Vitale, e resistente. “Acqua sporca”: il libro più contemporaneo allo Strega

In Letteratura

Non c’è nessun dubbio. Il più contemporaneo tra i romanzi candidati nella dozzina del Premio Strega di quest’anno è sicuramente quello di Nadeesha Uyangoda: un libro che si prende cura di una parola di cui ci siamo dimenticati almeno da un secolo e mezzo, ovvero il desiderio della felicità.
Perché un mondo che emigra lo fa per cercare di stare meglio – sempre. E se questa possibilità viene frustrata, o negata, o concessa da una società che non dimentica mai di sottolineare l’asimmetria di classe, quello che ne esce è un mondo infelice. Un mondo nel quale gli spiriti del malessere risalgono dalle gambe e tormentano le vite con l’amarezza. Nella storia di quattro donne, e del loro rapporto con le origini, le identità, l’amore, un racconto di resistenza umana. Premio Campiello Opera Prima.

Non torna mai, chi è partito. Non del tutto, per lo meno; né per intero.
Lo sappiamo dal tempo dei Ciclopi e di Calipso: ce l’ha detto Omero, e dovremmo averlo imparato. Invece, quella della malattia del ritorno tendiamo sempre a pensarla come una cosa distante, da confinare nel passato, che non ci appartiene, o non più – mentre al contrario è piuttosto, nei fatti, la più vitale e pervasiva delle insofferenze di questo presente, e di quello a venire.
A tre secoli e mezzo dalla sua invenzione come parola, la nostalgia, il dolore del ritorno, non è mai stata una affezione tanto contemporanea quanto oggi: un ammalamento mutaforma, che cambia lingua e luoghi da abbandonare, subisce variazioni di guerra e di impoverimento, si muove lungo rotte da cui si scappava con la fame attaccata addosso fino a pochi decenni fa e che oggi diventano approdo.

Per ottanta, cento cinquant’anni e più, l’Italia è stata una terra da cui partirsi: con quel tempo non si è mai fatto veramente i conti. Perché, se si fosse elaborato davvero cosa significa la sofferenza dell’andare, oggi saremmo una società diversa, capace di comprendere, di accogliere, di ascoltare. Di leggere ciò che siamo stati migrando, e di riconoscerci in chi in questo ultimo quarto di secolo è arrivato.  

Per questo è un ottimo segnale che Nadeesha Uyangoda abbia vinto da una manciata di giorni il Premio Campiello Opera Prima: perché il suo romanzo, Acqua sporca (che è anche nella dozzina del Premio Strega ed è pubblicato da Einaudi), ha il merito di far parlare, tra le sue pagine, ciò che da radici antiche si nutre di inquietudine e rende le esistenze – in ogni parte del mondo, e in qualunque tempo – tribolate.

Chi resta, chi va, chi torna, chi non riesce a partire: attraverso le vite di quattro donne e due generazioni, Uyangoda intesse la trama delle deviazioni che il destino ha in serbo per ciascuna.
Ayesha è una artista trentenne che vorrebbe aver tagliato i ponti con la terra che l’ha cresciuta durante la prima infanzia, affidata alla nonna e alle zie in Sri Lanka.
Sua madre, Neela, che l’ha portata in Italia dopo essersi trovata un lavoro stabile, una volta conquistata la dignità e un fiero e autonomo benessere decide di tornare indietro dopo quarant’anni.
Nella casa lussuosa che le rimesse hanno permesso di costruire, laggiù sull’isola, le sorelle di Neela, Pavitra e Himali, si interrogano sul senso di quel ritorno (e, intanto, fanno i conti con quello che la vita ha loro tolto: l’una la gioia di un corpo bello e giovane, l’altra il coraggio di inseguire un ideale).
Davvero fare il viaggio al contrario riporterà indietro quella sorella che ormai più non conoscono? E perché, poi, tornare: lasciare il certo per l’incerto, rientrare nella quotidianità di un paese per il quale non si è più del tutto appartenenti?

“A romanticizzare la memoria dei luoghi è sempre chi emigra, chi resta fa i conti con i ruderi di quelle fantasie”

La vergogna, in tutte le sue forme, è l’unico specchio su cui ogni faccia finisce per depositare la propria dose di senso di colpa: nella profonda provincia brianzola la cura della vecchiaia dei genitori altrui permette il guadagno che mantiene le famiglie lontane e forgia l’economia della nascente classe media, ma contemporaneamente nega di accompagnare i propri affetti nei giorni estremi, cancellando per sempre la possibilità di un ultimo saluto, la partecipazione ai riti funebri, la consolazione condivisa.
Ma vergogna è anche quella della morte distante, inghiottiti da miserabili e innominabili disperazioni, esiliati in una duplice negazione del sacrificio dell’abbandono: a chi torna da sconfitto al Paese non si perdona la povertà, perché il tradimento è doppio (passi andarsene, ma almeno riuscire altrove!).
E pure c’è vergogna nella volontà di affrancarsi dalle origini, di decidere per un taglio netto: cosa che costa quanto condannarsi alla convivenza con un arto fantasma.

“Se c’era una cosa che la storia di quell’isola le aveva insegnato, era che la verità e la realtà raramente coincidevano”.

C’è molto, moltissimo mito dentro il romanzo di Nadeesha Uyangoda: la storia di una generazione di oggi che, sulla propria pelle, come Persefone divisa tra Ade e Demetra, sperimenta una bilocazione identitaria che nessuno vuole riconoscere (eppure, basterebbe guardare all’infelicità partorita da chi dall’Italia è migrato per capire che uno solo, sempre, è il male. Perfino quando si pensa di essere tornati).
Ma anche la storia di una società percorsa da irriducibili spiriti molesti: yakshaya che si arrampicano su dalle gambe, escono dai sogni, parlano alla parte più profonda delle coscienze, scuotono le radici quando pensano di essersi messe a dimora.

Bisognerebbe una buona volta capire quello che la letteratura ci racconta, ascoltare la lacerazione che questo tempo ha partorito e nutre: che la ricerca della felicità sia una necessità civile è un dato che non può continuare a essere ignorato dalle agende della politica internazionale.
La felicità, come l’amore, sono potenti agenti di cambiamento – e anche di questo il romanzo di Nadeesha Uyangoda ci parla: di come trovare modi per attraversare il male, resistere, partorirsi di nuovo.

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