Edipo e il demone alla via crucis: “Il Giardino dei fiori infelici”

In Letteratura

L’uomo è ciò che ricorda. Ma l’uomo è anche ciò che dimentica – ciò che diventa quando vuole non ricordare. Nel romanzo perturbante di Nicola Lucchi, una parabola sulla colpa e sulla responsabilità: c’è un uomo che ha ucciso, ma non vuole dire perché. C’è un prete che viene richiamato al paese dal quale se n’è andato da una vita. C’è una madre che sente le voci dei bambini morti. C’è un nonno nodoso come un ciliegio. C’è stata la guerra, sono passati i nazisti, la pace apparente tutto divora. Ma chi ricorda dal principio ha bisogno che il senso della riparazione emerga.

Due cose non sa fare Lucas, quando viene al mondo: piangere e sorridere.
Alla seconda rimedia il nonno, che lo istruisce impartendogli l’imitazione dell’atto – fornito di casistiche e varianti in uso.
Una volta assimilato il catalogo dei sorrisi umani, resta l’altro (forse più grave) problema.
Se non piange, il bambino, neppure alla nascita, qualcosa di storto ci deve per forza essere, pensano tutti. E lo pensano con tanta intensità che, pare, alla fine la stortura accade.
Così il lettore finisce avviluppato nella trama a due voci de Il giardino dei fiori infelici, romanzo di Nicola Lucchi pubblicato da Neo (e vincitore dell’edizione 2025 del premio fondato dalla stessa casa editrice).

La memoria, l’omertà, l’amore quando cova e cresce nella difesa e nella costrizione, l’asimmetria sociale, la coscienza quando viene lavata nell’oblio della colpa: sono tutti tesi, i temi del romanzo, e tra loro collegati dal racconto, compiuto a ritroso.

Un giorno Lucas torna a casa, in manette e scortato dai carabinieri. È lui l’autore, dubbi non ce ne sono. Mancano i corpi, però, di quei bambini. E manca il movente.
Perché?
Perché il ragazzo che non sa piangere ha ucciso?
Dalla finestra della casa, davanti al ciliegio dove suo padre si è impiccato, e poi suo nonno, lo guardano gli occhi che hanno vegliato su di lui da sempre, e in nulla gli hanno fatto mancare l’amore: è Olga, sua madre, l’esclusa, allontanata dai riti quotidiani della comunità, capro espiatorio, strega predestinata.

Quando don Raffaele, il prete che Lucas ha preteso venisse convocato come condizione per parlare, infine accetta, il manipolo si muove per entrare nell’intrico del bosco.
Così il colpevole guida gli innocenti, e nel sentiero ombroso le tracce lasciate sono come pietre che luccicano di ricordo: non è Pollicino che ritrova la strada di casa, ma una intera comunità che, nel suo racconto, viene disvelata nella crudeltà dei rapporti reciproci. Dove sta, allora, l’innocenza? Dove è finito il bene?
Mentre camminano, Lucas lo chiede di continuo, a don Raffaele:

«Che cos’è il male?» domandò mio figlio all’ombra del pioppo.
«L’assenza di bene» rispose don Raffaele.
«Sta ancora giocando con le parole».
«L’assenza di Dio».
«Intende dire che quando il male predomina è come se ci fosse un buco, uno spazio vuoto in cui Dio non è presente?»

Sono sette le parti nelle quali il romanzo è diviso, e a ognuna viene dato il nome di una pianta.
Ciascuna è una chiave per interpretare la distorta catena di cause ed effetti che, dall’evento primario, ha portato alla tragedia pervasiva: il biancospino è speranza e rinascita (ma ogni rinascita prevede prima una morte), le lingue di cervo sono pianta di protezione (chi viene protetto viene però cancellato), l’orchidea selvatica simboleggia il sacrificio, la sensualità e il mistero; il capelvenere indica l’intangibilità. Il pioppo tremulo è la paura, il castigo divino. A Persefone (il ciclo vitale di vita e di morte) rimanda il salice rosso.
E, infine, viene la campanula: simbolo di perseveranza.

Se c’è un senso a tutto, nell’inferno nel quale Lucas conduce il suo manipolo, è ancora quello, dantesco, del peggiore dei peccati: l’ignavia. Non siamo mai responsabili soltanto di ciò che facciamo: siamo responsabili anche di quello che permettiamo che gli altri facciano mentre siamo impegnati a non scegliere cosa fare.

«Il male risiede nell’indifferenza, nell’avarizia, nel vizio, nell’egoismo, nella perversione…»
«Nel silenzio?»
Don Raffaele interruppe l’elenco per rigirarsi nella mente la domanda. La parabola che andava cercando non aveva trovato lo spazio per nascere, strozzata dal punto interrogativo con cui Lucas lo aveva pugnalato.

Siamo, insomma, dentro a uno schema di riferimento molto antico: dentro Il giardino dei fiori infelici ci sono le fiabe, c’è la parabola. C’è la paura e c’è il sacro.
Ma c’è, anche, il mito, sovvertito: se Edipo cerca la verità per coscienza, e così si condanna, qui Edipo in tutti i modi prova a non trovare la verità, a soffocare la propria memoria. Finché la via crucis non lo costringe a vedere.

Campa cento anni un ciliegio.
Ha sete di luce, ma non ne offre.
Lo sapeva Lucas, che sotto la sua ombra era cresciuto.

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