Esplorazioni d’amore al tempo della rete

In Weekend

Quando puoi raggiungere chiunque nel mondo perché accontentarsi? Perché rischiare di stare con una persona che potrebbe non essere la migliore per te? La risposta sembrerebbe scontata e invece…Tra relazioni virtuali, online dating, sexting e Tinder fatevi condurre per mano da Aziz Ansari (e non solo): riderete ma ci penserete su

A Milano, apparentemente, il 40% della popolazione è single (sì, siamo proprio in tanti). E la situazione non è molto differente nel resto del mondo occidentale: in America le coppie sono in minoranza per la prima volta nella storia (e l’americano medio trascorre più anni da single che da sposato) e nelle grandi città è sempre più diffuso fra gli adulti avere dei coinquilini. Uno dei motivi è abbastanza ovvio: l’età matrimoniale si è alzata, non ci si sposa a 21 anni, come è stato grossomodo fra il 1950 e il 1980; ora l’età media, negli USA è 30 per gli uomini e 27-28 per le donne.

 

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E la situazione italiana, a giudicare dai dati ISTAT, è per lo più identica (come lo è nel resto d’Europa dove, secondo l’Eurostat, l’età media è 29,7).

 

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Secondo le tesi di svariati sociologi le ragioni di questo cambiamento stanno nella diversa concezione del matrimonio: negli anni Cinquanta aspettare il vero amore era un lusso che in molti (specialmente donne) non potevano permettersi. Stephanie Coontz, autrice del libro Marriage, a history, sostiene che fino a poco tempo fa il matrimonio era principalmente un modo per acquistare sicurezza, economica, sociale e personale. Era un modo per le donne di lasciare la casa paterna: “Il matrimonio era un’istituzione economica e politica troppo vitale per poter nascere solamente sulle basi di qualcosa di irrazionale come l’amore”.

Il panorama è oggi molto mutato: il matrimonio non è visto più una priorità e la scelta del partner è diventata una vera e propria caccia all’anima gemella – ricerca che può rivelarsi lunga, frustrante e faticosa. Già dalla fine degli anni Settanta, in America, questo modello inizia a farsi largo, tanto che, negli anni ’80,  il 91% delle donne poteva dire che il prerequisito fondamentale per sposarsi era l’amore romantico, quello da farfalle nello stomaco e mani sudaticce. Ma se l’età media matrimoniale ha continuato ad aumentare  significa che qualcosa è cambiato.

Quando, nel 1989 al CERN di Ginevra, Tim Berners-Lee, inizia a pensare di progettare un software per la condivisione di documentazione scientifica in formato elettronico (che poi sarebbe diventato il World Wide Web), di sicuro non immaginava che questa sua idea avrebbe rivoluzionato i nostri rapporti di coppia. Ma così è stato: come scrive Aziz Ansari nel suo divertentissimo Modern Romance, “oggi se possiedi un smartphone stai trasportando un bar per single, aperto h24, nella tua tasca”.

E, infatti, se fino a qualche decennio fa la maggior parte delle coppie erano formate da persone che vivevano nello stesso quartiere, ora probabilmente faremo fatica a trovarne: provate a pensare ai vostri amici! Internet ha aumentato in modo esponenziale la possibilità di conoscere nuove persone e trovare la nostra anima gemella. Quando puoi letteralmente raggiungere chiunque nel mondo perché accontentarsi? Perché rischiare di stare con una persona che potrebbe non essere la migliore per me? Internet non ci ha semplicemente aiutato a trovare il meglio; ha anche contribuito a formare l’idea che c’è un meglio e se cerchiamo con impegno possiamo trovarlo. Quindi meglio non affrettarsi nel matrimonio, sperimentare, uscire anche ogni sera con una persona diversa: e con le dating app diventa sempre più facile. Uno studio di Michael Rosenfeld mostra che nel 2010 il 22% delle coppie si sono conosciute online (il 34% secondo John Cacioppo), percentuale che sale al 70% nel caso di coppie omosessuali.

