WE ARE ANIMALS è un progetto artistico di Maria Ziosi e Andrea Amaducci che nasce e si sviluppa all’interno della vita familiare. Lontano dall’ideale dell’artista solitario e performante, il loro lavoro rivendica la possibilità di creare arte restando immersi nelle relazioni, nella cura e nella convivenza quotidiana. La famiglia dunque non come ostacolo ma come risorsa generativa, laboratorio di pratiche condivise dove figli, gesti interrotti e tempi dilatati diventano parte integrante del processo creativo. Andrea Penzo e Cristina Fiore, anche loro immersi nella stessa dinamica virtuosa, riflettono sulla necessità di ripensarne la narrazione.
Abbiamo incontrato WE ARE ANIMALS, il progetto di Maria Ziosi e Andrea Amaducci, in un pomeriggio come altri a Murano, nella nostra Bright Home Gallery. Li abbiamo accolti tra gatti che dormivano sul tavolo, giochi sparsi, parole che si interrompevano e riprendevano. C’erano anche i nostri figli, Cosmo e Diego. Non ai margini, non come presenze da “gestire”, ma dentro il tempo dell’incontro. Anche loro fanno arte come famiglia. Anche loro conoscono le frizioni di un sistema che continua a immaginare l’artista come figura mobile, performante, senza legami. Una figura sempre disponibile, sempre produttiva, disancorata dalle necessità del vivere. È una narrazione che tiene ancora salda l’idea di autonomia come valore assoluto, e che esclude, di fatto, chi lavora portandosi dietro un’altra vita, un altro corpo, un altro ritmo.

Ma forse qualcosa sta cambiando o perlomeno può cambiare. Sempre più artisti e artiste rivendicano il diritto a portare con sé la propria vita affettiva, i propri bisogni, le proprie relazioni, tanto più in un mondo in cui la cosiddetta “famiglia nucleare” è un fulcro da gestire privo di tutti quegli aiuti che le dinamiche parentali di un tempo garantivano. Le famiglie, in tutte le loro configurazioni, stanno diventando soggetti culturali attivi, capaci di riformulare spazi, tempi, formati. E questo non vale solo per chi cresce figli, ma anche per chi vive forme di interdipendenza, di cura condivisa, di convivenze complesse. Si tratta, in fondo, di immaginare un’arte non fondata sulla separazione, ma sull’integrazione. Il lavoro di Ziosi e Amaducci non tematizza tutto questo, ma lo contiene. È fatto dei materiali che si portano addosso, pellicce sintetiche, costumi, maschere, e dei gesti che si consumano nel tempo reale della performance, nell’improvvisazione che non simula, ma cerca. Maria, con la sua esperienza tra moda e scena, lavora su un’estetica del travestimento che non copre, ma disvela: corpi ibridi, incerti, che si fanno territorio. Andrea stratifica media e linguaggi, pittura, segno grafico, presenza scenica, costruendo immagini e azioni che sembrano emergere da un altrove istintivo, teriomorfo, lucidamente opaco. Il corpo è site-specific, ma nel senso più profondo, non si adatta allo spazio, lo altera. Non si limita a occupare, ma trasforma.

Il corpo umano e la natura sono, in questo lavoro, i due poli che si confrontano e si fondono. La ricerca parte dall’esperienza di relazione con l’ambiente, un’esperienza che accomuna tutti gli esseri viventi; nell’evoluzione animale, questa fusione si specializza in carapaci, pellicce, spine, mimetismi. Nell’umano, invece, ogni passo sembra spingere in direzione opposta, verso la distanza. WE ARE ANIMALS, come ciclo di lavori, ci invita a tornare a coincidere con la natura, a recuperare uno stato basale, privo di finzione, in cui anche la fotografia e la performance diventano atti rivelatori. Il teriomorfismo non è una metafora, ma una possibilità di ricongiunzione. Una soluzione.
Ci hanno raccontato che l’improvvisazione è una parte fondamentale del loro processo. Non è disorganizzazione, è apertura. È il modo in cui l’opera resta viva, pronta ad accogliere l’imprevisto. Anche fare arte in famiglia funziona così, nessuna coreografia regge davvero. Si lavora in presenza, si convive con l’interruzione. E in questo, forse, c’è un valore, il valore della fragilità accettata, del tempo sincero, del gesto non ottimizzato.

Una famiglia che entra in una residenza non è un’eccezione, è una proposta. Un bambino in una mostra non è una distrazione, è una presenza che cambia il tempo. Una genitorialità visibile non è un problema, è una riscrittura dei criteri di accesso, relazione e cura. L’arte che accoglie corpi accompagnati non ha bisogno di adattamenti cosmetici, ma di un ripensamento strutturale. Non si tratta di aggiungere spazi o servizi, ma di interrogare le premesse stesse della partecipazione. Di ridisegnare i margini e metterli al centro. Ripensare l’arte da una prospettiva familiare, incarnata, condivisa, non significa ridurne la forza, ma ampliarne la portata. Significa rifiutare il mito dell’artista disincarnato, autosufficiente, sempre disponibile. Significa affermare che l’arte può essere una pratica relazionale, cooperativa, porosa. Capace di rallentare non per mancanza, ma per scelta. Di farsi attraversare da corpi che non si semplificano, ma si accompagnano.

WE ARE ANIMALS è un progetto sul fare arte da dentro la vita. Nonostante tutto, o forse proprio grazie a tutto. Un progetto che scardina la neutralità, che lascia entrare il mondo. Mentre Cosmo inseguiva Diego nel nostro giardino, tra ortensie e vetri colorati, ci siamo detti che forse è proprio questa la forma nuova. Non tanto l’animale come tema, ma la relazione come postura. I legami, in tutte le loro declinazioni, non come eccezioni da tollerare, ma come orizzonte da ascoltare.
Restare accompagnati, oggi, è una forma di resistenza. E anche, ostinatamente, un inizio.
In copertina: Andrea Amaducci, foto di Giulia Nascimbeni