Nella “casa” delle cinque giovani madri tra un duro presente e squarci di futuro

In Cinema

Il film n. 13 dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiato al Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura, è un ritratto individuale/collettivo di un gruppo di giovanissime genitrici di precarie condizioni socio-economiche. Che combattono con l’assenza assoluta o comunque sostanziale dei padri dei loro figli, e i tanti dubbi su cosa fare della loro condizione e della creatura che hanno messo al mondo. Tra gli errori delle madri che non vogliono ripetere, la faticosa conquista di una identità di “mamma” e la durezza, materiale e psicologica, del mondo esterno in cui dovranno collocarsi

Jessica (Babette Verbeek), Julie (Elsa Houben), Ariane (Janaina Halloy Fokan), Perla (Lucie Laruelle) e Naïma (Samia Hilmi) sono le cinque (dai 17 ai 22 anni) protagoniste di Giovani madri, film n. 13 (documentari, 7, a parte) scritto e diretto da Jean-Pierre e Luc Dardenne, che al Festival di Cannes stavolta hanno vinto il premio alla miglior sceneggiatura. Racconta le vicende di un gruppo di ragazze piene di vita, a tratti anche di speranze, e al tempo stesso spesso disperate, che vivono in una casa per ragazze madri vicino a Liegi, circondate da genitori (madri soprattutto) spesso come loro protagoniste di maternità complicate e vite successive ancor più dure. Due di loro hanno al “fianco” i giovanissimi padri delle creature. Impreparati, è quasi ovvio, inadeguati, spaventati come se non più delle loro compagne. Le altre sono del tutto sole e in molti momenti mostrano tutto il patimento, la fatica di questa condizione.

La location del film è una vera casa per ragazze madri, in una città che come quasi sempre nei film dei Dardenne si mostra composta di strade anonime, scorci senza storia, localizzati in un freddo e frettoloso presente. Con i suoi ambienti, i ritmi di vita, i gesti di ospiti ed educatrici, la casa non è un set in alcun modo ricostruito. Nessun elemento scenico esterno è stato aggiunto, tutto è stato fotografato senza ricorrere a luci artificiali. Con un indiscutibile ed efficace effetto verità. Come sempre Il realismo dei Dardenne è poi anche, se non soprattutto, psicologico. Loro stessi spiegano che hanno voluto “filmare le giovani donne in modo che siano delle persone che resistono alla macchina da presa. Anche i neonati dovrebbero apparire come delle piccole persone, non delle immagini di neonati”.

I temi sono, tanti, e importanti. Il film mostra gli attimi di vita, le reazioni emotive, le gioie, gli scatti d’ira di queste ragazze-madri, ma riflette anche su quello che c’è al di là. Cosa separa queste giovani dalle proprie madri, di cui spesso condividono angosce ed errori che si trasmettono tra le generazioni, come la paura di non essere all’altezza, di non risultare abbastanza madri, di non sentire i sentimenti “giusti” verso i loro figli e figlie, al punto che spesso le sfiora la tentazione, pur amandoli, di abbandonarli? E in contrappunto con le lunghe scene dialogate i Dardenne inseriscono anche lunghi silenzi, che consentono di avvicinarsi all’interiorità dei personaggi. Dando spazio a piani sequenza che consentono al film di trovare il suo ritmo giusto.

 

Giovani madri è un film collettivo e individuale al tempo stesso, e senza che questo generi contraddizioni stridenti. Da un lato i momenti di vita comunitaria rendono compatto il racconto, in parallelo anche alle sequenze in cui le protagoniste stanno fuori, nella città, nelle strade. Dall’altro lato, e non certo meno importanti, ci sono gli squarci sulle esistenze solitarie delle giovani alle prese con la loro nuova condizione di madri, spesso single, la famiglia da cui provengono e dove faranno o non faranno ritorno, i padri (il proprio e/o quello della propria figlia/o) spesso assenti o inesistenti. E con i grandi dubbi sul futuro, con o senza il bambino se andrà a una famiglia affidataria, su un percorso scolastico o professionale aperto, sulle loro forza e capacità di costruirsi una vita autonoma.

Ogni racconto di ogni giovane madre e del suo bambino cerca di avvicinarsi il più possibile alla natura singola ciascuno di loro, guidato dalla necessità interiore di ciascuna traiettoria, e dalle vicende all’interno e all’esterno della casa famiglia. E il film, che resta senza dubbio un affresco di gruppo, è al tempo stesso, e forse soprattutto, l’insieme di cinque ritratti in cui ogni carattere riproduce la sua storia, il contesto sociale, i rapporti affettivi. Ma l’attenzione evidente prestata a ciascun personaggio non significa che non ci sia molto, e di importante, che avvicina le une alle altre. Però quello che le lega, la maternità precoce unita alla povertà e alle carenze affettive che le spingono spesso alla ripetizione dei comportamenti delle madri, è quello da cui tentano di liberarsi. “Proprio in questo tentativo”, sintetizzano gli autori, “appaiono singolari, vive, uniche. E per certi versi cessano di essere personaggi per divenire persone”.

Giovani madri, di Jean-Pierre e Luc Dardenne, con Lucie Laruelle, Janaina Halloy Fokan, Babette Verbeek, Elsa Houben, Samia Hilmi, Jef Jacobs, Gunter Duret, Christelle Cornil, India Hair, Joely Mbundu  

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