“No Good Men”, diretto e recitato dall’afghano-iraniana Shahrbanoo Sadat, ha per sfondo i drammatici mesi precedenti la fuga dell’esercito americano da Kabul. E il precipitare del paese nel medievale regime talebano. Che per prime ha oppresso le donne come la protagonista del film, operatrice di una tv libera che non si lascia intimidire dal fanatismo religioso vincente e da un marito violento e traditore che ha deciso di lasciare. E pure in un contesto drammatico l’autrice riesce a parlare d’amore, ci fa ridere e sorridere, ci racconta come in una commedia romantica desideri e sogni, rimpianti e passioni.
Kabul 2021, qui è ambientato No Good Men diretto Shahrbanoo Sadat, film d’apertura all’ultimo Festival di Berlino. Gli americani stanno per andarsene dall’Afghanistan, insieme alle truppe della Nato. I talebani stanno per riprendersi l’intero paese e restaurare l’Emirato Islamico. Intanto, la vita nella capitale dell’Afghanistan scorre normalmente. Più o meno. La normalità di un paese in bilico tra guerra e pace, tra isolati atti terroristici e un senso di oppressione sempre più pervasivo, tra passato e futuro, tra una tradizione profondamente patriarcale, tragicamente liberticida, e qualche piccolo sprazzo di libertà, qualche possibilità di autonomia e di speranza per la condizione del popolo afghano e in particolar modo delle donne.
In questo mondo si muove la protagonista, Naru, impersonata dalla stessa regista Shahrbanoo Sadat; è una donna che fa un lavoro da maschi e si veste da uomo per poterlo fare. Fa l’operatrice di ripresa a Kabul News, una delle poche emittenti televisive dove ci sono giornalisti che ancora tentano di fare onestamente il loro lavoro, senza lasciarsi intimidire e condizionare dal fanatismo religioso dei talebani in arrivo. E neppure dalla corruzione del regime destinato di lì a poco a dissolversi, cadendo come un castello di sabbia. La posizione di Naru è complicata, difficile, è una battaglia quotidiana contro i pregiudizi degli uomini che lavorano con lei, dei giornalisti, degli altri operatori di ripresa, del suo stesso direttore. Ma anche in famiglia, perché ha deciso di lasciare un pessimo marito, violento e fedifrago, e di tornare a vivere con sua madre, portandosi via suo figlio, un bambino di appena tre anni.
Una scelta che naturalmente non è ben vista da nessuno. Come non è ben vista da nessuno la libertà delle donne, in qualunque modo essa si manifesti, in tante parti del mondo, ma in particolare nell’Afghanistan del 2021. In realtà noi sappiamo – Naru non ancora – che la situazione è destinata solo a cambiare in peggio. E a dare tragicamente ragione alla battuta che ritorna più volte nel film, dandogli il titolo: non ci sono uomini buoni in Afghanistan. Perché tutti – gli uomini soprattutto, ma anche molte donne – sono imbevuti di spirito patriarcale, di una visione cieca e violenta del mondo, dove la religione serve solo a giustificare l’oppressione degli individui, di genere femminile soprattutto.
Nel frattempo, in questo luogo e in questo tempo dove tutto sembra ancora possibile, la regista trova lo spazio anche per parlare d’amore, per farci ridere e sorridere, per raccontarci come in una qualunque commedia romantica un possibile intreccio di desideri e sogni, rimpianti e passioni. Perché, non dovremmo mai dimenticarlo: si vive di pane, ma si ha bisogno sempre anche delle rose. Shahrbanoo Sadat, afghana nata a Teheran nel 1990, da dieci anni in Germania, sembra non averlo dimenticato neanche per un istante, durante la realizzazione di questo film piccolo e incisivo, profondamente autobiografico eppure capace di andare oltre e farsi racconto universale di denuncia politica e sociale. E canto di speranza, nonostante tutto.
No Good Men, di Shahrbanoo Sadat, con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah, Masihullah Tajzai