Non è l’acqua ma la scrittura a salvare Lidia, in fuga dalla casa degli orrori

In Cinema

“La cronologia dell’acqua” è il debutto alla regia dell’attrice Kristen Stewart, che porta sullo schermo il libro autobiografico di Lidia Yuknavitch. Nuotatrice provetta fin da piccola, la protagonista, interpretata con un’intensità esplosiva da Imogen Poots, fa di questo talento il mezzo per scappare dalla provincia, da un padre violento, da una madre alcolista. Ma il suo è un terribile percorso di autodistruzione, costellato di lutti e dipendenze, vertiginose cadute, ripetuti e spesso vani tentativi di rinascita

Lidia, la protagonista di La cronologia dell’acqua, esordio nella regia dell’attrice Kristen Stewart, è una sirena, praticamente. È l’acqua il suo elemento naturale, l’unico posto in cui si trova a suo agio, l’elemento che sente di poter dominare. Nuotatrice provetta fin da bambina, scopre che proprio riuscire a nuotare più veloce, sempre più veloce, e così vincere una gara dopo l’altra, può diventare il suo passaporto per un futuro degno di tale nome. Il passaporto per scappare via dalla triste cittadina di provincia dove è nata e cresciuta, e soprattutto per allontanarsi il più possibile dalla sua famiglia. Una famiglia dominata da un padre violento, avvelenata da una madre passiva e alcolista, annegata in un’atmosfera tra il tragico e il grottesco.

E Lidia – in modo altrettanto tragico e grottesco – il suo passaporto lo butta via. Perché dopo esser riuscita a farsi ammettere in una prestigiosa università proprio per i suoi meriti sportivi, riesce a farsi buttare fuori con ignominia. Perché non vuole, o forse non può, rispettare alcuna regola. Non vuole, forse non può, concedersi di ottenere premi, raggiungere successi, affrancarsi dall’infelicità. Pensa di non meritarsi niente. In realtà la fuga da casa, da quella che fin da subito ci appare come una vera e proprio casa degli orrori, è solo il primo atto di un lunghissimo, terribile percorso di autodistruzione, costellato di lutti e dipendenze, patetiche disubbidienze, falsi movimenti, vertiginose cadute, ripetuti e spesso vani tentativi di rinascita. 

Questa è la storia vera di Lidia Yuknavitch, che Kristen Stewart ha scelto per il suo primo lungometraggio. Una storia pesante, soprattutto una storia ardua da raccontare, perché il fulcro del magnifico romanzo autobiografico di Yuknavitch è la miracolosa capacità salvifica della scrittura. Qualcosa di maledettamente difficile da trasporre in immagini. Stewart comunque ci prova e non si può certo dire che fallisca. Ci prova con un coraggio da leoni, senza concedere nulla alla rappresentazione patinata dei corpi, al racconto banale dei sentimenti, all’atroce pornografia del dolore.

Ci prova scavando sotto la pelle, fin dentro l’anima devastata di chi ha subito abusi e per tutta la vita si troverà a danzare sull’orlo dell’abisso, perché prima di perdonare l’altro che ha abusato di te (l’altro di cui ti fidavi, che avrebbe dovuto proteggerti) devi riuscire a perdonare te stessa. E questo lungo, periglioso passaggio, questo infinito percorso alla ricerca di un’impossibile grazia, è materia incandescente, scandalosa in un modo profondo, che va al di là della visione di un corpo nudo e torturato, di una siringa infilata in una vena, di un occhio che cerca la luce e trova ancora e sempre oscurità.

È un corpo a corpo quello che la regista instaura con il testo di Yuknavitch, una lotta appassionata, viscerale a tratti, che rispetta l’originale forma frammentaria e procede senza didascalie, concedendo ben poche istruzioni per l’uso. Il risultato è un film narrativamente dissestato, emotivamente arduo, strabordante e imperfetto, spesso urticante, liquido nel senso più conturbante del termine, costruito intorno a una Imogen Potts magnifica, capace a tratti di un’intensità esplosiva.

Il libro di Lidia Yuknavitch è in realtà la dimostrazione viva, vitale, assoluta, del potere delle parole. Ci mostra in ogni pagina come il dolore può trasformarsi in scrittura e come la scrittura può trasformare l’impotenza in potenza, il terrore in energia vitale. Forse proprio questo passaggio dall’impotenza (inevitabilmente connaturata al racconto dal punto di vista della vittima) alla potenza dell’atto artistico è quello che non riesce del tutto a Kristen Stewart. Ma è solo il suo primo film.

La cronologia dell’acqua, di Kristen Stewart, con Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Charlie Carrick, Tom Sturridge