Milan Unit 1994-2009. Il Sogno Americano di Ramak Fazel al MAXXI

In Arte

Con la mostra di Ramak Fazel “Milan Unit 1994-2009”, ha aperto ufficialmente al MAXXI di Roma il nuovo Spazio Ghella dedicato alla fotografia contemporanea. Milan Unit è un’opera-archivio, ora acquisita dal MAXXI dalla galleria Viasaterna di Milano, che riunisce l’intera produzione fotografica e documentaria di Ramak Fazel tra il 1994 e il 2009, durante e oltre gli anni trascorsi nella scena del design e dell’architettura italiana. Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti, documenti e strumenti di lavoro compongono un racconto concreto del suo metodo di lavoro e di un momento cruciale della fotografia, quello tra l’analogico e il digitale.

Nel dicembre del 1993 ci fu a New York quello che i media definirono il matrimonio dell’anno: l’imprenditore Donald J. Trump sposò l’attrice Marla Maples al Plaza Hotel di New York con una cerimonia che contò più di mille invitati. Fuori dal Plaza, in mezzo alla calca, un giovane fotografo forse nascosto tra i paparazzi si mise a scattare foto: gli invitati, l’arrivo della coppia e la folla radunata intorno all’albergo dove si sarebbe svolto il ricevimento e consumata la luna di miele. Quelle foto che con molta probabilità ritraevano un nuovo apice di popolarità del ‘sogno americano’ furono poi raccolte, ordinate e spedite a quello che 25 anni dopo sarebbe diventato uno dei più controversi presidenti degli Stati Uniti d’America. Donald Trump rispose a quell’inaspettato album fotografico con una cortese lettera di ringraziamento. Quel curioso fotografo appostato davanti al Plaza, un ingegnere ventenne nato in Iran e cresciuto in Indiana, era Ramak Fazel. Appena un anno più tardi lasciò l’America per proseguire la sua carriera da fotografo a Milano.

La recente acquisizione dell’opera-archivio di Ramak Fazel intitolato Milan Unit 1994-2009 da parte del MAXXI Architettura e Design Contemporaneo, proveniente dalla galleria Viasaterna di Milano, costituisce per il museo il primo acquisto di un archivio d’artista. A rendere ancora più straordinaria l’acquisizione è il fatto che si tratti di un artista ancora vivente, che ha potuto collaborare per mesi con il museo per architettare una forma di presentazione pubblica del suo lavoro. Per l’occasione, infatti, inaugura l’omonima mostra Milan Unit 1994-2009 nella nuova sala del museo dedicata alla fotografia, lo spazio Ghella.
L’archivio di Fazel è un complesso apparato di documenti, negativi e fotografie, ma anche documenti fiscali, ricevute e memorabilia, che l’artista ha accumulato nel suo studio durante la sua permanenza a Milano. Ramak Fazel si trasferì nel 1994 da New York a Milano, dove lavorò come fotografo per riviste del calibro di ‘Abitare’ e ‘Domus’, e continuò a risiedere a Milano fino al 2009, data in cui lasciò l’Italia per continuare a studiare arte negli Stati Uniti. Durante questi quindici anni l’archivio si è arricchito di collaborazioni editoriali che mettono in luce una pratica a metà tra l’incarico professionale e la ricerca autoriale. Tra le fotografie e i documenti esposti nella mostra, che costituiscono solo una piccola parte dell’archivio, saltano all’occhio le immagini di giganti del design italiano come Enzo Mari e Ettore Sottsass fotografati nel loro spazio domestico mentre cucinano o mettono in ordine la casa. Installazioni presenti nella stanza richiamano elementi dell’operato di Fazel: una copia gigante del pozzetto pieghevole della sua macchina fotografica; una Rolleiflex biottica, con cui ha scattato molti dei suoi lavori, oppure un cassetto d’archivio fuori scala riempito di cartelle da cui attingere per mostre da allestire in un lontano futuro.

Tra le opere fotografiche selezionate viene dato ampio spazio alla serie 49 Capitols. Quest’insieme di immagini scattate nel 2006 testimoniano la prospettiva profondamente autoriale e a tratti surreale dell’autore, che fotografò i parlamenti statali nelle capitali di 49 stati federali americani, visitati uno dopo l’altro durante un lungo viaggio in camper attraverso gli Stati Uniti. Il meccanismo di questo viaggio, degno di una performance di Sophie Calle o di un film di Gus Van Sant, si innesca con il ritrovamento di una collezione di francobolli nella soffitta della casa dei suoi genitori. Da lì l’idea di utilizzarli per spedire a suo nome una cartolina in ogni capitale americana. Avrebbe poi ritirato lui stesso le cartoline in ogni municipio e fotografato il campidoglio statale in ogni città, disegnando così il percorso di questo progetto fotografico. Nelle immagini di Fazel si nota un’ambigua tensione/repulsione verso quei luoghi, una sospensione a metà tra lo straniamento e la fascinazione per i luoghi che definivano l’identità americana; identità che negli anni seguenti l’undici settembre stava cambiando la società nazionale e internazionale nel suo insieme. Erano gli anni in cui sul retro dei biglietti della metropolitana di New York c’era scritto: “If you see something, say something”. Non a caso Ramak Fazel fu sottoposto a fermo federale prima di poter completare il suo viaggio: evidentemente un uomo di origini iraniane, impegnato a fotografare edifici federali, non passò inosservato. La redazione di Domus dovette emettere un comunicato in cui dichiarava di aver commissionato il lavoro per poter rilasciare Fazel e permettergli di tornare in Italia.

Milan Unit 1994-2009 si mostra in ultimo come una raccolta non lineare. Più che un archivio infatti, ricorda il tentativo di organizzare quella che parte come una grande scatola di scarpe, un raccoglitore privato in cui si conservano sparpagliate le fotografie in funzione dei ricordi: testimonianze di amicizie, incarichi professionali, viaggi introspettivi. È un ritratto, in ultimo, di quindici anni di lavoro e di vita, che si ha la percezione di sfogliare come un album di famiglia, disordinato, autentico, personale.

Ramak Fazel, Milan Unit 1994-2009, MAXXI, Roma, fino al 27 settembre 2026

Tutte le immagini: Milan Unit 1994-2009 di Ramak Fazel, exhibition view, foto © Vincenzo Labellarte, courtesy Fondazione MAXXI