Mi chiamo John Lennon, sono un vichingo e non so più dov’è nascosto il bottino

In Cinema

Sesto film per Anders Thomas Jensen, regista e sceneggiatore di punta di Dogma e del cinema danese dal 1996. Che ha scelto di nuovo come protagonisti Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas, stravaganti fratelli autori di una rapina finita male. Uno dei due finisce in galera, e quando esce deve vedersela con l’altro, un simpatico matto che fra l’altro aveva in custodia i soldi rubati. Tra gang movie e dramma familiare, una commedia nera esilarante e commovente, dove la ferocia sposa l’umorismo e la tenerezza. Le gag fanno ridere, merito di personaggi che cercano sempre un loro posto nel mondo

Manfred (Mads Mikkelsen) e Anker (Nikolaj Lie Kaas), protagonisti di Mio fratello è un vichingo di Anders Thomas Jensen, sono fratelli ma non si somigliano per nulla. E sembrano ormai del tutto incapaci di comunicare. Anche perché è da parecchio che non si vedono: quindici anni per l’esattezza. Proprio il periodo che Anker ha trascorso in prigione per una rapina andata a male. Be’, non del tutto male: prima di essere arrestato e condannato Anker è riuscito a mettere in salvo il bottino affidandolo a suo fratello, ovvero l’unica persona al mondo di cui si fida ciecamente.

C’è solo un problema: Manfred è sempre stato un tipo un po’ particolare, e questi ultimi anni sono stati per lui piuttosto difficili, così il suo già scarso equilibrio ne ha decisamente risentito. Non solo non si ricorda niente dei soldi della rapina e non ha quindi la più pallida idea di dove potrebbe averli nascosti, ma ha anche deciso di farsi chiamare John. Una scelta tutt’altro che casuale, visto che lui è convinto di essere la reincarnazione di John Lennon. E come tale si propone al mondo, con la stessa incantevole ingenuità con cui da bambino si vestiva da vichingo.

Purtroppo però Anker è pressato dai creditori (in particolare un feroce colosso che sembra pronto a tutto, anche a spremerlo – letteralmente – come un limone) e desidera solo prendere il volo con il bottino. Le buffe stravaganze del fratello (che rapisce cani, si butta giù dalle macchine in corsa, vuole a ogni costo ricostituire i Beatles) lo irritano oltre misura, ma non può far altro che stare al gioco. In attesa che Manfred rinsavisca almeno il tempo necessario a ritrovare il prezioso nascondiglio del malloppo, molto probabilmente disperso da qualche parte nella rigogliosa foresta che circonda la casa d’infanzia dei due fratelli. Inutile dire che insieme ai soldi verranno inevitabilmente disseppelliti traumi, in attesa di cominciare a seppellire cadaveri.

Anders Thomas Jensen, celebrato sceneggiatore danese, autore fra l’altro di tre film Dogma e fedele collaboratore di Susanne Bier, da Non desiderare la donna d’altri a Second chance, ha costruito pazientemente la sua carriera di regista, iniziata nel 1996 con alcuni premiati (anche con l’Oscar) cortometraggi, mettendo in piedi un vero e proprio clan, dove Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas fanno la parte degli assoluti mattatori. E davvero inconfondibile è la loro presenza al centro della scena, come corpi comici ieratici e sorprendenti, stralunati pupazzi che da un film all’altro (Mio fratello è un vichingo è il sesto film di Jensen a vederli protagonisti, dopo le Mele di Adamo e Riders of Justice) crescono e mutano, sembrano diventare sempre più grotteschi, estremi, paradossali, eppure non smarriscono mai la capacità di coinvolgerci con la loro straordinaria umanità.

È un cinema che si tiene felicemente in bilico tra generi diversi, mescolando atmosfere e ingredienti differenti, dal gangster movie al dramma famigliare, senza timore di prendersi dei rischi e senza mai perdere la rotta. Una commedia nera esilarante eppure commovente, dove la ferocia va a braccetto con l’umorismo, la tenerezza con la paura. Dove le gag fanno ridere, e tanto, ma i personaggi mantengono dall’inizio alla fine profondità e sfumature, mentre accanitamente cercano un loro posto nel mondo. E il discorso sulla follia e la normalità, e sull’identità come punto d’incontro tra irriducibile singolarità e inevitabile conformismo, è in realtà molto meno banale di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Insomma, per chi conosce il cinema di Jensen una piacevole conferma, per gli altri una scoperta davvero sorprendente.

Mio fratello è un vichingo, di Anders Thomas Jensen, con Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas, Sofie Gråbøl, Søren Malling, Bodil Jørgensen

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