Quante sono e come se ne parla. Il Global media monitoring project dà gli sconfortanti e purtroppo stabili numeri della rappresentazione delle donne nei media che in Italia si ferma al 21% delle notizie. Altre ombre (e anche qualche rara luce) emergono dal quaderno ‘Come si parla di donne’ curato da Giulia giornaliste che fa sintesi di un anno della rassegna stampa Sui generis
La principale fake news dei media italiani è la cancellazione di più della metà delle donne dal
racconto quotidiano offerto dai mezzi di comunicazione: in Italia gli uomini sono il 79% della
popolazione e le donne il 21%. Lo dice spesso Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia
e co-coordinatrice per l’Italia, assieme a Claudia Padovani dell’Università di Padova, del Global
Media Monitoring Project, il più longevo progetto di monitoraggio dei media da un punto di vista
del genere su scala planetaria, che ogni cinque anni dal 1995 ci svela come i media nel mondo
rappresentano le donne. L’ultimo rapporto, uscito alla fine del 2025, è sconfortante. Quasi nulli i
passi avanti rispetto ai cinque anni precedenti, con i soliti numeri deludenti: le donne nel mondo
sono rappresentate solo nel 26% delle notizie, in Italia come abbiamo visto meno. Manca
all’appello quel 29% di donne e di protagonismo femminile per arrivare ad una rappresentazione
bilanciata 50 e 50 tra uomini e donne, corrispondente al dato reale (che poi se si vuole essere
pignoli le donne nella realtà sono un po’ di più del 50%, ma non sottilizziamo).
Proprio i numeri sono l’elemento più sconcertante e verrebbe da dire distopico, in un
monitoraggio, la rassegna stampa Sui generis, che dal Gmmp ha preso ispirazione e che dal 2020
viene condotto per una settimana ogni mese da un team di volontarie di GiULiA (Giornaliste Unite
Libere Autonome), un’associazione di giornaliste italiane che dal 2011 si batte per correggere lo
squilibrio informativo e il pessimo racconto stereotipato delle donne sui nostri mezzi di
informazione. Un lavoro che ora si è cristallizzato in un report pubblicato da All Around per i
quaderni della Fondazione Murialdi che analizza un anno di rassegna stampa Sui generis di Giulia,
intitolato Come si parla di donne .

I numeri dicevamo: una parte del lavoro è contare le firme in prima pagina, le firme dei commenti e le interviste divise per genere, in una mazzetta di quotidiani che comprende una quindicina di testate di tutti gli orientamenti. Il saldo finale è sempre uguale da quasi 6 anni: non si supera mai il
25% di firme femminili, nei commenti in certi mesi si scende anche al 16%, sulle interviste siamo lì.
Eppure le giornaliste ormai sono la metà della categoria, le analiste e le esperte in tutti i campi non mancano, ma fanno fatica a sfondare il muro della prima pagina. Ancora oggi, per molte testate, l’autorevolezza è maschia. Con le dovute eccezioni che vale la pena citare: la Stampa, il Sole 24 ore (non a caso due testate che hanno introdotto la figura del diversity editor), Domani.
Per quanto riguarda le interviste poi oltre al dato numerico le donne le ritroviamo quasi solo nel secondo
sfoglio dei giornali, gossip, spettacoli, costume. Ma quasi mai nello sport. I numeri ci restituiscono
un panorama sconfortante per quanto riguarda l’informazione sportiva, per la quale è stata ideata
la sezione “zero tituli”. Perché nonostante il crescente interesse per le performance sportive delle
donne in diverse discipline, dal calcio al volley, dallo sci al tennis, i giornali sportivi e le pagine a
tema dei giornali generalisti si ostinano a replicare la fake news con cui abbiamo aperto questo
articolo, però al cubo: per intere settimane le donne che praticano sport a livello agonistico
semplicemente sui nostri media non esistono.
Esistono anche buone notizie. Il linguaggio declinato al femminile per le professioni nonostante i
diktat del presidente del consiglio (sic) Giorgia Meloni è ormai abbastanza digerito, seppure con
andamento altalenante e curiose sviste in entrambe le direzioni: nei giornali della destra che
dovrebbero seguire l’ordine esecutivo linguistico della premier spesso scappa il femminile, mentre sul versante della stampa mainstream o di sinistra capita l’inverso. Segno che ancora mancano
delle policies chiare nelle redazioni.
Tra le buone notizie nella sintesi di un anno di rassegna emerge anche come il racconto mediatico della violenza di genere (femminicidi, stupri) si segnali per qualche piccolo ma significativo miglioramento, qualche passo avanti per esempio nel diminuito ricorso all’uso di parole come raptus, per indicare il movente di un femmincidio,maggiore prudenza nella colpevolizzazione della vittima. Anche se siamo passati dal “se l’era cercata” al “ma perché non lo ha lasciato prima” o “perché è uscita con lui”. Insomma la vittimizzazione secondaria è sempre dietro l’angolo, nonostante le chiarissime indicazioni del nuovo codice deontologico dei giornalisti e delle giornaliste.
Nel libro due capitoli sono dedicati a due fenomeni sempre più rilevanti: l’infotainment che si
appropria delle notizie che hanno a che vedere con la violenza di genere, caso esemplare per la
stagione 2024/2025 l’omicidio di Garlasco, e la cronaca giudiziaria relativa a casi di violenza e
femminicidi, che nell’ultimo anno ci ha spesso messo di fronte a sentenze di difficile lettura ( la
mancanza di crudeltà nel caso delle 75 coltellate di Filippo Turetta contro Giulia Cecchettin, il mancato riconoscimento della premeditazione nel caso dell’omicidio di Giulia Tramontano, prima avvelenata col
topicida e poi massacrata a coltellate da Alessandro Impagnatiello, per citare i più noti).
Il tema degli stereotipi poi attraversa tutta la narrazione che riguarda donne esperte o eccellenti in
qualsivoglia campo. Qualunque cosa facciano: astronaute, scienziate, amministratrici delegate,
campionesse mondiali di qualche sport, prima o poi si finisce a parlare di maternità. Nel libro si
citano gli esempi delle rettrici che in grande numero stanno occupando i vertici delle università
italiane e per loro arriva sempre il momento di dover spiegare come hanno fatto a raggiungere i
loro obiettivi e conciliare famiglia, maternità, ecc. Ai loro colleghi non lo chiedono. Ma si sa, la
mamma è sempre la mamma.
in apertura Brick House, opera di Simone Leigh, New York 2019