla fascinazione per il gioco dell’immaginazione. Un’ambizione smodata lo spinge a ingaggiare un corpo a corpo con l’intera storia del cinema, citando Meliés e Vigo, Murnau, Welles e Tarkovskij. Risultato, un capolavoro
In un futuro imprecisato ma di certo infelice i sogni sono stati aboliti. L’umanità ha infatti scoperto che rinunciando a sognare si può ottenere in cambio la vita eterna. Ad alcuni individui, però, non sembra interessare questa straordinaria possibilità: sono pronti a consumarsi fino alla morte pur di conservare il diritto di fantasticare, delirare, immaginare. Li chiamano infatti phantasmer (“fantasticatori”? “deliranti”?) e possiedono un potere straordinario che consente loro di viaggiare nel tempo. Questa è la cornice di Resurrection, quarto film del cinese Bi Gan, Premio Speciale della Giuria all’ultimo festival di Cannes.
All’interno della cornice fantascientifica, dove si intrecciano fumerie d’oppio e pellicole cinematografiche usate come innesti salvifici, per ridare vita a creature altrimenti condannate, Bi Gan inserisce cinque diverse storie che attraversano generi differenti, dal cinema muto al neorealismo, dal noir all’horror, sottraendosi sempre a ogni narrazione lineare, a ogni interpretazione meramente logica. Ogni trama sembra esplodere in infinite sottotrame, ogni tentativo di spiegare e razionalizzare appare destinato al fallimento, quindi a lasciare spazio, volente o nolente, alla pura e semplice fascinazione per il gioco sempre uguale e sempre nuovo dell’immaginazione, che vertiginosamente danza e vola, credendo soltanto in se stessa, nel proprio inesauribile e folle movimento.
Non è certo la prima volta che il cinema si interroga su se stesso, contemplando la propria morte e immaginando la propria rinascita, ma raramente il risultato è stato tanto potente. Merito dello strepitoso talento visivo che Bi Gan mette al servizio di un’ambizione smodata, che lo spinge a lanciarsi nella mischia senza la minima esitazione, ingaggiando una sorta di corpo a corpo con l’intera storia del cinema, citando esplicitamente una serie di capolavori, da Lumière a Meliès, dal Nosferatu di Murnau alla Signora di Shanghai di Orson Welles, dallo Stalker di Tarkovskij all’Atalante di Jean Vigo, e procedendo a zigzag tra tutti i generi, i personaggi e le atmosfere che hanno fatto grande il cinema dell’Estremo Oriente.
Molti vedono in lui l’erede di Wong Kar-wai, ma Bi Gan non si limita a rimettere in scena, imitare, omaggiare, né il maestro hongkonghese né nessun altro. La sua è un’idea radicale di metacinema, che non accetta compromessi e si rivolge esclusivamente a chi possiede la pazienza e la competenza necessarie per seguire (almeno in parte) i mille fili di un intreccio narrativo complesso ed enigmatico. Capolavoro visionario, Resurrection è un vero e proprio inno all’affabulazione più sfrenata e ingorda, una visione tutt’altro che facile, un film di mirabolante bellezza e intensità. Un fantasmagorico omaggio al cinema come grande vampiro che succhia il sangue e mangia l’anima, divora la realtà, la mastica e la sputa, ricreandola ogni volta diversa, più abbacinante e al tempo stesso più oscura, emozionante, indimenticabile.
Resurrection, di Bi Gan, con Jackson Yee, Shu Qi, Mark Chao, Gengxi Li, Jue Huang