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Quanto questa percezione si stia diffondendo al livello di immaginario collettivo lo testimoniano bene le così dette Millennial sitcom: da Girls a Looking, passando per Love e Master of None, assistiamo a molte di quelle situazioni descritte da Ansari e Klinenberg in Modern Romance. Dating app, sexting (che si sta rivelando una pratica sempre più diffusa, che alcuni vedono positivamente, altri meno), messaggi visualizzati e non risposti, stalking su Google, confezione dell’SMS perfetto e così via… Compresi quei messaggi al limite fra il troll e l’anche-stasera-si-scopa-domani che dubito abbiano mai avuto qualche reale successo nel rimediare una sveltina (e le pagine Facebook come Tinder nightmares e I Gentlemen di Grindr ne offrono un nutrito campionario):

 

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D’altronde Tinder sembra davvero un gioco e lo fa notare anche Ansari: “Inutile negarlo. C’è qualcosa di stranamente divertente e ludico in Tinder”, nello scorrere le facce degli utenti alla ricerca di una sveltina o un partner per la vita. E, a quanto pare, passiamo circa un’ora e mezza al giorno sulle app che alcuni di noi tengono in una cartella nascosta del cellulare, nella speranza di trovare la persona giusta fra le centinaia di profili che visitiamo ogni giorno. Questa proliferazione di possibilità potrebbe però non avere risvolti sempre positivi: Barry Schwartz nel suo libro The Paradox of Choice sostiene che gli smartphone e Internet hanno liberato le nostre opzioni dai luoghi fisici: possiamo scegliere qualsiasi cosa da qualsiasi parte del mondo (basti pensare che il mio cellulare è prodotto da una startup cinese con un magazzino a Londra per la distribuzione europea e non è venduto in nessun luogo fisico in Italia). Ma, evidenzia Schwartz, quando abbiamo più opzioni, siamo in realtà meno soddisfatti e spesso fare delle scelte, prendere delle decisioni è diventato più difficile. Se anche a voi è capitato di passare così tanto tempo su TripAdvisor per scegliere un posto dove cenare e alla fine ritrovarsi in un McDonald’s perché tutti i locali, nel frattempo, hanno chiuso, forse Schwartz non ha del tutto torto. Oppure: quante volte vi siete addormentati davanti al pc mentre cercavate per ore su ImDb un film che valesse davvero la pena vedere? Anzi: il miglior film che avreste potuto vedere in quel momento.

Secondo Ansari questa mentalità è diventata pervasiva nei nostri processi decisionali, anche nella ricerca di un partner, specialmente di uno lungo termine (e lo stesso discorso può valere per la ricerca del lavoro). Sheena Iyengar, docente alla Columbia University, attraverso una serie di esperimenti ha dimostrato che un eccesso di opzioni può portare all’indecisione e alla paralisi. Che sia anche questo uno dei motivi per cui tendiamo a sposarci sempre più tardi? Ansari sembra suggerire di sì, ma da comico qual è ammette anche che with all these options, being single can be a shitload of fun!

E allora quello che con un’espressione un po’ vintage potremmo chiamare “metter su famiglia” (o anche solo le radici) diventa un vero e proprio upgrade problem. Lo spettro del “è davvero la persona giusta per me?” può essere molto più che dispettoso, soprattutto passata la fase passionale iniziale, quella dei lepidotteri e delle mani sudate e appiccicose. Ansari e Klinenberg spiegano che, nella prima fase di una relazione, provi l’amore passionale (passionate love): ogni sorriso ti fa sciogliere il cuore e ogni notte è più magica della precedente. Durante questa fase il cervello si attiva e rilascia una serie di neurotrasmettitori: le sinapsi neurali si riempiono di dopamina, lo stesso trasmettitore rilasciato quando tiri di coca (o giochi a World of Warcraft).

“Carol, I can’t describe how you make me feel. Wait, no, I can – you make my mind realease pleasure-inducing neurotransmitters and you’ve flooded my mind with dopamine.”

Secondo gli scienziati questa fase dura fra i dodici e i diciotto mesi, a quel punto all’amore passionale succede quello che chiamano companionate love, meno intenso, ma cresce nel tempo – come ha dimostrato l’antropologa Helen Fisher nel suo Anatomy of Love, radiografando il cervello di persone sposate da almeno vent’anni.

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Non spaventiamoci però: il calo della passione non è una cosa necessariamente negativa in toto. Secondo lo psicologo Jonathan Haidt ci sono due modi per intendere la soddisfazione: da un lato c’è la visione edonistica, per la quale la vita migliore sarebbe quella con il maggior grado di passione. Dall’altro c’è la visione narrativa: la vita migliore è costruirsi una storia.

Ma tutti sappiamo quanto sia difficile la strada narrativa, e forse in questo panorama così saturo di opzioni lo è anche di più. Ansari nota come sia diventato più facile il tradimento grazie alle nuove tecnologie, ma si chiede, intelligentemente, se anche questa sia una cosa completamente da disprezzare: in Francia, il paese con il più alto grado di infedeltà, le relazioni extra-coniugali sono ritenute moralmente inaccettabili “solamente” dal 47% della popolazione, in Germania la percentuale è del 60%, 64% in Italia, 84% negli Usa.

