Al Grand Palais di Parigi è in mostra l’universo gorgogliante di Niki de Saint Phalle e Jean Tinguely, l’ormai mitica coppia di artisti, raccontato attraverso lo sguardo visionario di Pontus Hulten, primo direttore del Museo Nazionale di Arte Moderna del Centre Pompidou, che con loro ha condiviso la concezione di un’arte dirompente e multidisciplinare. Tra passione e creazione illimitata, questa mostra rivela l’incredibile alchimia che unisce questi artisti e il loro complice, costruendo un’arte libera, partecipativa e rivoluzionaria.
Al Grand Palais di Parigi un’esposizione, realizzata in collaborazione con il Centre Pompidou, si rivela eccellente per la ricca raccolta di documenti e materiali relativi alle opere esposte, e rappresenta una ghiotta e unica opportunità di gustarle appieno, al punto da generare la sensazione, con il varcare di quella soglia, di accedere al laboratorio creativo più segreto di Niki De Saint Phalle (1930-2002), Jean Tinguely (1925-1991) e Pontus Hulten (1924-2006). Ogni cartolina, ogni fotografia, ogni appunto, ogni lettera, ogni articolo di giornale, ogni testimonianza prova un dialogo serrato fatto di influenze reciproche e arricchisce lo spessore delle opere già di per sé straordinarie che ci si trova davanti. Straordinarie nel senso letterale del termine: fuori dall’ordinario, in quanto espressioni di un altro modo di sognare e pensare l’arte. Uno dei fattori più eccitanti dell’esposizione è la sua energia trasformativa che viene irradiata, oltre che dal movimento reale ad autentico di alcuni pezzi “vivi” e funzionanti (soprattutto quelli di Tinguely), dalla presenza di numerosi filmati d’epoca che consentono allo spettatore di oggi di partecipare, anche se mediatamente, ai veri e propri happening che i tre amici concepivano insieme per presentare le nuove declinazioni di un’arte viva, ribelle e con una forte componente ludica, che spesso, soprattutto in Niki, assume un’inflessione grottesca.

La lunga amicizia e la stima che li legava hanno fatto di loro un trio davvero speciale nel panorama degli anni ‘50 e ‘60, un trio cui si deve una serie fondamentale di azioni creative e distruttive (Non c’è creazione senza distruzione!), particolarmente significative in quanto capaci di spalancare il linguaggio artistico, come quello museografico. Il senso del gioco e della provocazione sono al centro delle loro pratiche sperimentali che spesso, per come sono congeniate, sorprendono nei risultati perfino gli stessi autori, come ad esempio i famosi spari di Niki. Attraverso l’occhio dei filmati d’epoca, amatoriali e in bianco e nero, possiamo vedere sfilare lungo le vie di Parigi le macchine inutili di Tinguely, che incuriosiscono e raggiungono i passanti della città, anche quelli più lontani ed estranei al mondo dell’arte. Finalità comune alle opere della famosa coppia, che peraltro presentano “stili” iconografici e scelte di materiali assai diversi, è l’offerta al pubblico di qualcosa di inconsueto, seguendo prevalentemente l’intento di cavarlo fuori dalla sua condizione di guardone anestetizzato, e rompere l’involucro di sicurezza che lo avvolge. La principale strategia consiste in azioni performative sempre inattese e sorprendenti.

Alla mostra al Grand Palais si possono vedere conservati sotto una teca trasparente i pochi resti di un’opera radicale ed emblematica quale Hommage to New York del 1961, che Tinguely ha costruito perché si auto-distruggesse, anche tramite l’azione catartica del fuoco, nel giardino del MOMA, spettacolare annuncio della fine di una concezione dell’arte come linguaggio codificato e innocuo che il filmato restituisce in tutta la sua flagranza. La mostra rappresenta dunque una preziosa occasione, al tempo stesso filologica e ludica, per entrare nello spirito e nella genesi dei lavori di Jean e Niki, tutto sommato più noti, ma anche un’unica opportunità di approfondire la figura di Pontus Hulten, un uomo che è stato molto più di un critico, di un curatore e di un direttore di museo. Nella prima sala la complessità della sua figura viene introdotta dalla proiezione di un cortometraggio (21 minuti) sperimentale, A day in the city del 1956, di cui è autore, un film-collage, che è debitore nella sua forma tanto alle prime prove di animazione geometrica e astratta di Hans Richter -i corti Rithmus-quanto alle satire di Jaques Tati, in cui va in scena la distruzione della città.

moteurs électriques, 370 × 920 × 700 cm, Centre Pompidou, Musée national d’art moderne, Paris. © Adagp, Paris, 2025. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI/Jacques Faujour/Dist. GrandPalaisRmn
È ovvio che il gioco di decostruzione del sistema non era ricercato in modo gratuito: i nostri contro-eroi, che potrebbero essere comodamente i protagonisti di un film di Godard, si pensi a Bande à part, avevano nettamente e tempestivamente percepito l’aria del tempo, i nervi scoperti del capitalismo e i suoi corollari, come l’imperialismo e il “progresso” della civiltà dei consumi occidentale con la sua innegabile spinta annichilente. Soprattutto Niki, che nel corso del tempo, oltre a sottolineare il deplorevole ruolo sociale della donna con le sue Nana, fenomeni da baraccone a metà strada tra la bambola gonfiabile e la “fattrice” addetta alla riproduzione della vita, ha poi affiancato le lotte civili più importanti, non ultima la battaglia contro l’AIDS.
Niki de Saint Phalle, Jean Tinguely, Pontus Hulten, Grand Palais, Parigi, fino al 4 gennaio 2026
In copertina:
Séance de tir de Niki de Saint Phalle, impasse Ronsin, Parigi, 26 giugno 1961. A sinistra: Jean Tinguely. © 2025 Niki Charitable Art Foundation / Adagp, Paris. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Bibliothèque Kandinsky/Fonds Shunk et Kender/Dist. GrandPalaisRmn. Photo Shunk-Kender © J. Paul Getty Trust, tous droits réservés. Gift of the Roy Lichtenstein Foundation in memory of Harry Shunk and Janos Kender