Otto racconti con andamento circolare: spedito nella profonda provincia russa, un giovane medico appena laureato si trova a dover imparare il mestiere sul campo. Tra sgomento, angoscia, spavalderia e un poco di fortuna, l’esordio di Michail Bulgakov torna in libreria con una prefazione di Paolo Nori, che ne cura anche la traduzione. Un testo grottesco, ironico, angosciante, umano.
Il piacere di ritrovare un classico, un autore che si ama, e riconoscerlo nelle sue prime prove: è quasi commovente incontrare Michail Bulgakov nei racconti giovanili raccolti in Memorie di un giovane medico, usciti da Marcos y Marcos, con la traduzione e prefazione di Paolo Nori.
Scritte nell’indimenticabile 1917 e pubblicate tra il 1925 e il 1926, queste storie costituiscono il suo esordio letterario e pur avendo un’impronta fortemente autobiografica (sono evidenti i riferimenti al suo incerto apprendistato di medico in una remota provincia della Russia), rivelano già le sorprendenti caratteristiche delle sue opere della maturità, cioè quel suo scoprire un mondo incoerente, paradossale, quell’incertezza su tutto, ma soprattuto su se stesso, quello scivolare senza accorgersene verso una fantasia surreale, che svela un universo cupo, senza senso.

Ma il protagonista, Vladimir Bomgard, dietro al quale si riconosce lo stesso Michail Bulgakov, è un piccolo antieroe incerto e coraggioso, che non si tira indietro davanti allo spaventoso compito che il destino gli ha imposto, cioè guarire tutti da tutte le malattie possibili.
Lui è un ragazzo di città, si è laureato da quattro mesi, non sa niente, studia come un pazzo anche mentre si trova davanti alla sua prima amputazione, al primo parto. Studia e non capisce tanto, ma ci prova con ostinazione. Quanto si vergogna della sua ignoranza, tanto ammira l’esperienza, la sicurezza, la semplicità di infermieri, ostetriche, di tutti gli inservienti. Lui li segue, osserva e a poco a poco impara.
‘Cioè, tornando dall’ospedale alle nove di sera, non avevo voglia né di mangiare, né di bere, né di dormire. Non volevo niente, tranne che nessuno mi venisse a chiamare per un parto.
E, nel giro di due settimane , sulla pista battuta dalle slitte, mi era successo per cinque notti. Qualcosa di umido, e scuro, mi era comparso negli occhi, e alla radice del naso avevo una ruga verticale che sembrava un verme. Di notte, nella nebbia ondeggiante vedevo operazioni non riuscite, costole che sporgevano, e le mie mani coperte di sangue umano, e mi svegliavo, appiccicoso e freddo nonostante la calda stufa olandese’.
Un giovane medico risoluto e terrorizzato dagli eventi: questo è quello che Bulgakov mette in scena in questo esordio, nel quale il grottesco si accompagna sempre con l’ironia:
Quando mi ero spogliato e mi ero infilato sotto le lenzuola, un tremito mi aveva avvolto per mezzo minuto, poi mi aveva lasciato e il calore si era diffuso per tutto il mio corpo.
“Copritemi pure d’oro” avevo brontolato mentre mi addormentavano “ma io non ci…”
“Ci andrai, altroché se ci andrai” aveva fischiettato allegramente, con tono beffardo mentre mi addormentavo, la tormenta.
Con un tuono era passata sul tetto. Poi era passata nella canna fumaria, era volata fuori di lì, aveva frusciato fino alla finestra, era sparita.
“Ci va, ci va aveva picchiettato l’orologio“.
Come nota Paolo Nori nell’introduzione, questi racconti scritti nel 1917 e pubblicati dopo otto anni parlano pochissimo di rivoluzione: se ci si trova una parola che significa rivoluzione, è usata nel senso del procedimento medico che serve per far uscire un neonato che è messo male nella pancia della mamma, qualcosa come ‘rivolgimento’.
Del resto il protagonista di Cuore di cane (uscito anche lui nel 1925) è uno che ha il coraggio di dire nell’Unione Sovietica degli anni ‘20: “A me non piace il proletariato” e lo stesso Michail Bulgakov nel 1930 scriverà a Stalin: “Passando in rassegna i miei ritagli di giornale, ho constato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia attività letteraria , 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e ingiuriose”.
Bulgakov ha la bizzarra dote di ritrovarsi sempre nella posizione più scomoda, e meno conciliante. A rileggerlo, oggi, lo straniamento viene di nuovo amplificato dalla Storia. L’ultimo racconto, per esempio, è ambientato a Kiev nel ‘19: la popolazione stremata dalla crudeltà e dai soprusi del tiranno ucraino Petijura, aspetta con ansia l’assalto dei sovietici, sperando in una sana liberazione.
Sappiamo come è andata a finire.