Com’è essere cresciuti da due geni dell’antropologia, complici nel lavoro, eccezionali viaggiatori, menti brillanti e straordinariamente dediti alle proprie scoperte? Mary Catherine Bateson racconta nel suo memoir la sua vita di figlia di una delle coppie di studiosi più importanti del Novecento: Margaret Mead e Gregory Bateson. Tra educazione sperimentale e aneddoti intimi, il ritratto di due menti singolari.
Mary Catherine Bateson è figlia di Margaret Mead e di Gregory Bateson, due tra i più grandi antropologi del ‘900, e in questa autobiografia, Con occhi di figlia, che esce per Mimesis Editore, ne traccia un ritratto raro, privilegiato e un poco inquietante: non si intravedono infatti mai i desideri, le paure, le incertezze, i capricci di una bambina; Mary Catherine accetta e capisce tutto, da disciplinata scolara dei suoi insigni genitori.

Margaret aveva già due matrimoni alle spalle, sempre con colleghi, quando incontrò Gregory sul campo, in Nuova Guinea nel 1932. I più begli anni del loro matrimonio furono quelli in cui lavorarono insieme. Quando nel ‘39 nasce la figlia e si fermano a New York, Margaret ha avuto il tempo di organizzarsi la vita e riprendere subito i suoi studi e i suoi cicli di conferenze.
Una volta – nota nel suo diario – per fare l’esperienza di una vera mamma “lasciammo andar via la nurse e ci occupammo personalmente di lei per un intero week-end…”, cioè tutti soli, lei e Gregory, decidono di dedicarsi al cambio e alla cura di quella bambina che frignava sempre, per poi riconsegnarla sfiniti alla nurse inglese, selezionata con cura, certi di aver così sperimentato abbastanza cosa significasse accudire un bambino.
Presto i genitori di Mary Catherine divorziano, il padre avrà un altro paio di mogli e figli, ma ambedue saranno sempre presenti nella vita di Cathy, naturalmente alla loro maniera. La presenza quotidiana non conta, conta invece l’imprinting, l’indirizzo cui tendere: così la piccola è affidata a una zia, e a una coppia di amici, tutti alter ego della mamma, perché il papà è molto, molto astratto, anche nel lavoro. E i genitori ricominciano a viaggiare, a esplorare nuove civiltà e rapporti.
La descrizione dei modi, delle prospettive di ricerca, delle scoperte, delle personalità dei genitori ci permette di capire meglio senso e valore dell’antropologia e costituiscono gran parte del libro, ma ci sono anche episodi personali, significativi perché involontariamente comici, o forse intenzionalmente comici. Eccone, per esempio, uno, che racconta di come il rispetto e la tolleranza nei confronti del diverso fossero pilastri nell’educazione di Catherine, ma potevano creare dei problemi in un contesto come quello violento della New York degli anni Cinquanta.
Una volta Cathy è con delle amiche al parco, quando vedono un esibizionista su una panchina.
‘Io e le mie amiche discutemmo con ardore gli imperativi morali della situazione: comportarci in un modo che non gli desse da pensare che lo consideravamo stravagante, non fissarlo e non prenderlo in giro, così come avevamo imparato a non fissare e a non prendere in giro uno storpio, uno straniero che si comportava in modo bizzarro; non tradire paura perché questo avrebbe potuto ferire i suoi sentimenti’.
Quando più tardi incontra di nuovo degli esibizionisti, Cathy si sorprende di scoprire che la mamma pretende di saperlo per poi informarne la polizia.
Un altro florilegio dai ricordi di famiglia:
‘Nel 1971 spedii a Margaret una cartolina per la Festa della mamma, nella quale dicevo ciò che pensavo lei volesse soprattutto sentirsi dire’.
La cartolina venne trovata insieme alle sue cose più care accanto al letto di morte, tutta consumata e sbiadita. Pare che Margaret la mostrasse con orgoglio agli amici, per far vedere che anche lei aveva una famiglia, non era solo un’icona o un’istituzione. La cartolina conteneva una citazione da William Blake: “No bird soars too high, if the soars with his own wings” (Nessun uccello si libro troppo in alto, se si libra con le proprie ali). Sulla cartolina c’erano degli uccelli che roteavano alti contro il cielo, proprio come la bimba vedeva la sua mamma: magnifica, coraggiosa e lontana.