Mutuo soccorso contro la solitudine. La ripartenza di Vogel e Brandi

In Teatro

Abbiamo incontrato il giovane regista Raphael Tobia Vogel, che debutta concludendo – con una squadra collaudata e apprezzata – il trittico di testi scritti da Francesco Brandi e portati in scena al Parenti per indagare le generazioni

FOTO © NOEMI ARDESI

Veniamo da mesi in cui la casa è stata – volenti o nolenti – l’unico orizzonte. In cui l’incontro con l’altro faceva paura. Eppure, dall’altra parte del muro, scorrevano altre vite con le stesse paure, fragilità, esigenze. Anche quelle vite che ci appaiono le più lontane da noi. Ma se, una volta aperta la porta, scoprissimo in chi ci abita accanto una possibilità di Mutuo soccorso?

Parte da qui il nuovo spettacolo scritto da Francesco Brandi, che torna al Franco Parenti a partire da stasera e fino al 24 di ottobre. Per mettere in scena l’incontro di due coppie che non potrebbero essere più lontani. Una è sposata da decenni, l’altra è fresca di matrimonio. L’una ha appena estinto un mutuo lungo una vita. Quale possibilità di dialogo, di incontro generazionale, si potrà instaurare?
A raccontarlo un’altra conferma, quella della squadra che ormai da diversi anni lavora insieme: Miro Landoni, Silvia Giulia Mendola, Daniela Piperno e lo stesso Brandi sotto la regia di Raphael Tobia Vogel che abbiamo incontrato a poche ore dal debutto.

Torna il sodalizio con Francesco Brandi. Cosa avete dato l’uno all’altro?

Ripartire con una famiglia che conosci e che ami è speciale, ti fa sentire a  casa e fa ripartire con la voglia di scoprire nuove sfumature di un testo che ho amato sin dall’inizio ma su cui abbiamo lavorato nel tempo. Avere un rapporto di stima e di amicizia così forte mi permette di scavare più in profondità o di proporre qualche modifica. Non capita sempre di avere l’autore nel cast e di avere un dialogo così proficuo.

Senz’altro ripartiamo con una positività che allenta un po’ l’angoscia del vuoto di questi mesi. Ci rafforziamo a vicenda, perché Francesco pensa di non avere una visione estetica e dinamica delle azioni in scena ma di avere molto chiaro il testo e la sua introspezione. Io penso di potergli quindi dare quella visione – da comunicare al resto della squadra – che lo porta a essere felice con il prodotto finale. Viceversa, senza gli innesti della sua creatività, la possibilità di adeguare il testo durante le prove, poterlo scrivere in funzione degli attori che abbiamo, è una opportunità importante, perché ci conosciamo. Tre su quattro fanno parte della compagnia di Buon anno ragazzi, mentre Silvia Giulia Mendola aveva sostituito Sara Putignano nell’ultima ripresa. Conosciamo bene, quindi, anche i loro punti di forza.

Hai raccontato i trentenni, poi gli anziani. Ora questo spettacolo ne fa una sintesi?

Mi sembra azzeccato, sì. Buon anno ragazzi aveva già un tema di scontro – o pace – generazionale, per quanto indagasse dinamiche familiari, diverse da quelle, come in questo caso, tra vicini di casa. Sicuramente unisce sia la gioventù di Per strada che l’anzianità di Marjorie Prime, e – anche se non mi sento di dire che conosco questi due mondi – sicuramente ho, adesso, un occhio e un orecchio più attento, e anche nei rapporti con le persone che ho intorno, da quello con mia madre a quello con lo staff del teatro, che è di una generazione diversa dalla mia, mi induce ad avere una maggior curiosità per i loro diversi punti di vista, sicuramente influenzato anche da questo lavoro.

È interessante capire come certe dinamiche, dalla percezione di sé al rapporto di coppia. In questo spettacolo, ad esempio, all’inizio le due coppie sembrano agli ma poi è interessante scoprirne i punti di forza, immergersi nel circolo della vita, una giostra – circolare come la scenografia che ho provato a creare – per scoprire che in fondo siamo molto più simili di quanto crediamo.

I vostri sono spesso racconti di solitudini. È un tema interessante drammaturgicamente, lo è per voi sul piano umano? Come trovi che se ne parli?