In un interessantissimo libro del 2003, Against Love. A Polemic, la sociologa Laura Kipnis parla in modo positivo del tradimento – termine che in questo contesto risulta non del tutto appropriato – e arriva anche a suggerire di “rileggere il Capitale considerandolo una guida al matrimonio”.

Da allora si è discusso molto della teoria del Poliamore, la posizione filosofica che ammette la possibilità che una persona abbia più relazioni intime (sentimentali e/o sessuali) contemporaneamente, nel pieno consenso di tutti i partner coinvolti, in opposizione al postulato della monogamia sociale come norma necessaria (e anche qui c’è chi giudica positivamente questa teoria e chi, invece, specie da posizioni marxiste ortodosse, ne evidenzia il carattere negativo, come ha mostrato Alessandro Lolli su Prismo).

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Helen Fisher ritiene che i nostri antenati – gli uomini delle caverne – avessero simultaneamente diversi partner sessuali, spinti dalla necessità di diffondere il loro materiale genetico, e, dopo migliaia di anni di promiscuità i nostri cervelli sono ancora in linea con l’idea di “accoppiarsi” con più persone. D’altronde, secondo la storica del matrimonio Stephanie Coontz, l’idea di matrimonio monogamico è abbastanza recente e nel diciottesimo secolo gli americani erano abbastanza aperti sulle loro scappatelle extraconiugali. Cos’è cambiato allora? Il giornalista Dan Savage sostiene che le donne, giustamente, a un certo punto, hanno iniziato a contestare la prerogativa maschile di poter saltare da un letto all’altro indisturbatamente, mentre loro erano recluse a casa senza alternative sessuali. Ma a quel punto, piuttosto che estendere alle donne il privilegio maschile, la società ha deciso di attuare l’approccio opposto, iniziando a limitare anche gli uomini. Secondo Savage that’s bullshit: una relazione è molto più che non toccare nessun altro con il tuo pene per il resto della tua vita. Per questo Savage ha coniato il termine “monogamish” con il quale definisce la sua relazione con il marito: la coppia è devota, c’è impegno e amore, si costruisce qualcosa insieme, una storia (una visione narrativa, per riprendere il discorso di Haidt). Ma c’è spazio anche per attività sessuali fuori dalla coppia. Sembra ragionevole. Meno ragionevole è sembrato a Patrick, protagonista di Looking, che decide di lasciare il suo fidanzato quando questi gli chiede di prendere in considerazione una possibilità del genere.

Looking è una serie TV di due stagioni andata in onda fra il 2014 e il 2015. Patrick è un ragazzo di 29 anni che vive a San Francisco, alla ricerca dell’anima gemella e di successo professionale. In questa estenuante ricerca le prova davvero tutte: dal più classico approccio da bar, alle app di dating online, fino addirittura al cruising. Sperimenta il sexting, la lunga e angosciante attesa fra un messaggio e l’altro. E non è mai davvero sicuro che il suo partner del momento sia davvero la persona giusta per lui.

C’è una scena che mi sono trovato a guardare più volte con un forte senso di deja vu e che sta lentamente diventando un topos delle rappresentazioni televisive e cinematografiche della vita dei millenials: lo scambio di voti in un matrimonio. Avviene quasi sempre allo stesso modo – e ne parla anche Ansari raccontando la sua esperienza personale in Master of None: il protagonista è invitato al matrimonio di due suoi cari amici, l’atmosfera è felice, tutti sorridono. Arriva il fatidico momento, inizia a sentirsi un dolce vento di sottofondo per creare atmosfera, la luce si fa più chiara, splende sui volti degli sposi che iniziano a scambiarsi i voti nuziali mentre sorridono e i loro occhi tralucono felicità. Stacco: inquadratura del volto sgomento del protagonista, occhi strabuzzati, cervello in tilt: ma quello che ho io con il mio partner è davvero così forte? Così intenso? Potrei dire le stesse cose di lui/lei in questo momento? No. I due si lasciano. Perché non sono il meglio che potrebbero avere.

Modern Romance di Ansari e Klinenberg rappresenta davvero bene tutto questo contesto: le relazioni virtuali, l’online dating, le app di incontri, il disagio delle chat istantanee. Dà una rappresentazione della ricerca del partner ideale in cui molti di noi non farebbero fatica a riconoscersi, con dati e statistiche che mettono in luce l’evoluzione dei rapporti di coppia. E vi faccio una confessione: non mi ricordo l’ultima volta che ho letto un libro che mi ha fatto davvero ridere. Ansari ci è riuscito parlando di cose serie.