Montero, Berlioz e il Venezuela. La musica oltre la musica

In Musica

“Ho il dovere di fare qualcosa quando c’è un’ingiustizia” afferma la pianista nativa di Caracas rivendicando con orgoglio il diritto di occuparsi anche della condizione sociale del suo paese. L’artista che stasera si esibirà al Conservatorio di Milano con la Stuttgarter Philharmoniker diretta da Andrey Boreyko eseguirà oltre a “Symphonie fantastique” del compositore francese un suo brano che evoca ombre e luci della sua terra

Ci sono concerti ai quali il pubblico viene richiamato principalmente dal repertorio, altri in cui sono gli interpreti ad attirare l’uditorio. Stasera, i musicofili milanesi avranno più di una ragione per assistere all’esibizione in cartellone per la Società dei Concerti, che si prospetta, su ogni fronte, particolarmente ghiotta. Al pianoforte ci sarà Gabriela Montero, poliedrica musicista venezuelana che coniuga il virtuosismo allo strumento con una vena particolarmente spiccata e felice per l’improvvisazione; sul podio, a guidare la storica Stuttgarter Philharmoniker, un altro apprezzatissimo interprete dai molteplici interessi, il direttore Andrey Boreyko. Altrettanto interessante il programma: nella prima parte il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 “Latin Concerto” di Montero (2016), nella seconda l’opera simbolo del romanticismo francese, la Symphonie fantastique di Berlioz. Ma non è finita, perché tra un blocco e l’altro la solista lascerà come di consueto campo libero all’estemporanea espressione della sua fantasia, dedicando un momento – certamente attesissimo – all’improvvisazione.

Nell’attesa di una serata che non si annuncia certo avaro di mirabilia – il titolo del concerto, Musica fantastica, calza a pennello – abbiamo avuto il piacere di conversare con Gabriela Montero.

La musicista concepisce la propria arte con uno sguardo particolarmente attento alla sfera umana-interiore, intesa singolarmente, ma anche in una prospettiva più ampia e condivisa, in un dialogo tra presente e passato. La sua volontà è di «comunicare storie, non solo quelle dei compositori, ma che rivelino anche le idee, l’immaginazione, le emozioni e le esperienze di vita di tutti noi». Secondo Montero il musicista è «una sorta di giornalista che racconta chi siamo e anche il tempo in cui viviamo» e la musica riflette «con un linguaggio più diretto delle parole i nostri processi interiori e le nostre ricerche nella vita, non solo per diventare esseri umani più consapevoli, ma anche per riuscire a mettere insieme le storie del passato e del presente e farle rivivere».

Alla base dei suoi processi creativi c’è un senso di grande spontaneità, dove improvvisazione e composizione sono legate da un rapporto «molto stretto»: «Tutto ciò che faccio come compositrice nasce dall’energia naturale e dal flusso dell’improvvisazione». Un’immagine ben precisa la inquadra nell’atto di scrivere musica: «Non mi siedo su un treno, con un manoscritto, a comporre; per me tutto passa attraverso le dita ed è molto legato al mio pianismo. È molto veloce, molto fluido». Tuttavia, va da sé che il lavoro non si arresta a questa fase: «Naturale non è sempre sinonimo di migliore: c’è un altro passo dopo, ed è quello in cui entrano in gioco il tempo e il perfezionamento del risultato».

Un colloquio con Montero, dal 2015 Console Onorario di Amnesty International, non può non deviare talvolta dal tema dell’arte tout court per affrontarne anche di più delicati: «Prima di essere una musicista sono un essere umano. Vivo in questo mondo, sono connessa a questo mondo, e sento che in quanto artista – come chiunque altro, qualsiasi sia la sua professione – ho il dovere di parlare e fare qualcosa quando c’è un’ingiustizia». A questo proposito spiega: «Ventisette anni di tragedia, la completa distruzione e implosione del mio Paese mi hanno spinto ad attivarmi. Non sono mai stata impegnata politicamente e non considero nemmeno che questo riguardi davvero la politica: riguarda l’umanità, o la mancanza di umanità».

Anche in questo contesto la musica non può che costituire un elemento cardine della sua presa di posizione: «Trovo ci sia molto silenzio intorno al modo in cui la musica viene usata per ripulire e migliorare l’immagine del regime venezuelano; per me è stata una grande sfida parlare del ruolo che ha avuto nell’assecondarlo in tutti questi anni».

Venendo poi al Latin Concerto, chiarisce che non è «pezzo politico» nel senso in cui lo era il suo lavoro di debutto, Ex Patria, composto nel 2011 e «dedicato alle 19.336 vittime di omicidio in quell’anno in Venezuela». E tuttavia, prosegue: «è un brano che cerca di mostrare sia la luce sia le ombre della mia terra. Le persone sono così innamorate della luce, del divertimento, del fascino, della musica, della danza, del mojito dell’America Latina, che è molto difficile per loro voler davvero capire, conoscere e accettare l’oscurità con cui la gente del mio continente deve vivere». E aggiunge: «Un turista arriva, gioca, si diverte e poi va via; ma chi vive lì deve purtroppo convivere con quelle tenebre». Il Concerto mette in evidenza questo «chiaroscuro»: è «un pezzo che in superficie sembra parlare molto del divertimento – perché a volte fa persino ballare sulla sedia – ma se si presta davvero attenzione si vedrà che questo è sempre messo in contrasto, sempre minacciato dall’oscurità che vive sotto quella facciata».

Andrey Boreyko

Si sa, l’arte non è mai un semplice “intrattenimento”, nemmeno quando propriamente intrattiene, fa sorridere o, come in questo caso, fa «ballare sulla sedia», e le parole di Montero sono l’ennesima conferma: «Credo che quando la musica non viene usata per nascondere, distrarre o mettere un bel trucco per coprire la verità e la desolazione, quando viene usata per rivelare e non per occultare, può diventare molto potente. Ti connette emotivamente con ciò di cui stai parlando». E il pubblico non attende altro che trovare questa connessione con la solarità engagée di Montero e la monumentalità visionaria di Berlioz, scavalcando l’Atlantico e due secoli di arte, dall’Ottocento fino a oggi. O meglio, fino a stasera, quando prenderà forma anche una musica che, nascendo da un’improvvisazione, non esiste ancora. 

In copertina Gabriela Montero (foto @ Anders Brogaard)

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