È strano come a volte si scoprano sinergie tra le persone. È un tema che a me tocca molto, e torna sia col lavoro fatto a teatro sia per la sceneggiatura cinematografica che ho scritto e che è in attesa di un produttore. Poi in questo periodo tragico che abbiamo vissuto, in particolare nel primo lockdown, anche tra le mie amicizie ho visto un cambiamento non indifferente verso la chiusura, la paura, ho visto tanta solitudine e nessuna volontà di ammetterlo.

Molto spesso la parte difficile è l’onestà di ammettere ciò che uno ha davanti, mentre spesso chi è solo si finge pieno di amici, di esperienze, di cose da fare per poi nascondersi nel proprio spazio. Il fatto che Francesco ha a cuore le stesse tematiche e le faccia emergere nei suoi testi è interessante. Non l’ho cero forzato a scrivere di temi a me vicini, ma è significativo che emerga forte anche qui.

Ad esempio, il personaggio di Matilde è quello di una donna abituata ad avere tante realtà in cui butta se stessi per riempire un vuoto esistenziale, ad invitare tanti amici perché ama averli intorno ma scopre una solitudine maggiore di quella che immaginava, così come i tanti anni di convivenza con il compagno anziché rafforzarla la fanno sentire distaccata da tutto quello che lascia come eredità sentimentale, si sente legata in una casa che non sente più sua. È un tema che dovrebbe essere trattato di più e meglio, anche sul piano psicoanalitico. Sono contento se – tra una risata e l’altra riusciamo a parlare anche di questo

Facciamo questa conversazione il giorno in cui la capienza torna al 100% della capienza. In questi mesi si è detto spesso che il teatro potesse o dovesse ripensarsi. Verso dove, secondo te?

Abbiamo – come Teatro Parenti ma anche personalmente come filmmaker – provato a testare la transizione al digitale, la ricerca di nuovi modi di raccontare lo stare in scena per poterlo far vedere a chi stava a casa. Speriamo che la capienza piena rimanga, nel frattempo abbiamo provato ad adeguarci ai tempi e offrire un nuovo linguaggio. Ritengo che, oltre alla magia dello spettacolo dal vivo, l’energia degli attori sul palco in simbiosi col pubblico, anche l’energia della persona che hai a fianco influenzi molto. Quindi, anche quando la capienza era limitata e c’era ancora molta paura, l’energia mancante della persona che hai accanto condiziona molto il tuo modo di fruire lo spettacolo, e anche gli attori talvolta riescono a comunicare meno. Sicuramente dobbiamo usare questo tempo per rinnovarsi e coinvolgere un pubblico più giovane, magari rinnovando i linguaggi e portando tematiche a loro più vicine, per creare gli spettatori del futuro.

Allora il tanto vituperato streaming, anche per il teatro, è una possibilità?

Secondo me è sempre giusto provare, tastare il terreno e scoprire come certe limitazioni possono diventare spunti creativi. È sbagliato rifiutarlo aprioristicamente, anche se – quando mi è capitato da spettatore – mi sono accorto che è un’esperienza diversa. Ma è una sfida che, per me che mi occupo di video, è interessante cogliere, quella di rendere più dinamico il teatro. Ormai, abituati alle piattaforme, ai grandi budget e agli effetti, anche la modalità di fruizione del pubblico è cambiata. Bisogna trovare un modo di adeguarsi al linguaggio del teatro e farne emergere le peculiarità. Deve essere un servizio, non un sopruso.

Hai un percorso molto vicino al cinema, al visuale. Torna anche in questo spettacolo?

In questo lavoro non molto. La scenografia è un girevole, che permette di mostrare tre luoghi diversi e insieme rispecchia simbolicamente quel ciclo vitale in cui non sai mai a che punto dell’esistenza ti trovi e se dovrai passare di nuovo da momenti trascorsi della tua esistenza anche in futuro. L’idea è stata quindi ricreare una circolarità, che spero possa colpire. Non c’è il registro del video ma a gennaio, nel mio prossimo spettacolo, il video e l’arte visiva torneranno in modo importante.

Cosa ti aspetti da questo debutto?

Sono felice di ripartire con una squadra che mi ha fatto divertire e con cui ci stima. Spero che anche il pubblico possa trovare, magari nello humor cinico e tagliente di Brandi alcuni sorrisi del passato in modo che la chiusura di questo trittico con lui sia l’inizio di altri progetti e possa creare un pubblico che ami questo tipo di linguaggio e possa venire più spesso a teatro.